martedì 12 febbraio 2013

Lascia un Papa austero, finalmente, anche con se stesso: e adesso? Sì, ma tanto...!




Di Matteo Sabbatani

Dopo un Papa Grande, ecco un Pontefice – se non altro – onesto e sincero, prima ancora che col mondo intero, con se stesso: questo ci sorprendiamo a scrivere all’indomani dell’inatteso, storico, epocale e sconvolgente annuncio della rinunzia, da parte di Joseph Ratzinger, alla cattedra di Pietro.

Dunque, il fine ed austero teologo bavarese, già severo custode – per circa un ventennio – dell’ortodossia cattolica, nonché ’amico e successore di Karol Wojtyla – ad ottantasei anni – dice basta, chiude – è proprio il caso di dire “qui ed ora” – la pagina della propria biografia che lo ha visto vestire i panni – senza dubbio tutt’altro che comodi ed avvolgenti – del vicario di Cristo in Terra: antepone – cioè – di fatto la coscienza e la consapevolezza di sé alla ragion di Stato ed ai rigidissimi canoni di quella stessa Fede i cui dogmi – meglio, i cui imperativi e postulati – conosce a menadito.

Benedetto decimo-sesto, quindi, sorprende tutti – anche noi, come accennato in apertura – con la forza di un gesto normale, sconvolgendo in un attimo palinsesti televisivi e radiofonici – nonché menabò di giornali – tutti pronti ed orientati a dividersi più o meno indistintamente – e, dato il periodo, non potrebbe essere altrimenti – tra il “promettificio”, perdonateci il pessimo neologismo, di una campagna elettorale in pieno svolgimento ed il chiacchiericcio polemico che – come ogni anno – precede, accompagna e conclude il Festival di Sanremo.

Ora – ne siamo certi – commentatori ben più ferrati, affermati ed autorevoli di noi – per tre, quattro settimane e forse più – lautamente ricompensati dell’immane e “profetico” sforzo, sprecheranno il loro tempo e fiumi di inchiostro nel tentativo – comunque vano e sterile – di delineare – il più precisamente possibile, s’intende – i tratti socio-antropologici, politici, culturali e – perché no – financo somatici del nuovo vescovo di Roma, con buona pace dell’educazione, delle regole di una deontologia professionale tanto sbandierata  quanto – all’occasione – sbeffeggiata e calpestata, nonché dell’etica e del rispetto.

A quelli come noi (per i quali, francamente – se anche, “morto un papa”, se ne fa un altro – non cambia la vita) non resta che attendere serenamente il passaggio di questa ennesima, falsa buriana, col distacco consapevole di chi sa bene – gattopardescamente parlando – che occorre che tutto cambi perché tutto rimanga com’è.

 

lunedì 6 febbraio 2012

Maturità '97: ma siamo sicuri che siano passati 12 anni?

Frugando tra una marea di scartoffie, ho ritrovato una copia del mio tema di maturità e considero sconsolante, non tanto e non solo che siano passati ormai quasi dodici anni (il tempo non lo ferma nessuno, purtroppo), quanto che, per certi versi, sembra sia stato scritto ieri.


«Politica, morale e cultura, un tempo unite a formare la coscienza collettiva di un Popolo, oggi, per ragioni le più disparate e varie, sono scisse ed a sé stanti e ciò, inevitabilmente, viene ad avere ripercussioni nella società che rischia di sfaldarsi in modo tangibile qualora non riesca a mantenere vive le ragioni stesse della sua unità.
Di certo, le cause di questo malessere hanno radici da ricercarsi, prima ancora che nell’intreccio politico-giudiziario di questi ultimi anni, nelle vicende che hanno caratterizzato il primo periodo post-unitario della storia del nostro Paese: già nella questione, tuttora in gran parte irrisolta, del divario tra Settentrione e Meridione sono ravvisabili, a mio parere, alcuni dei tratti salienti di questa problematica.
Non intendo in alcun modo avallare le tesi di quanti vedono nella secessione e nel separatismo la soluzione di una questione delicata e importante quale quella “meridionale” ; tuttavia, credo non sia un errore ricondurre una parte del travaglio morale, e del dissidio tra intellettuali e politici cui si fa riferimento, alla politica del governo Giolitti. Esso, come si ricorderà, accanto al tentativo di trovare un compromesso che non fosse penalizzante per le diverse realtà sociali del Paese, sviluppò una politica economica che, mediante laute elargizioni alla nascente industria del nord, tendeva ad incentivare la creazione dell’odierno polo industriale.
Quanto sopra portò alla formazione di due contesti culturali radicalmente diversi fra loro la cui equilibrata convivenza è stata, fino ad oggi, molto difficoltosa, ma ha trovato un punto di coagulo nella battaglia ideologica contro il fascismo. In quell’epoca si lasciarono da parte divergenze culturali e ideologiche per fare fronte comune nei confronti di una mentalità che faceva scempio dei più fondamentali diritti della persona ed esaltava, di contro, ideali quali forza, potenza fisica ed estetica.
E’ in questo periodo che, sopito momentaneamente il conflitto sociale, Gramsci anima la disputa tra gli intellettuali e la politica, ergendosi a portavoce della rivolta morale contro il regime.
Vuoi perché il mondo, specie in questi ultimi anni e in forza di avvenimenti storici di importanza fondamentale (dalla caduta del muro di Berlino alla fine dell’Urss, passando per la guerra del Golfo), ha cambiato faccia, vuoi per una serie innumerevole di altri motivi, risulta difficile, al giorno d’oggi, trovare intellettuali che non si “dilettino” nella politica, pur volendo mantenere in atto uno scontro inutile: l’intellettuale dovrebbe, uscendo dalla sua torre d’avorio, ritrovare la sua primaria funzione di “interprete della coscienza morale”.
La politica, oggi, tende ad anteporre alle esigenze del singolo individuo, quelle di carattere economico; se c’è una ragione quindi, una causa scatenante di questa disputa, essa è da ricercare nei ruoli, un tempo differenti, che queste due figure ricoprivano nel sistema sociale; ruoli, quelli di cui parlo, i cui limiti sono, nel presente, molto più indefiniti che in passato.
Se questo dissidio è ancora vivo lo si deve alla ottusa volontà della politica di voler affermare il proprio primato su tutto ciò che è la società e, a maggior ragione, nei confronti di coloro, gli intellettuali appunto, che fungono, per loro stessa natura, da termometro delle istanze sociali.
Non ci si avvede, oggi, dell’inutilità e della sterilità di uno scontro come questo, tanto più che in ballo ci siamo noi, c’è questo paese e il suo futuro, c’è un’incognita per la soluzione della quale occorre che si ritrovi l’unità di intenti di coloro che, a vario titolo e ciascuno per ciò che gli compete, hanno la possibilità e il dovere di far crescere questa nostra società
»




Matteo Sabbatani

martedì 21 dicembre 2010

Welfare: C'era una volta un Paese

Di Matteo Sabbatani,
Pubblicato sul primo numero de "La chiocciola", trimestrale dei circoli PD dell'Unione Comunale di Imola


C’era una volta un Paese la cui Costituzione sanciva a chiare lettere che tutti i cittadini avevano pari dignità e che, pertanto, lo Stato aveva il compito di rimuovere gli ostacoli materiali e sociali che ne limitavano la libertà e ne impedivano l’effettiva partecipazione alla vita della comunità.
C’era una volta un Paese in cui, per sostenere i cittadini che non erano in grado di condurre autonomamente un’esistenza libera e dignitosa , lo Stato – ogni anno – accantonava parte delle proprie risorse in un fondo per le emergenze sociali e la non autosufficienza.
C’era una volta un Paese in cui lo Stato – non riuscendo, da sé, a far fronte alle esigenze della parte più debole della sua popolazione – consentiva ai cittadini di devolvere il 5 per mille del loro reddito ad associazioni di volontariato che intervenivano là dove lui – cioè proprio lo Stato – non era in condizione di garantire l’effettiva possibilità di fruire dei Diritti di cui sopra
C’era una volta, insomma, lo «stato sociale»
Un giorno però – chissà perché – qualcuno presentò al Parlamento di quel Paese un Progetto di Legge – il numero 41 del 2010 – che prevedeva, all’articolo 5, il sostanziale azzeramento del fondo per le emergenze sociali e la non autosufficienza: quei soldi, quei 2,5 milioni di Euro, infatti, avrebbero trovato un più consono utilizzo, secondo il proponente, se fossero stati destinati alla tutela ed alla cura delle aree montuose presenti in quelle latitudini.
Un giorno però – chissà perché – il Governo di quel Paese stabilì per Legge che – indipendentemente dalla volontà di quanti avevano devoluto il 5 per mille del loro reddito alle associazioni di volontariato, ovvero a prescindere dall’ammontare complessivo degli emolumenti raccolti a tal fine – queste ultime avrebbero dovuto, l’anno seguente, continuare a svolgere l’indispensabile e meritoria opera di cui erano protagoniste dividendosi una torta pari a soli 100 milioni di Euro .
Ecco, la storia – sia pur per sommi capi – l’abbiamo raccontata; ecco, ora le conclusioni le tragga chi legge. Noi ci limitiamo a constatare che c’era una volta un Paese, c’era una volta l’Italia

mercoledì 17 marzo 2010

"...Senza distinzione..."


Di Matteo Sabbatani
(Sabato 24 ottobre 2009)

Non ce ne voglia, chi legge, se ci apprestiamo ad esporre solo ora – a più di due settimane dai fatti (la sentenza, come si ricorderà, è stata emessa lo scorso 7 ottobre) – alcune considerazioni in merito alla bocciatura del Lodo Alfano da parte della corte costituzionale: abbiamo – per così dire – scelto di attendere, di lasciar sedimentare la cosa; lo abbiamo fatto onde evitare di riempire questo commento di trionfalismi ingiustificati e sterili; lo abbiamo fatto perché la nostra analisi potesse essere – invece – il più possibile obiettiva e pragmatica, scevra da partigianerie di sorta e figlia – al contrario – di una valutazione attenta ed asettica.
Vi preghiamo quindi, sin d’ora, di portare pazienza e di perdonarci se – nel tentativo di caratterizzare secondo i crismi di cui sopra questa riflessione – dovessimo scivolare in alcune tecnicalità forse eccessive, se dovessimo – insomma – soffermarci su aspetti solo apparentemente secondari della questione: stiamo trattando – capite bene – di Diritto Costituzionale propriamente inteso, disciplina che – per gli addetti ai lavori (e chiediamo venia se, per una volta, osiamo annoverarci tra questi) – ha un fascino particolare, ricca com’è di cavilli giuridici e formali che, però – passateci il termine – fanno sostanza.
Questa ampia e – almeno crediamo – doverosa premessa fa da prodromo all’illustrazione delle molteplici motivazioni che ci inducono a considerare ineccepibile – ancor prima che ovviamente e doverosamente insindacabile – il giudizio della Corte.
Il primo ed imprescindibile parametro al quale – nell’espletamento dell’alta funzione cui è chiamata – la Consulta si deve attenere risiede e si esplica nella verifica della conformità di una Legge al dettato dell’articolo tre della Costituzione, norma – ad un tempo programmatica e precettiva – che sancisce l’eguaglianza formale e sostanziale dei cittadini – senza distinzione di sesso, razza, religione, lingua, opinioni politiche, condizioni personali e sociali – davanti, appunto, alla Legge.
Dunque, in punto di Diritto, l’eventuale incostituzionalità, o meglio, l’eventuale illegittimità costituzionale di qualsiasi provvedimento legislativo deriva anzitutto dalla violazione di questo principio e/o dalla violazione di uno qualunque dei principi statuiti dai primi dodici articoli della carta che rappresenta ed incarna il patto su cui si fonda la convivenza civile di questo Paese.
È palese quindi – nel caso di specie – la non conformità al dettato di quell’articolo di un testo normativo, quello del Lodo, che – proprio per quanto attiene il principio d’uguaglianza – formalizzava una discriminante inaccettabile – o, come scrivono gli stessi giudici nelle motivazioni della sentenza, “[…]un’evidente disparità di trattamento di fronte alla giurisdizione[…] – fondata sulla distinzione delle condizioni sociali e personali dei soggetti, le quattro più alte cariche dello Stato, beneficiari degli effetti del provvedimento.
In altri termini, prevedendo la sospensione di eventuali processi a carico del Capo dello Stato, del Presidente del Consiglio, dei presidenti di Camera e Senato, il Lodo Alfano riconosceva a costoro uno “status” i cui fondamenti giuridici e giurisdizionali non sono riconducibili ad alcuna delle prerogative costituzionali che ciascuno di essi, nello svolgimento delle rispettive funzioni, può e deve esercitare.
Ciò significa, ad esempio, che il premier coordina e promuove l’attività del governo, ma l’indirizzo politico generale dell’esecutivo è stabilito e determinato dal consiglio collegialmente inteso: al presidente del consiglio, cioè, il nostro ordinamento affida – a differenza di quanto accade in altre forme di governo parlamentari del continente – un ruolo di primus interpares, il che esclude a priori – per quanto ci consta – ogni e qualsiasi possibilità che egli possa far valere una qualunque preminenza – sia essa di natura formale o sostanziale – nei confronti, non solo – come accennato pocanzi – d’ogni altro cittadino, ma anche degli altri ministri.
Non è un caso – di poi – stante quanto sopra, se la corte ha rimarcato che un provvedimento che influisce così marcatamente sui rapporti tra gli organi istituzionali dello Stato – cioè proprio sulla forma di governo – non può assumere la forma di una Legge ordinaria, ma deve essere oggetto precipuo di una normativa di ordine costituzionale, quella – disciplinata dall’articolo 138 della Costituzione – che regolamenta la revisione costituzionale.
Il Lodo, quindi, avrebbe dovuto essere approvato da Camera e Senato con due successive letture, da parte di ciascuno dei due rami del Parlamento, a distanza non inferiore a tre mesi l’una dall’altra.
Ora, volendo tener fede al proposito – annunciato in apertura – di non “buttarla in politica”, non staremo a disquisire né sui motivi che hanno indotto il Governo ad intraprendere la strada della legislazione ordinaria, né sulle polemiche – in vero pretestuose – che hanno coinvolto il Presidente Napolitano e la stessa Consulta, ma non possiamo esimerci dal manifestare la nostra soddisfazione per le modalità ed i termini in cui si è voluta riaffermare la preminenza dello stato di Diritto.

Analisi incomplete, troppo facili ottimismi


Di Matteo Sabbatani
(4 agosto 2009)

Sul Corriere della sera di oggi, Piero Ostellino tenta, per mezzo di un excursus storico a dire il vero un po’ sommario, di spiegare perché, a suo parere, dopo la fine delle grandi ideologie che hanno caratterizzato il novecento e dei regimi politici che le hanno incarnate, il ventunesimo secolo potrebbe essere l’epoca della – citiamo testualmente - «ragionevolezza generatrice di anticorpi» capaci di garantire la tenuta dei sistemi democratici.
Ora, sulla circostanza in forza della quale l’uomo – quello di oggi come quello di ieri – sia, per natura, un “tronco storto” nulla da eccepire, né è questa la sede propria ove indagare le ragioni, per lo più di carattere antropologico, di questo – chiamiamolo così – difetto congenito.
Ma la lacuna epistemica che fa difetto, a nostro parere, alla tesi di Ostellino risiede, per così dire, nel punto di origine della stessa: se è vero come è vero, infatti, che le ideologie – siano state “di destra o di sinistra” – avevano in sé il germe, la causa della loro implosione, è altrettanto inopinabile, crediamo, che non si possa, trattando di questi temi, far dì ogni erba un fascio.
Allora, invitiamo a ragionare e a prendere atto che, sempre rimanendo su un piano meramente ideologico, la crisi economica che attanaglia l’Europa e il mondo all’alba di questo secolo dimostra – in maniera secondo noi inconfutabile – che il liberismo economico che ha trovato la sua radice euristica nel liberalismo non è in grado, da sé, di garantire né un equilibrio del mercato, né – tanto meno – di salvaguardare istituzioni e stati.

Perché, posto che il liberismo ha fallito, assistiamo – in Europa soprattutto – al riemergere della destra?

D’accordo, non è corretto porre sullo stesso piano liberismo economico e avanzata della destra politica e sociale (non lo è né da un punto di vista storico, né sotto il profilo sociologico e antropologico); né noi si vuole - qui ed ora - rivalutare e riabilitare postulati teoretici che proprio la storia si è giustamente incaricata di mostrare infondati o largamente fallaci, ma è pur vero che – di fronte al riemergere , in varie forme, di rigurgiti di natura xenofoba, razzista e, nel senso più deleterio del termine, neo-classista - tutto l’ottimismo che pervade, quest’oggi, il pensiero di una delle firme più illustri del giornalismo italiano a noi pare fuori luogo.

Eluana: la coscienza e la ragione


Di Matteo Sabbatani
(febbraio 2009)


A quanto pare, l’odissea o – se preferite – la via crucis di Eluana Englaro, la ragazza in stato vegetativo permanente dal novantadue, sta – finalmente, aggiungiamo noi – trovando una degna, umana e logica conclusione: nella notte tra il due e il tre febbraio, infatti, da quella clinica di Lecco che – per tanti, troppi anni – è stata la sua casa, la giovane è stata trasferita – con un’ambulanza – presso un’omologa struttura di Udine, città d’origine della famiglia, dove – a meno di clamorosi colpi di scena dell’ultima ora – dovrebbe essere scritta la parola fine su una vicenda che – da qualche anno – divide trasversalmente quel briciolo di opinione pubblica che ancora esiste – e, per fortuna, resiste – in questo Paese.
Ora, per favore, telecamere e taccuini facciano un passo indietro: se non v’è dubbio che – suo malgrado – la “spettacolarizzazione” di questo calvario sia servita ad evidenziare con forza una delle tante lacune giuridico- legislative che ancora caratterizzano in negativo la sesta potenza industriale del mondo, è altrettanto ineccepibile il diritto degli Englaro di stringersi in pace nel loro dolore quando, tra pochi giorni, daranno l’ultimo saluto alla figlia.
Siamo convinti – anzi, siamo certi – che ci sarà tempo e modo, dopo, di riflettere seriamente sul merito delle questioni che, anche da un punto di vista etico e morale, questo caso ha inevitabilmente sollevato.
A noi – che, per la prima ed ultima volta, ci azzardiamo sommessamente ad esprimere, su questa vicenda, il nostro parere – piacerebbe che, nel dipanare la matassa, il legislatore non prestasse orecchio alle sirene di quanti, da oltre Tevere e nono solo, calpestano sovente quella laicità su cui debbono continuare a poggiare le fondamenta del nostro vivere civile, del nostro essere Stato: si legiferi, dunque, così com’è giusto, e lo si faccia sollecitamente, ricordando – per un verso – che la generalità e l’astrattezza sono, o dovrebbero essere, i caratteri peculiari di ogni Legge degna di questo nome e – per l’altro – che la vita è tale se e solo se, ovvero sino a quando, riesce – nonostante tutto – ad essere vissuta.

Un referendum da bocciare per il bene del Paese


Di Matteo Sabbatani
(Maggio 2006)

Mentre ci accingiamo a svolgere queste brevi considerazioni aventi ad oggetto la riforma costituzionale che, elaborata ed approvata dal centrodestra, verrà sottoposta a referendum confermativo il 25 e 26 giugno, sappiamo bene che il più grosso tranello nel quale rischiamo di cadere è quello di limitare la nostra analisi alla sterile ed inutile polemica politica: questo faremmo, infatti, se – anziché approfondire le tematiche ed i motivi che sottendono il no che esprimeremo, speriamo in tanti, in quell’occasione – ci soffermassimo a disquisire di particolari marginali.
Invece no, pur denunciandola per quella che di fatto è – ossia come l’ultima, volgare, assurda «malandrinata dell’ormai ex maggioranza – non sprecheremo tempo e inchiostro ad indagare le ragioni che hanno spinto Silvio Berlusconi ed il suo esecutivo a decidere che la consultazione in questione dovesse tenersi ad estate inoltrata: sono i soliti, piccoli interessi di bottega portati avanti da chi – in maniera per nulla velata – spera in una bassa affluenza alle urne, in modo tale da poter minimizzare – in seguito – la portata e l’importanza del responso.
Quasi l’intera seconda parte della nostra costituzione subirebbe – qualora questa sciagurata riforma entrasse in vigore – uno stravolgimento totale, con buona pace di quei principi di separazione ed equilibrio dei poteri che sono e restano pilastri fondamentali, non solo della nostra, ma di ogni democrazia che si rispetti.
Ma attenzione, sbaglierebbe chi pensasse che noi, sostenendo quanto sopra, si voglia negare alla radice la necessità – che invece esiste – di adeguare il patto che consente e garantisce il nostro essere comunità alle mutate condizioni sociali ed economiche: a chi scrive, anzi e infatti, non sfugge l’esigenza e l’urgenza di porre mano – con il concorso di tutti – a tale adeguamento, ma vi sono valori – ad esempio quello dell’unità nazionale – e diritti – quello alla salute e all’istruzione –la cui tutela e possibilità effettiva d’esercizio deve continuare ad essere assicurata in egual misura sull’intero territorio nazionale.
Per altro verso, anche il corretto funzionamento del sistema politico-istituzionale di questo paese verrebbe seriamente messo in crisi: il normale legiferare – della cui lentezza procedurale lo stesso cavaliere s’è lamentato per tutto l’arco della passata legislatura – verrebbe ad essere un esercizio estremamente complesso.
La riforma, infatti, alla faccia del bicameralismo perfetto – in base al quale entrambi i rami del Parlamento hanno un identico potere legislativo e debbono approvare gli stessi provvedimenti – suddivide le materie: per alcune di esse sarebbe sufficiente l’approvazione da parte, ad esempio, della Camera; per altre, basterebbe quella del Senato; per altre ancora, in fine, l’approvazione di una legge da parte di una camera necessiterebbe del placet preventivo dell’altra e/o del preliminare pronunciamento di una commissione ad oc chiamata a decidere, in caso vi fossero eventuali controversie, a quale delle due assemblee spetti – in un determinato ambito – la potestà legislativa.
Pur volendo rifuggire da tecnicismi eccessivi, poi, è necessario rammentare che la forma di governo parlamentare si caratterizza, in generale, per la presenza di un rapporto di tipo fiduciario tra Parlamento e Governo e che, con la sola eccezione del caso inglese, il potere di scioglimento del parlamento medesimo è riconosciuto in capo al Presidente della Repubblica, sia pur previa audizione dei presidenti delle camere.
A Lorenzago di Cadore, dove – nel corso di un gioviale banchetto – questa brutale destrutturazione del sistema istituzionale è stata pensata, si è stabilito che sarebbe il primo ministro – e non più il capo dello stato – ha poter deliberatamente decidere di sciogliere il parlamento; lo potrebbe fare a sua completa discrezione.
Ora, pur volendo evitare facili parallelismi e tutta la retorica dei corsi e ricorsi storici, a noi pare inconfutabile, come abbiamo tentato di spiegare, che in questo disegno si accompagnino e si mescolino tra loro taluni tratti tipici dell’autoritarismo, un becero classismo e una mal celata volontà di colpire mortalmente lo stato sociale..