mercoledì 17 marzo 2010

Analisi incomplete, troppo facili ottimismi


Di Matteo Sabbatani
(4 agosto 2009)

Sul Corriere della sera di oggi, Piero Ostellino tenta, per mezzo di un excursus storico a dire il vero un po’ sommario, di spiegare perché, a suo parere, dopo la fine delle grandi ideologie che hanno caratterizzato il novecento e dei regimi politici che le hanno incarnate, il ventunesimo secolo potrebbe essere l’epoca della – citiamo testualmente - «ragionevolezza generatrice di anticorpi» capaci di garantire la tenuta dei sistemi democratici.
Ora, sulla circostanza in forza della quale l’uomo – quello di oggi come quello di ieri – sia, per natura, un “tronco storto” nulla da eccepire, né è questa la sede propria ove indagare le ragioni, per lo più di carattere antropologico, di questo – chiamiamolo così – difetto congenito.
Ma la lacuna epistemica che fa difetto, a nostro parere, alla tesi di Ostellino risiede, per così dire, nel punto di origine della stessa: se è vero come è vero, infatti, che le ideologie – siano state “di destra o di sinistra” – avevano in sé il germe, la causa della loro implosione, è altrettanto inopinabile, crediamo, che non si possa, trattando di questi temi, far dì ogni erba un fascio.
Allora, invitiamo a ragionare e a prendere atto che, sempre rimanendo su un piano meramente ideologico, la crisi economica che attanaglia l’Europa e il mondo all’alba di questo secolo dimostra – in maniera secondo noi inconfutabile – che il liberismo economico che ha trovato la sua radice euristica nel liberalismo non è in grado, da sé, di garantire né un equilibrio del mercato, né – tanto meno – di salvaguardare istituzioni e stati.

Perché, posto che il liberismo ha fallito, assistiamo – in Europa soprattutto – al riemergere della destra?

D’accordo, non è corretto porre sullo stesso piano liberismo economico e avanzata della destra politica e sociale (non lo è né da un punto di vista storico, né sotto il profilo sociologico e antropologico); né noi si vuole - qui ed ora - rivalutare e riabilitare postulati teoretici che proprio la storia si è giustamente incaricata di mostrare infondati o largamente fallaci, ma è pur vero che – di fronte al riemergere , in varie forme, di rigurgiti di natura xenofoba, razzista e, nel senso più deleterio del termine, neo-classista - tutto l’ottimismo che pervade, quest’oggi, il pensiero di una delle firme più illustri del giornalismo italiano a noi pare fuori luogo.

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