Quanti numeri ci sono nella realtà? O, meglio, quanti sono i numeri reali?
D’acchito, ciascuno di noi – memore di quanto gli insegnano e gli inculcano sin dalle elementari – risponderebbe di certo:
«Infiniti» e lo farebbe – per di più – con una naturalezza disarmante, col viso segnato da un’espressione a metà tra l’incredulo e l’interdetto, stante la presunta ed apparente banalità del quesito.
Ma siamo poi cosi sicuri, mi chiedo e vi chiedo, che le cose stiano veramente in questo modo?L’interrogativo di cui sopra – che, detto per inciso, già in altre sedi ed occasioni mi sono posto – muove, se si vuole anche paradossalmente, dalla consapevolezza che – se, per converso, vi domandassi:
«Avete mai visto passare per strada un 1, un 2, un 3, un 5, un 10, un 100, un 368, un 3680?» e via “numerando” – voi, con altrettanta disarmante naturalezza – nonché altrettanto sorpresi – non solo, anche in questo caso, mi rispondereste ovviamente di no, ma sareste altresì colti – con ogni probabilità – da più di un dubbio circa la salute mentale del sottoscritto.
Dunque, qual è il nodo della questione?
Il punto è che – a mio avviso – i numeri, di fatto, in natura non esistono: sono delle convenzioni che trovano la loro ratio solo se associate a persone, oggetti o ad altre convenzioni (tempo, peso, distanza, potenza, valore nominale del denaro eccetera).
Per strada, allora, detto in altri termini e tanto per restare all’esempio precedente, non vedrete mai passare un 1, un 2, un 3 e così via, ma una, due, tre persone, automobili, camion, biciclette, motocicli…, e di questo siete perfettamente e pienamente consapevoli.
Ergo, poiché il numero è la convenzione basica che permette la lettura quantitativa del mondo – tal che si comincia sempre da 1 a contare qualsivoglia quantità – va da sé che 1 è il principio di tutto: tutto il resto, infatti, si ottiene comunque per somma, sottrazione, moltiplicazione e/o divisione di quantità composte da tanti 1.
Stante quanto sopra, quindi, la risposta più verosimile – cioè più corretta – alla domanda che ha dato origine a questa riflessione dovrebbe essere 1, proprio quell’1 che – non a caso – in filosofia rappresenta l’intero, ossia – appunto – il Tutto.
È la logica del cosiddetto «lutto matematico», presupposto fondamentale – in sociologia – per quell’interpretazione funzionalistica della realtà che oggi va per la maggiore e che meglio si accompagna e più si confà e si adatta alla globalizzazione imperante.
Così, ad esempio, poiché – in punto di fatto – è impossibile reperire, nella società post-moderna, la prima radice della latenza (ossia risalire ai valori fondanti del vivere comune), anche Dio e l’immanente vengono ad essere, semplicemente, il portato di una decisione eminentemente privata e personale, spesso indotta, se non proprio dettata – più che da un effettivo “sentire” o da una reale convinzione – dal bisogno di credere che l’esistenza e tutto ciò che la riempie e la circonda non si esaurisca qui.
Di contro, ma conseguentemente – atomizzato com’è – l’individuo avverte tutta l’insostenibile pesantezza della propria esclusiva condizione, quale che essa sia, e reagisce a questa precarietà nei modi più diversi.
Ora, per quanto mi riguarda – o, meglio, per quel che mi compete – non ho alcuna remora ad ammettere che, pur restando convintamente ed orgogliosamente strutturalista, quello che reputo essere l’acme dell’approccio e del pensiero funzionalista – ossia proprio il lutto matematico – mi affascina: è “un territorio”, per così dire, in cui il confine tra sociologia e filosofia appare così com’è, estremamente labile.
Ma sono altresì conscio che chi mi legge, pur con tutta la stima che può eventualmente nutrire nei miei confronti, specie se non capisce “dove voglio andare a parare”, se ne frega di quel che a me piace o non piace in tema di dissertazioni socio-filosofiche.
Pertanto, auspico non sorprenda la circostanza in forza della quale, ancora una volta, sia un ateo a farsi carico della necessità di denunziare i rischi insiti nel progressivo sfaldamento sociale che è – o dovrebbe essere – sotto gli occhi di tutti e di ciascuno: la globalizzazione, infatti, non è altro che il frutto – a mio parere avvelenato – di quella fine delle ideologie che ha caratterizzato, in occidente, gli ultimi dieci anni del ventesimo secolo e che ha visto la sua più emblematica e plastica manifestazione nella caduta, il 9 novembre 1989, del Muro di Berlino .
Si sa, la fretta è sempre una cattiva consigliera e – a maggior ragione – lo è quando avvenimenti epocali rendono urgente, indispensabile ed improcrastinabile il confronto immediato, per un verso, con la Storia con la S maiuscola e, per l’altro, con i fenomeni sociali che ne conseguono.
Onestamente, credo che questo sia ciò che è accaduto.
Credo – cioè – che, nella fretta – ambiziosa quanto necessaria – di trovare nuovi orizzonti di senso sperabilmente capaci di colmare vuoti sino ad allora impensabili, mentre – di là dal muro – la Germania procedeva a tambur battente alla riunificazione e l’Unione sovietica andava via-via sgretolandosi, di qua dal muro – invece si siano gettate nel calderone delle vituperate ideologie anche molte – forse troppe – idee.
Credo – in altre parole – che, nella fretta, non ci si sia avveduti che il mondo – ad un tratto – aveva cambiato, di sua unica sponte, paradigmi, priorità e persino velocità.
Credo – poscia – nessuno si sia reso conto, nella fretta, del pericolo (poi puntualmente verificatosi) che l’economia diventasse pressoché l’unico decisore politico realmente influente.
Mi pare inconfutabile, cioè, che, da quel momento, la politica abbia – passatemi la metafora – abdicato, cessando “di schianto” di coincidere sia – weberianamente parlando – con la decisione e/o con l’influenza sulla decisione, sia con l’eastoniana allocazione imperativa di valori, tal che il sistema politico si è ridotto – nei fatti – ad essere uno dei tanti sottosistemi della società, quello che – banalmente – si occupa solo del raggiungimento dei fini e non più – in via preliminare e precipua – anche della statuizione dei medesimi.
Ai più, lo so bene, queste possono sembrare sottigliezze, questioni – come si usa dire – di lana caprina, ma non è così: una politica che rinuncia a decidere, che si esime dal fornire alla società schemi valoriali di riferimento, non solo si spoglia della natura stessa del proprio primato, ma presta il fianco a qualsivoglia tensione, pulsione, fermento, perché gli scopi possono essere i più diversi e le modalità per raggiungerli, analogamente, possono essere le più disparate.
Credo che, nella fretta, nessuno si accorgesse, insomma, in una parola, dell’avvento di una globalizzazione – questa – tanto fredda e selvaggia da moltiplicare ed accrescere a dismisura differenze, divari e divaricazioni sociali d’ogni genere.
Ecco perché – armato unicamente del suo spaventoso corollario di diffidenze, paure, rabbie, particolarismi e settarismi – l’uomo occidentale post-moderno è – all’ennesima potenza – quello che già Simmel definiva “un individuo blasé”, uno che non determina né le mode né “i modi”, ma segue le une ed agisce gli altri pedissequamente.
Guardate dove vi ho portato partendo da una domanda la cui risposta è – adesso lo sapete, lo avete “toccato con mano” – solo apparentemente, tanto banale da sembrare scontata: a riflettere su voi, su noi stessi, sul vostro – sul nostro – modo di essere, su come siete – siamo – e/o, se ancora non lo siamo, rischiamo comunque di diventare, sulla provvisorietà e sulla fungibilità effimera ed utilitaristica delle vostre – delle nostre – relazioni…
Si vorrebbe noi ci assuefacessimo alla logica del lutto matematico e a quanto ne consegue, ma una società che accettasse l’idea di essere una mera sommatoria di individui sarebbe – ovviamente – condannata ad implodere senza lasciare alcuna traccia di sé, e a chi gioverebbe?
Nemmeno a quelli che pure, stolti e miopi, si ostinano a spingerci verso quel baratro, credetemi.