venerdì 12 dicembre 2025

"La storia siamo noi", eventi e ricorrenze: la strategia della tensione


 

 





Di Matteo Sabbatani

 

 Oggi, 56 anni fa, con la strage di Piazza Fontana a Milano, aveva inizio, nel nostro Paese, la fase storica della cosiddetta "Strategia della tensione": con la complicità di servizi segreti deviati, organizzazioni neo-fasciste, massoneria e pezzi delle Istituzioni, era volta a sovvertire l'ordinamento repubblicano e culminò con la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.   56 anni dopo, figli, figliastri, nipoti e pronipoti dei protagonisti di quella stagione sono al Governo, intenzionati a "finire il lavoro"

venerdì 28 novembre 2025

La cultura e la politica: destra e sinistra nel terzo millennio











Di Matteo Sabbatani

A poco più di due settimane dal cinquantesimo anniversario della prematura scomparsa di quell’intellettuale libero e geniale che rispondeva al nome di Pier Paolo Pasolini (un omicidio i cui mandanti, al pari degli effettivi esecutori materiali, permangono nell’ombra), ci ritroviamo – con nostra stessa sorpresa – a considerare come la Cultura propriamente detta – cioè quella che non ha nulla a che spartire con il mero e sterile nozionismo – non sia e non possa essere, per sua natura, “di destra” o “di sinistra”.
Essa, infatti, non coincide – a nostro avviso, s’intende – con l’insieme dei concetti che un individuo è in grado di introiettare, ma con la capacità del medesimo di adottare, adoperare e ricorrere a questi ultimi nella lettura del presente, sia per quanto concerne i fatti e le circostanze che ne caratterizzano il darsi contingente in una forma determinata, sia per quel che attiene le cause che ne sono state il prodromo.
Dunque, se – in altri termini – la Cultura è la capacità di coniugare debitamente nozioni e machiavellica “qualità dei tempi”, non ci resta che constatare come questi siano tempi così opachi da renderla inservibile o per lo meno inutilizzabile.
Qui da noi, infatti, per un verso, una destra politica ancora recalcitrante di fronte alla necessità di fare seriamente i conti col proprio passato continua a considerarla dannosa e financo nociva e, per l’altro, viene trattata alla stregua di una vacua e pesante zavorra anche da molta parte della cosiddetta sinistra, la quale si crogiola tra il timore di giocare la carta dell’identità (sempre che ne abbia una degna di questo nome) e la tentazione di inseguire la controparte sul terreno scosceso del populismo demagogico, meglio ancora se ideologizzato.
Perciò, se è vero com’è vero che – nel migliore dei casi – questo incipiente cerchiobottismo si traduce – almeno per il PD – in una sostanziale stagnazione del consenso, ci pare egualmente inconfutabile che il cosiddetto “campo largo”, allo stato (ovvero al netto dei risultati delle recenti regionali), sia poco più – o forse addirittura poco meno – che una forzatura giornalistica: perché?
Perché l’eterogeneità dei soggetti chiamati a comporlo è tale che, almeno a nostro avviso, il solo collante dell’ “anti-melonismo” non garantisce a sufficienza la necessaria coesione dell’opposizione.
E’ innegabile – poi – che, mentre il movimento 5stelle – avendo tardivamente deciso di tentare di trasformarsi in partito – sta subendo l’inevitabile, progressivo e – per fortuna – inarrestabile declino cui sono destinati tutti i movimenti d’opinione privi di struttura, Italia Viva – ammesso e non concesso che un partito lo sia veramente – deve ancora rompere (e chissà se mai lo farà) il legame simbiotico con gli istinti umorali del suo leader, quel Matteo Renzi – ducetto di Rignano sull’Arno – che, dopo aver contribuito (lo dice l’aritmetica) all’elezione di La Russa alla presidenza del Senato, ha voltato le spalle a Giorgia la fascista solo perché quest’ultima – per Legge – gli ha impedito di sommare il già lauto stipendio da parlamentare agli emolumenti derivanti dalla sua attività di conferenziere.
Non di meno, detto per inciso, sentiamo di poter essere facili profeti – a voi stabilire se “di sventura” o meno – nel preconizzare che “il politicante toscano” (la cui concreta e reale conoscenza degli equilibri istituzionali e costituzionali a noi pare – e non da oggi – quantomai raffazzonata e lacunosa, per usare gentili eufemismi) finirà per sostenere, la prossima primavera al referendum, la riforma della giustizia targata Nordio (quella che istituzionalizza il sogno berlusconiano e piduista della separazione delle carriere dei magistrati, per intenderci): lo farà – vedrete – mosso, sia da una mai celata insofferenza nei confronti delle toghe (specie se e quando queste indagano su di lui), sia da una concezione della politica volta ad intendere la medesima non già come la decisione e/o l’influenza sulla decisione – cioè in senso, per così dire, weberiano – ma come pura, semplice, demagogica e mistificatoria – ancorché sterile ed inutile – esaltazione del decisionismo.
La perdurante “pubertà politica” – ci si passi l’ardito neologismo – e la costante insipienza dell’in-Azione di Calenda – il quale, da perfetto neofita, preferisce la subordinazione supina alla maggioranza (sia pur esplicata sotto le mentite spoglie dell’abusato refrain:
“Valutiamo ogni provvedimento nel merito”) all’assunzione di qualsivoglia responsabilità correlata ad un posizionamento tangibile e reale – completa un quadro desolante e disarmante in cui soltanto AVS conserva – secondo noi – una qualche dignitosa consistenza.
Allora?
Allora la cultura – quella che non è né di destra, né di sinistra – rimane, paradossalmente finché si vuole, la sola arma da brandire contro la massificazione del pensiero: occorre riassaporare – in un certo senso – il gusto peccaminoso dell’ostinazione a voler cercare – non già la verità “assoluta” (che, in quanto tale, non esiste) – ma almeno la nostra verità, accettando aprioristicamente il rischio – splendido – che non coincida mai con quella che ci raccontano.
Solo così – per chi ancora, nonostante tutto, ci crede – persino “Dio, Patria e Famiglia potrà tornare ad essere – a destra – qualcosa di diverso da un mero slogan da gridare in taluni “raduni nostalgici, tal che l’lettorato ultra-conservatore avrà agio di scegliere – coscientemente e consapevolmente – tra  i neofascisti veri, duri e puri che fan capo alla presidente del consiglio e quelli “d’occasione” (ci viene spontaneo affibbiargli questa etichetta) capitanati da un Salvini che, pur di inseguire la premier, s’è preso in casa un camerata impenitente come Vannacci.
Solo così la sinistra – o quel che ne resta – sarà finalmente libera di cercare la via ed i mezzi più consoni per tradurre i principi di eguaglianza, solidarietà e dignità in un alfabeto che sia comprensibile per “i figli del terzo millennio” e per tutti coloro che già oggi, attoniti, assistono alla scomparsa delle più basilari forme di intermediazione sociale e al trionfo – freddo e calcolato – di tutto ciò che è effimero e istantaneo.

 

 

 

 

venerdì 16 maggio 2025

Robert Francis Prevost è Leone XIV: la Chiesa, per fortuna, non torna indietro


Di Matteo Sabbatani



Che pontificato sarà quello di Leone Decimo Quarto, Robert Francis Prevost all’anagrafe?
In queste ore – dopo che, alle diciotto e sette minuti dell’8 maggio scorso, la fumata bianca uscita dal comignolo istallato sul tetto della cappella Sistina ha annunciato al mondo che è lui il nuovo vescovo di Roma – ci si chiede, da più parti, se il suo magistero e la sua pastorale saranno in continuità con il percorso di apertura della Chiesa al mondo ed alla società intrapreso – nel solco del concilio vaticano secondo – dal suo predecessore, papa Francesco.
Non siamo indovini, né maghi, né taumaturghi – è ovvio – ma questo creolo classe mille novecento cinquantacinque – discendente statunitense di emigrati spagnoli, francesi e italiani – a noi piace.
Certo, quello che è il cento sessantasettesimo successore di Pietro – Dottore in Matematica, Filosofia e Diritto Canonico – non ha forse l’empatia di papa Bergoglio, tal che – visibilmente emozionato e commosso – preferisce presentarsi al mondo leggendo un testo scritto accuratamente preparato, ma quelle parole – a cominciare dalla forte invocazione di una Pace disarmata e disarmante, umile e perseverante – sono comunque intrise dei suoi trascorsi, prima da frate missionario e, poi, da vescovo della Diocesi peruviana di Chiclayo.
Agostiniano, già priore generale dell’omonimo ordine, giunge al soglio pontificio dopo aver ricoperto – negli ultimi tre anni – la carica di Prefetto del Dicastero dei Vescovi, e il nome che ha scelto – Leone XIV, appunto – sembra poter esser indice, Storia alla mano, di un papato attento – in egual misura – tanto alle questioni sociali, quanto a quelle più prettamente politico-dottrinarie.
Infatti, non possiamo esimerci dal rammentare come Leone XIII – significativamente ricordato come l’estensore della Rerum Novarum, la prima enciclica sociale della Chiesa universale (1891) – sia stato anche il pontefice della Provvidentissimus deus (1893) nelle cui pagine si rimarca la circostanza in forza della quale – se, per un verso, è l’uso, ovvero l’interpretazione, delle scritture ad incarnare l’anima della teologia – per l’altro, come dimostra l’intera speculazione filosofica di san Tommaso, la teologia medesima è tale se – e solo se – ha un fondamento razionale, se si basa sul ragionamento.
Analogamente, non si può dimenticare che – così come Leone Magno sconfisse i barbari fermando Attila (ed il fato sa quanto siano parimenti pericolosi i barbari contemporanei) – Leone X, papa Medici, fu invece un insigne mecenate della bellezza e della cultura.
Dubitiamo dunque – stante quanto sopra – che il cardinal Prevost si presterà ad essere – e citiamo testualmente – “un pupazzo marxista in vaticano”, come già lo etichettano i trumpiani di stretta osservanza.
Un curriculum vitae come quello brevemente delineato pocanzi, al contrario, offre al mondo il ritratto di un uomo che non abbisogna del Bannon o del Musk di turno né per sapere chi è, né – meno che mai – per avere piena contezza dell’arduo compito che lo attende, e non già a causa – o per colpa – del dogma dell’infallibilità petrina.
No, un uomo del genere sa perfettamente che Dio – se c’è – non vive nella Chiesa formale e istituzionale, ma negli occhi e nel cuore di chi è sommerso dal fango, di chi soffre tra rovine e pozzanghere, nel calore di un abbraccio inatteso, nel sorriso di una madre che – pur avendo, purtroppo, perso un figlio – continua a cucinare per gli altri, in coloro che sono stanchi e/o arrabbiati e delusi, nei senzatetto e, sì, forse anche – paradossalmente – in quelli che a lui, a Dio, non credono più, non crederanno mai o non hanno mai creduto.
Pazienza se tutto questo – più che con Marx – ha a che vedere con l’umanità precipuamente intesa e, al massimo, come sosteneva papa Francesco, col Vangelo.


 

mercoledì 30 aprile 2025

Una Chiesa nel solco di Bergoglio

Di Matteo Sabbatani

 

Chi sarà il successore di Jorge Mario Bergoglio? La Chiesa cattolica continuerà il lento, faticosissimo, contrastato processo di apertura al mondo e alla società intrapreso dal pontefice argentino, oppure – impaurita – tornerà a chiudersi in se stessa, scegliendo un successore di Pietro – come si suol dire – “di transizione”, termine che cela spesso “rigurgiti reazionari” come quelli che portarono all’elezione di Ratzinger?
Questi, per Santa Romana Chiesa, sono i giorni del cosiddetto novendiale, quelli compresi – cioè – tra i funerali del pontefice e l’inizio del conclave per l’elezione del nuovo vicario di Cristo in Terra; questi, per Santa Romana Chiesa, sono giorni in cui le congregazioni generali, le stesse che – dirette e coordinate dal collegio dei Cardinali – si sono occupate dell’organizzazione e della celebrazione delle esequie del Papa – si riuniscono con assidua frequenza: siamo nel pieno di un anno giubilare, peraltro, ed è quindi d’uopo (tutti, oltre Tevere, ne sono consci) adoperarsi perché il lasso temporale compreso tra “l’extra omnes” e “l’habemus papam” possa essere breve.
Non di meno, il prossimo – in virtù della sua nuova composizione, figlia delle nomine di Francesco – non sarà certo un conclave “eurocentrico” e, per paradosso, sarà forse quello in cui il nostro idioma farà – tra porporati che, nella stragrande maggioranza dei casi, non si conoscono tra loro – la parte del leone.
Così, se è difficile – e per fortuna – credere che un’Istituzione bimillenaria come la chiesa possa incontrare – nella scelta della sua guida suprema – inciampi di natura linguistica, è facile auspicare – per converso – che, come di fatto sempre avviene, più d’una tra le alte sfere della Santa Sede abbia già in mente, e non da oggi, l’identikit del nuovo vescovo di Roma.
Ovviamente, i nomi che circolano sono specchio ed emanazione diretta delle correnti politiche – perché di politica si tratta – che si fronteggiano nei sacri palazzi come altrove: si va dal Cardinal Pietro Parolin, già capo della segreteria di Stato vaticana durante il pontificato di Bergoglio (ma non sempre i numeri due hanno la stessa stoffa dei numeri uno, e Ratzinger – che pure, prima di succedergli, fu epigono e sodale di Woityla – ne è stato la più plastica delle dimostrazioni, Dio non ce ne voglia) all’attuale presidente della Conferenza episcopale italiana, l’arcivescovo di Bologna Monsignor Matteo Maria Zuppi.
Romano, espressione della comunità di Sant’Egidio, gesuita come Francesco, in lui – compagno di studi e fraterno amico del compianto David Sassoli – il papa che venne dalla fine del mondo vide, non solo la giusta guida “per le porpore di casa nostra”, ma anche il diplomatico più adatto a gestire alcune delle crisi umanitarie provocate dall’insorgere dei conflitti che stanno caratterizzando – su scala planetaria – l’alba, tutt’altro che serena, di questo ventunesimo secolo.
Un discorso simile ci spinge ad annoverare tra i papabili anche Sua Soavità il Patriarca latino di Gerusalemme, ovvero Monsignor Pier Battista Pizzaballa, una delle voci più scomode, autorevoli ed ascoltate – oggi – nel Medio oriente preda della miopia genocida israeliana.
Beninteso, la stima e la riconoscenza intellettuale ed umana verso quello che è stato, a nostro avviso, il grandissimo magistero di Bergoglio nella Chiesa e tra la gente ci indurrebbero a caldeggiare – oltre ai tre profili di cui sopra – anche quelli di moltissime altre personalità di identico calibro e caratura che sappiamo albergare – in queste ore – tra le mura petrine.
Dunque, poiché l’elenco sarebbe lungo e rischieremmo, per disattenzione, di dimenticare persino qualcuno, ci appelliamo all’intelligenza di chi legge per sperare di scampare ad un’accusa – quella di campanilismo o, peggio, di razzismo – che, mai come in questo caso, cozzerebbe con i nostri ideali e le nostre intenzioni: vogliate, pertanto, prendere i nomi ed i percorsi umani e spirituali pocanzi brevemente tratteggiati come semplici esempi di una Chiesa che – da laici razionalisti e ferventi illuministi quali siamo – ci piace e che crediamo aderisca al senso più pieno del cristianesimo.
D’altronde, ora – a noi come a tutti – non resta che attendere – auspicabilmente poco, come detto – confidando, se non proprio nello spirito santo, almeno nella saggezza di quella che è e resta – comunque – la più antica e radicata istituzione del globo, alla quale – sommessamente – ci permettiamo di rammentare che la lungimiranza non è certo debolezza.


domenica 27 aprile 2025

Addio a Papa Francesco


Se ne va, a 88 anni, Papa Francesco: il primo pontefice argentino, il primo gesuita successore di Pietro, si è spento improvvisamente alle 7 e 35 del giorno di pasquetta del 2025.
Finiscono così 12 anni di pontificato fondati, veramente, sulla denuncia delle contraddizioni e dei mali di questa società e di questo mondo.
Amato e rispettato anche da atei e non credenti di ogni sorta, ha tentato (solo la Storia dirà con quali effettivi risultati) sia di riportare la Chiesa, anche da un punto di vista "Istituzionale e dogmatico", ad una dimensione più umana, popolare e vicina alla gente, sia di farsi instancabile costruttore di Pace e Speranza in un. Mondo che assiste, volutamente inerte, al dipanarsi di quella che lui definì "la terza guerra mondiale a pezzi".
Ora tutti __ specie quanti, nei sacri palazzi, convivevano a fatica con la sua mentalità aperta, con la sua saggezza e con la sua "pastorale" __ si sperticheranno in lodi, sperando che nessuno ricordi che era a costoro che si riferiva quando chiedeva ai fedeli:
"Pregate per me".

Matteo Sabbatani

giovedì 3 ottobre 2024

Del «Lutto matematico» e delle sue implicazioni sociali, filosofiche, culturali e politiche

Di Matteo Sabbatani


Quanti numeri ci sono nella realtà? O, meglio, quanti sono i numeri reali?
D’acchito, ciascuno di noi – memore di quanto gli insegnano e gli inculcano sin dalle elementari – risponderebbe di certo:
«Infiniti» e lo farebbe – per di più – con una naturalezza disarmante, col viso segnato da un’espressione a metà tra l’incredulo e l’interdetto, stante la presunta ed apparente banalità del quesito.
Ma siamo poi cosi sicuri, mi chiedo e vi chiedo, che le cose stiano veramente in questo modo?L’interrogativo di cui sopra – che, detto per inciso, già in altre sedi ed occasioni mi sono posto – muove, se si vuole anche paradossalmente, dalla consapevolezza che – se, per converso, vi domandassi:
«Avete mai visto passare per strada un 1, un 2, un 3, un 5, un 10, un 100, un 368, un 3680?» e via “numerando” – voi, con altrettanta disarmante naturalezza – nonché altrettanto sorpresi – non solo, anche in questo caso, mi rispondereste ovviamente di no, ma sareste altresì colti – con ogni probabilità – da più di un dubbio circa la salute mentale del sottoscritto.
Dunque, qual è il nodo della questione?
Il punto è che – a mio avviso – i numeri, di fatto, in natura non esistono: sono delle convenzioni che trovano la loro ratio solo se associate a persone, oggetti o ad altre convenzioni (tempo, peso, distanza, potenza, valore nominale del denaro eccetera).
Per strada, allora, detto in altri termini e tanto per restare all’esempio precedente, non vedrete mai passare un 1, un 2, un 3 e così via, ma una, due, tre persone, automobili, camion, biciclette, motocicli…, e di questo siete perfettamente e pienamente consapevoli.
Ergo, poiché il numero è la convenzione basica che permette la lettura quantitativa del mondo – tal che si comincia sempre da 1 a contare qualsivoglia quantità – va da sé che 1 è il principio di tutto: tutto il resto, infatti, si ottiene comunque per somma, sottrazione, moltiplicazione e/o divisione di quantità composte da tanti 1.
Stante quanto sopra, quindi, la risposta più verosimile – cioè più corretta – alla domanda che ha dato origine a questa riflessione dovrebbe essere 1, proprio quell’1 che – non a caso – in filosofia rappresenta l’intero, ossia – appunto – il Tutto.
È la logica del cosiddetto «lutto matematico», presupposto fondamentale – in sociologia – per quell’interpretazione funzionalistica della realtà che oggi va per la maggiore e che meglio si accompagna e più si confà e si adatta alla globalizzazione imperante.
Così, ad esempio, poiché – in punto di fatto – è impossibile reperire, nella società post-moderna, la prima radice della latenza (ossia risalire ai valori fondanti del vivere comune), anche Dio e l’immanente vengono ad essere, semplicemente, il portato di una decisione eminentemente privata e personale, spesso indotta, se non proprio dettata – più che da un effettivo “sentire” o da una reale convinzione – dal bisogno di credere che l’esistenza e tutto ciò che la riempie e la circonda non si esaurisca qui.
Di contro, ma conseguentemente – atomizzato com’è – l’individuo avverte tutta l’insostenibile pesantezza della propria esclusiva condizione, quale che essa sia, e reagisce a questa precarietà nei modi più diversi.
Ora, per quanto mi riguarda – o, meglio, per quel che mi compete – non ho alcuna remora ad ammettere che, pur restando convintamente ed orgogliosamente strutturalista, quello che reputo essere l’acme dell’approccio e del pensiero funzionalista – ossia proprio il lutto matematico – mi affascina: è “un territorio”, per così dire, in cui il confine tra sociologia e filosofia appare così com’è, estremamente labile.
Ma sono altresì conscio che chi mi legge, pur con tutta la stima che può eventualmente nutrire nei miei confronti, specie se non capisce “dove voglio andare a parare”, se ne frega di quel che a me piace o non piace in tema di dissertazioni socio-filosofiche.
Pertanto, auspico non sorprenda la circostanza in forza della quale, ancora una volta, sia un ateo a farsi carico della necessità di denunziare i rischi insiti nel progressivo sfaldamento sociale che è – o dovrebbe essere – sotto gli occhi di tutti e di ciascuno: la globalizzazione, infatti, non è altro che il frutto – a mio parere avvelenato – di quella fine delle ideologie che ha caratterizzato, in occidente, gli ultimi dieci anni del ventesimo secolo e che ha visto la sua più emblematica e plastica manifestazione nella caduta, il 9 novembre 1989, del Muro di Berlino .
Si sa, la fretta è sempre una cattiva consigliera e – a maggior ragione – lo è quando avvenimenti epocali rendono urgente, indispensabile ed improcrastinabile il confronto immediato, per un verso, con la Storia con la S maiuscola e, per l’altro, con i fenomeni sociali che ne conseguono.
Onestamente, credo che questo sia ciò che è accaduto.
Credo – cioè – che, nella fretta – ambiziosa quanto necessaria – di trovare nuovi orizzonti di senso sperabilmente capaci di colmare vuoti sino ad allora impensabili, mentre – di là dal muro – la Germania procedeva a tambur battente alla riunificazione e l’Unione sovietica andava via-via sgretolandosi, di qua dal muro – invece si siano gettate nel calderone delle vituperate ideologie anche molte – forse troppe – idee.
Credo – in altre parole – che, nella fretta, non ci si sia avveduti che il mondo – ad un tratto – aveva cambiato, di sua unica sponte, paradigmi, priorità e persino velocità.
Credo – poscia – nessuno si sia reso conto, nella fretta, del pericolo (poi puntualmente verificatosi) che l’economia diventasse pressoché l’unico decisore politico realmente influente.
Mi pare inconfutabile, cioè, che, da quel momento, la politica abbia – passatemi la metafora – abdicato, cessando “di schianto” di coincidere sia – weberianamente parlando – con la decisione e/o con l’influenza sulla decisione, sia con l’eastoniana allocazione imperativa di valori, tal che il sistema politico si è ridotto – nei fatti – ad essere uno dei tanti sottosistemi della società, quello che – banalmente – si occupa solo del raggiungimento dei fini e non più – in via preliminare e precipua – anche della statuizione dei medesimi.
Ai più, lo so bene, queste possono sembrare sottigliezze, questioni – come si usa dire – di lana caprina, ma non è così: una politica che rinuncia a decidere, che si esime dal fornire alla società schemi valoriali di riferimento, non solo si spoglia della natura stessa del proprio primato, ma presta il fianco a qualsivoglia tensione, pulsione, fermento, perché gli scopi possono essere i più diversi e le modalità per raggiungerli, analogamente, possono essere le più disparate.
Credo che, nella fretta, nessuno si accorgesse, insomma, in una parola, dell’avvento di una globalizzazione – questa – tanto fredda e selvaggia da moltiplicare ed accrescere a dismisura differenze, divari e divaricazioni sociali d’ogni genere.
Ecco perché – armato unicamente del suo spaventoso corollario di diffidenze, paure, rabbie, particolarismi e settarismi – l’uomo occidentale post-moderno è – all’ennesima potenza – quello che già Simmel definiva “un individuo blasé”, uno che non determina né le mode né “i modi”, ma segue le une ed agisce gli altri pedissequamente.
Guardate dove vi ho portato partendo da una domanda la cui risposta è – adesso lo sapete, lo avete “toccato con mano” – solo apparentemente, tanto banale da sembrare scontata: a riflettere su voi, su noi stessi, sul vostro – sul nostro – modo di essere, su come siete – siamo – e/o, se ancora non lo siamo, rischiamo comunque di diventare, sulla provvisorietà e sulla fungibilità effimera ed utilitaristica delle vostre – delle nostre – relazioni…
Si vorrebbe noi ci assuefacessimo alla logica del lutto matematico e a quanto ne consegue, ma una società che accettasse l’idea di essere una mera sommatoria di individui sarebbe – ovviamente – condannata ad implodere senza lasciare alcuna traccia di sé, e a chi gioverebbe?
Nemmeno a quelli che pure, stolti e miopi, si ostinano a spingerci verso quel baratro, credetemi.

venerdì 7 giugno 2024

I «Neri dentro» e il rischio della “torsione neo-autoritaria”: tutte le lacune delle riforme dell’asse Meloni-Nordio-Salvini





Di Matteo Sabbatani

 

Ad appena un anno e mezzo dalla vittoria elettorale del centrodestra a trazione meloniana – e alla vigilia delle elezioni europee – ci ritroviamo a dover amaramente constatare, anche se avremmo preferito la sorte si fosse incaricata di smentirci, d’esser stati – in tempi non sospetti, cioè a tempo debito – facili profeti di sventura.
Infatti, impossibilitata a farsi beffe dei parametri di bilancio imposti dalla Ue (la quale – anzi – a prescindere dai risultati delle imminenti consultazioni, si prepara – in autunno – a sottoporre i nostri conti ad una procedura per deficit eccessivo) e degli obblighi derivanti dalla partecipazione all’Alleanza atlantica, questa destra non fa altro che sventolare i vessilli di quelli che – da sempre – sono i suoi cavalli di battaglia ed i suoi temi identitari.
“Neri dentro” e non “per caso”, questi impenitenti neofascisti – che, oramai non v’è dubbio, aderirono alla finiana svolta di Fiuggi per mero calcolo politico e non per convinzione – non perdono occasione per mostrare di aver mantenuto – circa la società italiana complessivamente intesa, dal ruolo della donna all’organizzazione dello Stato – una concezione di stampo prettamente mussoliniano, con buona pace della circostanza – in vero paradossale – per cui la Storia ha voluto fossero proprio loro ad iscrivere – per la prima volta in oltre settant’anni di vita repubblicana – il nome di un’esponente del gentil sesso “nell’albo dei nostri capi di governo”. 

Nessuno si stupisca, allora, stante quanto sopra, se – eccezion fatta, appunto, per la/il (non lo sapremo mai) presidente del consiglio e la di lei (o forse di lui) sorella – è d’uopo, per questo esecutivo, che la donna – alla stregua di quanto accadeva sino alla metà degli anni quaranta del secolo scorso e salvo che non mostri una certa predisposizione a truffare l’Istituto Nazionale di Previdenza sociale e l’erario  (nel qual caso, Ça va sans dire, un posto da ministra – o ministro – le spetta di diritto) – si limiti a figliare fin quando ciò le sia per natura possibile, mantenendo ordinata la casa e “presentabili” il marito e la prole.
Dunque, la sola ipotesi che un siffatto angelo del focolare – magari per tutelare la propria salute, o perché economicamente disagiato o per una miriade di altre insindacabili ragioni personali – possa  trovarsi nella condizione di dover interrompere una gravidanza è – se non inconcepibile (ipse dixit) perché, formalmente, la 194 non si tocca – per lo meno riprovevole: colei che, sciaguratamente, dovesse compiere questa scelta, quindi, secondo i piani del governo, in un futuro non troppo lontano, sarà chiamata – non solo e non tanto a risponderne dinanzi alla propria coscienza – quanto a fronteggiare le critiche spietate e gratuite, nonché gli impietosi giudizi “ad alzo zero”, degli esponenti di quelle associazioni antiabortiste che – nei consultori pubblici – affiancheranno psicologi e psicoterapeuti, quasi che questi ultimi non sappiano fare il loro mestiere.

Ma – lo accennavamo, sia pur brevemente, in sede di introduzione – anche lo Stato, le sue più alte e rappresentative Istituzioni, le sue articolazioni e persino il principio della separazione dei poteri paiono destinati a subire gli effetti di questo rigurgito reazionario.
Infatti, figlio com’è di uno scellerato do ut des spregiudicatamente giocato sulla pelle del Paese tra Fratelli d’Italia e Lega salviniana, il combinato disposto di Autonomia differenziata e cosiddetto premierato mette seriamente in pericolo le fondamenta stesse della Repubblica e – con queste ultime – l’unità della Nazione e le basi precipue della nostra convivenza civile, del nostro essere Comunità: perché?
Ebbene, onde tentare di rispondere compiutamente ed esaustivamente all’interrogativo – peraltro solo apparentemente retorico – di cui sopra, è doveroso rammentare anzitutto come:

1.    la nostra – redatta dall’Assemblea costituente eletta il 2 giugno 1946 ed entrata in vigore il primo gennaio 1948 – sia, per fortuna, una Costituzione rigida, circostanza – questa – in forza della quale qualsivoglia modifica – non solo può essere soggetta a referendum confermativo – ma, a norma dell’articolo 138 della medesima Legge fondamentale, deve essere approvata da ciascun ramo del parlamento con due successive deliberazioni a distanza non inferiore a tre mesi l’una dall’altra e, nella seconda deliberazione, la modifica in oggetto deve essere ratificata dalla maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera;
2. non di meno, la politologia – che pure, da bravi figli del tardo novecento, ci ostiniamo a credere abbia ancora ragione d’esistere – insegna (o per lo meno a noi ha insegnato) che il premierato, al pari del presidenzialismo o del semipresidenzialismo, è una forma di governo che, solitamente, si confà a sistemi politici forti – caratterizzati, cioè, dalla presenza di un numero contenuto di partiti organizzati – e si accompagna a sistemi elettorali di segno maggioritario.
Quindi, detto che quello italiano – composto com’è da una pluralità pressoché infinitesimale di soggetti politici più o meno organizzati e più o meno rappresentativi – non può certamente essere considerato un sistema politico forte e che esiste – e non potrebbe essere altrimenti – una stretta interdipendenza tra forma di governo, sistema elettorale e conformazione del sistema politico, chi scrive sente l’obbligo morale ed intellettuale di ammettere che muove dalla convinzione – pubblicamente esplicitata anche in occasione di altri, altrettanto maldestri e parimenti raffazzonati, tentativi di riforma – che un’eventuale ridefinizione della seconda parte della nostra Carta non sarebbe sufficiente, da sola, a risolvere talune farraginosità di cui soffre, ad esempio, il procedimento di formazione delle Leggi, e che – dunque – sarebbe forse più utile dare concreta implementazione a quelle parti del medesimo dettato costituzionale che, ad oggi, sono sostanzialmente inattuate.
Ora, ad un lettore ed elettore attento e consapevole – ne siamo convinti – a prescindere da quella che è la nostra posizione, basterebbero gli scarni rudimenti teorico-formali testé esposti per comprendere che – non avesse i contenuti che ha – il do ut des in questione sarebbe quanto mai risibile e non spaventerebbe nessuno: se, infatti, per un verso – pur concernendo il titolo quinto della Costituzione, ovvero il rapporto tra lo Stato e le Regioni – l’approvazione della famigerata autonomia differenziata sta seguendo (e non si sa perché) l’iter proprio delle Leggi ordinarie, il cosiddetto premierato – per l’altro – non si attaglia affatto, come abbiamo tentato di illustrare, alle caratteristiche strutturali del sistema politico italiano, ragion per cui chiunque avesse la pur minima cognizione dei meccanismi di funzionamento delle istituzioni – a meno che non volesse, di proposito, stravolgerle e bloccarle al fine di istaurare, senza ricorrere alla forza, un altro e diverso regime – non lo proporrebbe mai.
Tuttavia, il punto è proprio questo e – poiché i primi, cioè i lettori (quei pochi che ancora esistono e resistono) sono comunque sempre più distratti e la quantità dei secondi, vale a dire “degli elettori”, rischia di superare in scarsezza quella di chi è avvezzo a frequentare abitualmente edicole, biblioteche e librerie – preferiamo gettare il cuore oltre l’ostacolo, consci come siamo che – per quanto ci costi ammetterlo – Andreotti era nel giusto quando sosteneva:
«A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca».
Così, a futura memoria – perché le future generazioni non abbiano a dirci:
«Ma voi, mentre tutto ciò accadeva, dove eravate?» – ci pregiamo, in scienza e coscienza, di rilevare quanto segue:
1.    in Inghilterra – unica realtà occidentale in cui vige il premierato, quello vero e degno di questo nome, s’intende – il primo ministro (che è comunque nominato dal Monarca, ossia dal Capo dello Stato, esattamente come da noi lo nomina il Presidente Repubblica) è – appunto – un premier e non già – come prescrive invece il nostro Ordinamento – un Primus interpares;
2.    in Inghilterra – unica realtà occidentale ove vige il premierato, quello vero e degno di questo nome, s’intende – non vi è – ad onor del vero – un formale testo costituzionale, ma i documenti che sanciscono la natura – per così dire – dello Stato e ne regolano l’organizzazione, il funzionamento, i rapporti e le prerogative istituzionali (il più antico dei quali reca addirittura la data del 1425) sono immutati da secoli e – saremmo pronti a mettere entrambe le nostre mani sul fuoco – nessuno si sognerebbe nemmeno lontanamente di sindacarne o discuterne la valenza e il contenuto;
3.    in Inghilterra – unica realtà occidentale in cui vige il premierato, quello vero e degno di questo nome – da ultimo, il premier NON viene eletto direttamente dai cittadini, ma è tale esclusivamente in quanto leader del partito di maggioranza e, a norma di quanto previsto dal più recente dei documenti avente valore costituzionale cui si è fatto riferimento (il parlament act del 1911), può proporre al Re di sciogliere anticipatamente la Camera elettiva – quella dei Comuni – ma l’eventuale scioglimento è, e resta, prerogativa propria del Sovrano.
È E' allora evidente – tanto in punto di Diritto, quanto in punto di fatto – che questa destra preconizza un – definiamolo così – “Neo-autoritarismo all’italiana” totalmente privo di contrappesi, un sistema che – lungi dal somigliare al premierato – è un ircocervo di elementi di presidenzialismo e semipresidenzialismo confusamente mescolati tra loro, tale per cui – in sostanza e per sommi capi – si prevede:
1.    lo svuotamento dei poteri e delle prerogative di un Presidente della Repubblica che – da garante dell’unità nazionale ed arbitro della contesa politica – viene ad essere un semplice, inerte ed inutile spettatore dei “fatti di palazzo”, non potendo più esercitare alcuna influenza sul parlamento e sul governo;
2.    l’elezione diretta di un primo ministro che – assumendo su di sé il potere di sciogliere le camere – non è più un primus interpares cui spetta comunque la definizione dell’indirizzo politico dell’esecutivo, ma – nei fatti –  diventa il dominus dell’intero sistema politico, un premier che – non  solo si sceglie la maggioranza destinata a sostenerlo (un po’ come accadeva, guarda caso, durante il ventennio con i componenti della Camera dei fasci e delle corporazioni, i quali – pur essendo formalmente eletti dalla cittadinanza – venivano in realtà cooptati dal governo) – ma decide anche, di sua unica sponte, la composizione della compagine governativa, nominando e/o revocando i ministri, i viceministri e i sottosegretari;
3.    la possibilità che – in caso di caduta del governo – il tentativo di formarne un altro venga esperito solo da un componente della stessa maggioranza.
Si lavora, insomma, ad uno stravolgimento vero e proprio dell’assetto istituzionale del Paese che – dovesse malauguratamente accompagnarsi all’autonomia differenziata di matrice salvinian-leghista – segnerebbe, come si è detto, il definitivo sfaldamento del nostro comune destino, mandando in soffitta, ad esempio, quel servizio sanitario Nazionale che – fondato com’è sui principi dell’universalità d’accesso alle cure, dell’eguaglianza e dell’equità – pose fine, a far data dal 1978 (anno della sua istituzione), all’epoca delle “casse mutue”: perché?
Perché, incardinata sull’attribuzione alle Regioni – in sfregio a quanto previsto dall’articolo 117 della Costituzione – di una potestà legislativa esclusiva in materie come Sanità, appunto, e Scuola, impedisce alla Repubblica di emanare ed emendare – in questi delicati ambiti – quelle Leggi quadro che ne uniformano su scala nazionale i principi e le modalità di funzionamento.
CiCiliegina sull’indigeribile – almeno per quanto ci riguarda – torta di questo aberrante progetto complessivo di destrutturazione e distruzione della nostra civile ed unitaria convivenza, la riforma della giustizia targata Carlo Nordio è palesemente volta – a nostro avviso, s’intende – a far strame del pilastro fondante di ogni democrazia, il principio della separazione dei poteri: centrata su quella separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti che – per ragioni arcinote – stava tanto a cuore a Silvio Berlusconi, smembra – cioè divide in due distinte sezioni – il consiglio superiore della magistratura, affidando al caso – e quindi, di fatto, al parlamento in seduta comune eletto però come sopra – il compito di estrarre a sorte la maggioranza dei componenti togati di ciascuno dei due C.S.M scaturiti dallo smembramento medesimo, formalizzando così un’evidente ingerenza del potere legislativo nella gestione del potere giudiziario.

In conclusione, ci sembra quanto mai paradossale la circostanza per cui – come ci siamo assunti l’onere di dimostrare – chi si riempie la bocca dei concetti di Patria e di Nazione vorrebbe meramente cancellare gli ultimi settant’anni di storia di questo Paese, riportandolo ad un passato del quale osiamo dubitare questa stessa Patria, questa stessa Nazione avverta la mancanza.