sabato 25 aprile 2026

Referendum, stravince il NO: la Costituzione non si tocca





In punto di Fatto, di Diritto e... "di resilienza"

Di Matteo Sabbatani


Mossi da quel briciolo di “deontologia professionale”, (anche se la locuzione potrebbe sembrare ridondante), che pure – con un po’ di sana presunzione – siamo convinti di avere, ci apprestiamo a redigere questo commento – giocoforza non breve – circa la vittoria del NO nel referendum costituzionale sulla cosiddetta riforma della giustizia – che tale, come vedremo, non era né mai sarebbe stata – “a bocce ferme”, nel giorno – più di un mese dopo la chiusura delle urne – in cui si celebra l’ottantunesimo anniversario della liberazione dal nazi-fascismo.
Lo facciamo di proposito, nell’intento – sia di rimarcare il senso più profondo della nostra Storia – sia, e non è un paradosso, di postulare considerazioni il più possibile oggettive ed obbiettive, scevre – cioè – da trionfalismi che, per parte nostra, sarebbero – non solo e non tanto sterili ed inutili – quanto infondati e dissennati.
Ecco, allora, che proprio senno, obbiettività ed oggettività ci inducono, con tutto il rispetto per l’intelligenza e la resilienza degli italiani, ad escludere che la maggioranza di essi, per magia, si sia improvvisamente trovata “a proprio agio” nei panni, sia pur estemporanei, del fine costituzionalista, del giurista o comunque “dell’uomo di Legge” avvezzo a districarsi tra titoli, articoli e commi della nostra Carta fondamentale.
No, i dati – a cominciare da quello dell’affluenza – e i fatti dimostrano inequivocabilmente, a nostro avviso, come sia stata compresa la vera posta in gioco; no, i dati e i fatti  evidenziano  plasticamente – secondo noi – che la gente ha capito che in ballo, stavolta, non c’era solo quella sbandieratissima separazione delle carriere dei magistrati che fu cruccio di Gelli, Berlusconi e piduisti d’ogni risma, ma la possibilità che venisse irrimediabilmente sfregiato il patto fondante della nostra civile convivenza, del nostro essere – pur tra mille contraddizioni e incongruenze – una comunità, e tanto – per fortuna – è bastato.
Detto in altri termini, non è che noi italiani – fatte, s’intende, le debite eccezioni cui pocanzi si è accennato – la Costituzione la si conosca a menadito, purtroppo, né che si abbia – anche qui, intellettuali e giuristi a parte – piena contezza delle numerose implicazioni insite nel fatto che – come tutti gli ordinamenti vigenti in occidente – anche il nostro è incardinato sull’ineludibile principio illuminista della separazione dei poteri.
Anzi, pur essendo figli della nostra Storia – quindi discendenti di quei Romani che un certo Diritto l’hanno concepito e coniato da zero, pronipoti di quel Pericle che (proprio in tema di Diritto) fece agli ateniesi un memorabile ed attualissimo discorso, nonché cugini di primo grado di quel Montesquieu che la medesima tripartizione del potere ha teorizzato – non amiamo di certo soffermarci a spaccare in quattro il proverbiale capello.
Tuttavia – quasi per istinto – comprendiamo che qualcosa non va, se chi deve eseguire le Leggi mira a controllare e nominare coloro che ne devo verificare il rispetto, tal che il rischio che venga compromessa e limitata la libertà di tutti e di ciascuno si fa ben più che una remota ipotesi: perché?
Perché un governo – di qualunque matrice esso fosse – che avocasse a sé, oggi, la potestà di ingerirsi – eufemisticamente parlando – della composizione dell’organo deputato a vigilare sull’operato di quanti sono chiamati a verificare il rispetto delle Leggi impiegherebbe, domani, meno di niente a statuire i reati da perseguire e quelli rispetto ai quali si potrebbe anche “chiudere un occhio”, con buona pace di quanto prescritto da un altro principio cardine d’ogni democrazia liberale degna di questo nome: l’obbligatorietà dell’azione penale.
Non di meno – posto che non stiamo trattando di insulsi, banali e trascurabili tecnicismi giuridico-istituzionali – ci pare estremamente d’uopo rimarcare come la nostra “architettura costituzionale” poggi, in punto di fatto (oltre che – guarda caso – proprio “di Diritto”), su un articolato e perfettamente bilanciato sistema di pesi e contrappesi in virtù del quale – ad esempio – il Capo dello Stato è, nel contempo, il supremo garante dell’unità nazionale e il presidente di quel Consiglio Superiore della Magistratura cui compete di “governare le toghe”, di sanzionarne eventuali comportamenti illeciti e assicurarsi che il loro operato sia sempre disciplinarmente corretto, ossia esperito nel rispetto delle Norme, ovvero assoggettato unicamente proprio alla Legge.
Risulta insussistente e palesemente infondata, pertanto, stante quanto sopra, qualsivoglia presunta necessità concreta di “controllare i controllori “– ci si passi il bisticcio lievemente cacofonico – non solo perché, come detto, il tema è già stato mirabilmente affrontato e risolto dai padri costituenti (e, in proposito, i verbali dei lavori della – e del dibattito nella – commissione dei settantacinque ci paiono a dir poco illuminanti), ma perché l’esercizio della funzione giurisdizionale – in forza del bilanciamento di cui sopra – fa dell’autonomia dal parlamento e dal governo la garanzia della propria imparzialità e terzietà, a tutela di tutti e di ogni parte.
Peraltro, ai magistrati è già consentito di scegliere se svolgere funzioni requirenti e/o “giudicanti”, a patto che accettino – passando da una funzione all’altra – di trasferirsi in altra sede.
Dunque, a ben vedere, in punto di fatto, anche la circostanza per cui – su base annua – il numero delle toghe che si avvalgono di questa opportunità sia più che mai risibile testimonia che altri, in vero, erano gli scopi sottesi al varo ed all’approvazione – fortunatamente sventata – di un disegno, quello in oggetto, palesemente mirato – oltre che, come abbiamo visto, ad assoggettare all’esecutivo il potere giudiziario – a disarticolare i gangli della Repubblica, preparando il terreno alla successiva istaurazione di quel premierato – vero e proprio abominio giuridico – che, tra le altre cose, avrebbe letteralmente spogliato l’inquilino del Quirinale di talune prerogative – ivi comprese, guarda caso, quelle relative alla designazione di una quota dei componenti del citato C.S.M. – a favore del governo.
Quel minimo di discernimento e resilienza che – grazie a Dio – ancora conserviamo, insomma, ci ha permesso di non cadere nel tranello e di palesare la consapevolezza che, sì, questo Paese ha effettivamente bisogno di un’incisiva riforma della giustizia, ma la medesima – se, da un lato, non può essere incentrata sui meccanismi che regolamentano la democratica elezione delle sue componenti dirigenziali – dall’altro, deve invece esplicarsi mediante l’implementazione degli organici e delle dotazioni, anche tecnologiche, dei tribunali e delle Corti d’appello: siamo convinti, infatti, che questo debba essere l’imprescindibile punto di partenza attorno al quale costruire una riforma seria e capace di assicurare la tanto auspicata ragionevole durata dei processi..
Ma – poiché non abbiamo alcuna intenzione di debordare delle nostre circoscritte competenze (siamo solo “politologi”, solo “poveri sociologi”, non certo legislatori) – chiudiamo qui un’analisi – questa – che crediamo di aver svolto doverosamente “in scienza e coscienza”, come ci ha insegnato – tra gli altri – quel professor Stefano Ceccanti che, incomprensibilmente ed inaspettatamente, dopo aver speso ore a spiegarci l’importanza dell’equilibrio tra i poteri costituzionali, per la seconda volta consecutiva (la prima fu per sostenere l’insensato colabrodo targato Renzi-Boschi), ci pare abbia preferito anteporre il narcisismo alla dottrina: spiace constatare come – pur di conseguire qualche puerile rivincita politica personale – si possa essere disposti ad allargare il  fossato tra pragmatismo – definiamolo così – e realtà.

venerdì 12 dicembre 2025

"La storia siamo noi", eventi e ricorrenze: la strategia della tensione


 

 





Di Matteo Sabbatani

 

 Oggi, 56 anni fa, con la strage di Piazza Fontana a Milano, aveva inizio, nel nostro Paese, la fase storica della cosiddetta "Strategia della tensione": con la complicità di servizi segreti deviati, organizzazioni neo-fasciste, massoneria e pezzi delle Istituzioni, era volta a sovvertire l'ordinamento repubblicano e culminò con la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.   56 anni dopo, figli, figliastri, nipoti e pronipoti dei protagonisti di quella stagione sono al Governo, intenzionati a "finire il lavoro"

venerdì 28 novembre 2025

La cultura e la politica: destra e sinistra nel terzo millennio











Di Matteo Sabbatani

A poco più di due settimane dal cinquantesimo anniversario della prematura scomparsa di quell’intellettuale libero e geniale che rispondeva al nome di Pier Paolo Pasolini (un omicidio i cui mandanti, al pari degli effettivi esecutori materiali, permangono nell’ombra), ci ritroviamo – con nostra stessa sorpresa – a considerare come la Cultura propriamente detta – cioè quella che non ha nulla a che spartire con il mero e sterile nozionismo – non sia e non possa essere, per sua natura, “di destra” o “di sinistra”.
Essa, infatti, non coincide – a nostro avviso, s’intende – con l’insieme dei concetti che un individuo è in grado di introiettare, ma con la capacità del medesimo di adottare, adoperare e ricorrere a questi ultimi nella lettura del presente, sia per quanto concerne i fatti e le circostanze che ne caratterizzano il darsi contingente in una forma determinata, sia per quel che attiene le cause che ne sono state il prodromo.
Dunque, se – in altri termini – la Cultura è la capacità di coniugare debitamente nozioni e machiavellica “qualità dei tempi”, non ci resta che constatare come questi siano tempi così opachi da renderla inservibile o per lo meno inutilizzabile.
Qui da noi, infatti, per un verso, una destra politica ancora recalcitrante di fronte alla necessità di fare seriamente i conti col proprio passato continua a considerarla dannosa e financo nociva e, per l’altro, viene trattata alla stregua di una vacua e pesante zavorra anche da molta parte della cosiddetta sinistra, la quale si crogiola tra il timore di giocare la carta dell’identità (sempre che ne abbia una degna di questo nome) e la tentazione di inseguire la controparte sul terreno scosceso del populismo demagogico, meglio ancora se ideologizzato.
Perciò, se è vero com’è vero che – nel migliore dei casi – questo incipiente cerchiobottismo si traduce – almeno per il PD – in una sostanziale stagnazione del consenso, ci pare egualmente inconfutabile che il cosiddetto “campo largo”, allo stato (ovvero al netto dei risultati delle recenti regionali), sia poco più – o forse addirittura poco meno – che una forzatura giornalistica: perché?
Perché l’eterogeneità dei soggetti chiamati a comporlo è tale che, almeno a nostro avviso, il solo collante dell’ “anti-melonismo” non garantisce a sufficienza la necessaria coesione dell’opposizione.
E’ innegabile – poi – che, mentre il movimento 5stelle – avendo tardivamente deciso di tentare di trasformarsi in partito – sta subendo l’inevitabile, progressivo e – per fortuna – inarrestabile declino cui sono destinati tutti i movimenti d’opinione privi di struttura, Italia Viva – ammesso e non concesso che un partito lo sia veramente – deve ancora rompere (e chissà se mai lo farà) il legame simbiotico con gli istinti umorali del suo leader, quel Matteo Renzi – ducetto di Rignano sull’Arno – che, dopo aver contribuito (lo dice l’aritmetica) all’elezione di La Russa alla presidenza del Senato, ha voltato le spalle a Giorgia la fascista solo perché quest’ultima – per Legge – gli ha impedito di sommare il già lauto stipendio da parlamentare agli emolumenti derivanti dalla sua attività di conferenziere.
Non di meno, detto per inciso, sentiamo di poter essere facili profeti – a voi stabilire se “di sventura” o meno – nel preconizzare che “il politicante toscano” (la cui concreta e reale conoscenza degli equilibri istituzionali e costituzionali a noi pare – e non da oggi – quantomai raffazzonata e lacunosa, per usare gentili eufemismi) finirà per sostenere, la prossima primavera al referendum, la riforma della giustizia targata Nordio (quella che istituzionalizza il sogno berlusconiano e piduista della separazione delle carriere dei magistrati, per intenderci): lo farà – vedrete – mosso, sia da una mai celata insofferenza nei confronti delle toghe (specie se e quando queste indagano su di lui), sia da una concezione della politica volta ad intendere la medesima non già come la decisione e/o l’influenza sulla decisione – cioè in senso, per così dire, weberiano – ma come pura, semplice, demagogica e mistificatoria – ancorché sterile ed inutile – esaltazione del decisionismo.
La perdurante “pubertà politica” – ci si passi l’ardito neologismo – e la costante insipienza dell’in-Azione di Calenda – il quale, da perfetto neofita, preferisce la subordinazione supina alla maggioranza (sia pur esplicata sotto le mentite spoglie dell’abusato refrain:
“Valutiamo ogni provvedimento nel merito”) all’assunzione di qualsivoglia responsabilità correlata ad un posizionamento tangibile e reale – completa un quadro desolante e disarmante in cui soltanto AVS conserva – secondo noi – una qualche dignitosa consistenza.
Allora?
Allora la cultura – quella che non è né di destra, né di sinistra – rimane, paradossalmente finché si vuole, la sola arma da brandire contro la massificazione del pensiero: occorre riassaporare – in un certo senso – il gusto peccaminoso dell’ostinazione a voler cercare – non già la verità “assoluta” (che, in quanto tale, non esiste) – ma almeno la nostra verità, accettando aprioristicamente il rischio – splendido – che non coincida mai con quella che ci raccontano.
Solo così – per chi ancora, nonostante tutto, ci crede – persino “Dio, Patria e Famiglia potrà tornare ad essere – a destra – qualcosa di diverso da un mero slogan da gridare in taluni “raduni nostalgici, tal che l’lettorato ultra-conservatore avrà agio di scegliere – coscientemente e consapevolmente – tra  i neofascisti veri, duri e puri che fan capo alla presidente del consiglio e quelli “d’occasione” (ci viene spontaneo affibbiargli questa etichetta) capitanati da un Salvini che, pur di inseguire la premier, s’è preso in casa un camerata impenitente come Vannacci.
Solo così la sinistra – o quel che ne resta – sarà finalmente libera di cercare la via ed i mezzi più consoni per tradurre i principi di eguaglianza, solidarietà e dignità in un alfabeto che sia comprensibile per “i figli del terzo millennio” e per tutti coloro che già oggi, attoniti, assistono alla scomparsa delle più basilari forme di intermediazione sociale e al trionfo – freddo e calcolato – di tutto ciò che è effimero e istantaneo.

 

 

 

 

venerdì 16 maggio 2025

Robert Francis Prevost è Leone XIV: la Chiesa, per fortuna, non torna indietro


Di Matteo Sabbatani



Che pontificato sarà quello di Leone Decimo Quarto, Robert Francis Prevost all’anagrafe?
In queste ore – dopo che, alle diciotto e sette minuti dell’8 maggio scorso, la fumata bianca uscita dal comignolo istallato sul tetto della cappella Sistina ha annunciato al mondo che è lui il nuovo vescovo di Roma – ci si chiede, da più parti, se il suo magistero e la sua pastorale saranno in continuità con il percorso di apertura della Chiesa al mondo ed alla società intrapreso – nel solco del concilio vaticano secondo – dal suo predecessore, papa Francesco.
Non siamo indovini, né maghi, né taumaturghi – è ovvio – ma questo creolo classe mille novecento cinquantacinque – discendente statunitense di emigrati spagnoli, francesi e italiani – a noi piace.
Certo, quello che è il cento sessantasettesimo successore di Pietro – Dottore in Matematica, Filosofia e Diritto Canonico – non ha forse l’empatia di papa Bergoglio, tal che – visibilmente emozionato e commosso – preferisce presentarsi al mondo leggendo un testo scritto accuratamente preparato, ma quelle parole – a cominciare dalla forte invocazione di una Pace disarmata e disarmante, umile e perseverante – sono comunque intrise dei suoi trascorsi, prima da frate missionario e, poi, da vescovo della Diocesi peruviana di Chiclayo.
Agostiniano, già priore generale dell’omonimo ordine, giunge al soglio pontificio dopo aver ricoperto – negli ultimi tre anni – la carica di Prefetto del Dicastero dei Vescovi, e il nome che ha scelto – Leone XIV, appunto – sembra poter esser indice, Storia alla mano, di un papato attento – in egual misura – tanto alle questioni sociali, quanto a quelle più prettamente politico-dottrinarie.
Infatti, non possiamo esimerci dal rammentare come Leone XIII – significativamente ricordato come l’estensore della Rerum Novarum, la prima enciclica sociale della Chiesa universale (1891) – sia stato anche il pontefice della Provvidentissimus deus (1893) nelle cui pagine si rimarca la circostanza in forza della quale – se, per un verso, è l’uso, ovvero l’interpretazione, delle scritture ad incarnare l’anima della teologia – per l’altro, come dimostra l’intera speculazione filosofica di san Tommaso, la teologia medesima è tale se – e solo se – ha un fondamento razionale, se si basa sul ragionamento.
Analogamente, non si può dimenticare che – così come Leone Magno sconfisse i barbari fermando Attila (ed il fato sa quanto siano parimenti pericolosi i barbari contemporanei) – Leone X, papa Medici, fu invece un insigne mecenate della bellezza e della cultura.
Dubitiamo dunque – stante quanto sopra – che il cardinal Prevost si presterà ad essere – e citiamo testualmente – “un pupazzo marxista in vaticano”, come già lo etichettano i trumpiani di stretta osservanza.
Un curriculum vitae come quello brevemente delineato pocanzi, al contrario, offre al mondo il ritratto di un uomo che non abbisogna del Bannon o del Musk di turno né per sapere chi è, né – meno che mai – per avere piena contezza dell’arduo compito che lo attende, e non già a causa – o per colpa – del dogma dell’infallibilità petrina.
No, un uomo del genere sa perfettamente che Dio – se c’è – non vive nella Chiesa formale e istituzionale, ma negli occhi e nel cuore di chi è sommerso dal fango, di chi soffre tra rovine e pozzanghere, nel calore di un abbraccio inatteso, nel sorriso di una madre che – pur avendo, purtroppo, perso un figlio – continua a cucinare per gli altri, in coloro che sono stanchi e/o arrabbiati e delusi, nei senzatetto e, sì, forse anche – paradossalmente – in quelli che a lui, a Dio, non credono più, non crederanno mai o non hanno mai creduto.
Pazienza se tutto questo – più che con Marx – ha a che vedere con l’umanità precipuamente intesa e, al massimo, come sosteneva papa Francesco, col Vangelo.


 

mercoledì 30 aprile 2025

Una Chiesa nel solco di Bergoglio

Di Matteo Sabbatani

 

Chi sarà il successore di Jorge Mario Bergoglio? La Chiesa cattolica continuerà il lento, faticosissimo, contrastato processo di apertura al mondo e alla società intrapreso dal pontefice argentino, oppure – impaurita – tornerà a chiudersi in se stessa, scegliendo un successore di Pietro – come si suol dire – “di transizione”, termine che cela spesso “rigurgiti reazionari” come quelli che portarono all’elezione di Ratzinger?
Questi, per Santa Romana Chiesa, sono i giorni del cosiddetto novendiale, quelli compresi – cioè – tra i funerali del pontefice e l’inizio del conclave per l’elezione del nuovo vicario di Cristo in Terra; questi, per Santa Romana Chiesa, sono giorni in cui le congregazioni generali, le stesse che – dirette e coordinate dal collegio dei Cardinali – si sono occupate dell’organizzazione e della celebrazione delle esequie del Papa – si riuniscono con assidua frequenza: siamo nel pieno di un anno giubilare, peraltro, ed è quindi d’uopo (tutti, oltre Tevere, ne sono consci) adoperarsi perché il lasso temporale compreso tra “l’extra omnes” e “l’habemus papam” possa essere breve.
Non di meno, il prossimo – in virtù della sua nuova composizione, figlia delle nomine di Francesco – non sarà certo un conclave “eurocentrico” e, per paradosso, sarà forse quello in cui il nostro idioma farà – tra porporati che, nella stragrande maggioranza dei casi, non si conoscono tra loro – la parte del leone.
Così, se è difficile – e per fortuna – credere che un’Istituzione bimillenaria come la chiesa possa incontrare – nella scelta della sua guida suprema – inciampi di natura linguistica, è facile auspicare – per converso – che, come di fatto sempre avviene, più d’una tra le alte sfere della Santa Sede abbia già in mente, e non da oggi, l’identikit del nuovo vescovo di Roma.
Ovviamente, i nomi che circolano sono specchio ed emanazione diretta delle correnti politiche – perché di politica si tratta – che si fronteggiano nei sacri palazzi come altrove: si va dal Cardinal Pietro Parolin, già capo della segreteria di Stato vaticana durante il pontificato di Bergoglio (ma non sempre i numeri due hanno la stessa stoffa dei numeri uno, e Ratzinger – che pure, prima di succedergli, fu epigono e sodale di Woityla – ne è stato la più plastica delle dimostrazioni, Dio non ce ne voglia) all’attuale presidente della Conferenza episcopale italiana, l’arcivescovo di Bologna Monsignor Matteo Maria Zuppi.
Romano, espressione della comunità di Sant’Egidio, gesuita come Francesco, in lui – compagno di studi e fraterno amico del compianto David Sassoli – il papa che venne dalla fine del mondo vide, non solo la giusta guida “per le porpore di casa nostra”, ma anche il diplomatico più adatto a gestire alcune delle crisi umanitarie provocate dall’insorgere dei conflitti che stanno caratterizzando – su scala planetaria – l’alba, tutt’altro che serena, di questo ventunesimo secolo.
Un discorso simile ci spinge ad annoverare tra i papabili anche Sua Soavità il Patriarca latino di Gerusalemme, ovvero Monsignor Pier Battista Pizzaballa, una delle voci più scomode, autorevoli ed ascoltate – oggi – nel Medio oriente preda della miopia genocida israeliana.
Beninteso, la stima e la riconoscenza intellettuale ed umana verso quello che è stato, a nostro avviso, il grandissimo magistero di Bergoglio nella Chiesa e tra la gente ci indurrebbero a caldeggiare – oltre ai tre profili di cui sopra – anche quelli di moltissime altre personalità di identico calibro e caratura che sappiamo albergare – in queste ore – tra le mura petrine.
Dunque, poiché l’elenco sarebbe lungo e rischieremmo, per disattenzione, di dimenticare persino qualcuno, ci appelliamo all’intelligenza di chi legge per sperare di scampare ad un’accusa – quella di campanilismo o, peggio, di razzismo – che, mai come in questo caso, cozzerebbe con i nostri ideali e le nostre intenzioni: vogliate, pertanto, prendere i nomi ed i percorsi umani e spirituali pocanzi brevemente tratteggiati come semplici esempi di una Chiesa che – da laici razionalisti e ferventi illuministi quali siamo – ci piace e che crediamo aderisca al senso più pieno del cristianesimo.
D’altronde, ora – a noi come a tutti – non resta che attendere – auspicabilmente poco, come detto – confidando, se non proprio nello spirito santo, almeno nella saggezza di quella che è e resta – comunque – la più antica e radicata istituzione del globo, alla quale – sommessamente – ci permettiamo di rammentare che la lungimiranza non è certo debolezza.


domenica 27 aprile 2025

Addio a Papa Francesco


Se ne va, a 88 anni, Papa Francesco: il primo pontefice argentino, il primo gesuita successore di Pietro, si è spento improvvisamente alle 7 e 35 del giorno di pasquetta del 2025.
Finiscono così 12 anni di pontificato fondati, veramente, sulla denuncia delle contraddizioni e dei mali di questa società e di questo mondo.
Amato e rispettato anche da atei e non credenti di ogni sorta, ha tentato (solo la Storia dirà con quali effettivi risultati) sia di riportare la Chiesa, anche da un punto di vista "Istituzionale e dogmatico", ad una dimensione più umana, popolare e vicina alla gente, sia di farsi instancabile costruttore di Pace e Speranza in un. Mondo che assiste, volutamente inerte, al dipanarsi di quella che lui definì "la terza guerra mondiale a pezzi".
Ora tutti __ specie quanti, nei sacri palazzi, convivevano a fatica con la sua mentalità aperta, con la sua saggezza e con la sua "pastorale" __ si sperticheranno in lodi, sperando che nessuno ricordi che era a costoro che si riferiva quando chiedeva ai fedeli:
"Pregate per me".

Matteo Sabbatani

giovedì 3 ottobre 2024

Del «Lutto matematico» e delle sue implicazioni sociali, filosofiche, culturali e politiche

Di Matteo Sabbatani


Quanti numeri ci sono nella realtà? O, meglio, quanti sono i numeri reali?
D’acchito, ciascuno di noi – memore di quanto gli insegnano e gli inculcano sin dalle elementari – risponderebbe di certo:
«Infiniti» e lo farebbe – per di più – con una naturalezza disarmante, col viso segnato da un’espressione a metà tra l’incredulo e l’interdetto, stante la presunta ed apparente banalità del quesito.
Ma siamo poi cosi sicuri, mi chiedo e vi chiedo, che le cose stiano veramente in questo modo?L’interrogativo di cui sopra – che, detto per inciso, già in altre sedi ed occasioni mi sono posto – muove, se si vuole anche paradossalmente, dalla consapevolezza che – se, per converso, vi domandassi:
«Avete mai visto passare per strada un 1, un 2, un 3, un 5, un 10, un 100, un 368, un 3680?» e via “numerando” – voi, con altrettanta disarmante naturalezza – nonché altrettanto sorpresi – non solo, anche in questo caso, mi rispondereste ovviamente di no, ma sareste altresì colti – con ogni probabilità – da più di un dubbio circa la salute mentale del sottoscritto.
Dunque, qual è il nodo della questione?
Il punto è che – a mio avviso – i numeri, di fatto, in natura non esistono: sono delle convenzioni che trovano la loro ratio solo se associate a persone, oggetti o ad altre convenzioni (tempo, peso, distanza, potenza, valore nominale del denaro eccetera).
Per strada, allora, detto in altri termini e tanto per restare all’esempio precedente, non vedrete mai passare un 1, un 2, un 3 e così via, ma una, due, tre persone, automobili, camion, biciclette, motocicli…, e di questo siete perfettamente e pienamente consapevoli.
Ergo, poiché il numero è la convenzione basica che permette la lettura quantitativa del mondo – tal che si comincia sempre da 1 a contare qualsivoglia quantità – va da sé che 1 è il principio di tutto: tutto il resto, infatti, si ottiene comunque per somma, sottrazione, moltiplicazione e/o divisione di quantità composte da tanti 1.
Stante quanto sopra, quindi, la risposta più verosimile – cioè più corretta – alla domanda che ha dato origine a questa riflessione dovrebbe essere 1, proprio quell’1 che – non a caso – in filosofia rappresenta l’intero, ossia – appunto – il Tutto.
È la logica del cosiddetto «lutto matematico», presupposto fondamentale – in sociologia – per quell’interpretazione funzionalistica della realtà che oggi va per la maggiore e che meglio si accompagna e più si confà e si adatta alla globalizzazione imperante.
Così, ad esempio, poiché – in punto di fatto – è impossibile reperire, nella società post-moderna, la prima radice della latenza (ossia risalire ai valori fondanti del vivere comune), anche Dio e l’immanente vengono ad essere, semplicemente, il portato di una decisione eminentemente privata e personale, spesso indotta, se non proprio dettata – più che da un effettivo “sentire” o da una reale convinzione – dal bisogno di credere che l’esistenza e tutto ciò che la riempie e la circonda non si esaurisca qui.
Di contro, ma conseguentemente – atomizzato com’è – l’individuo avverte tutta l’insostenibile pesantezza della propria esclusiva condizione, quale che essa sia, e reagisce a questa precarietà nei modi più diversi.
Ora, per quanto mi riguarda – o, meglio, per quel che mi compete – non ho alcuna remora ad ammettere che, pur restando convintamente ed orgogliosamente strutturalista, quello che reputo essere l’acme dell’approccio e del pensiero funzionalista – ossia proprio il lutto matematico – mi affascina: è “un territorio”, per così dire, in cui il confine tra sociologia e filosofia appare così com’è, estremamente labile.
Ma sono altresì conscio che chi mi legge, pur con tutta la stima che può eventualmente nutrire nei miei confronti, specie se non capisce “dove voglio andare a parare”, se ne frega di quel che a me piace o non piace in tema di dissertazioni socio-filosofiche.
Pertanto, auspico non sorprenda la circostanza in forza della quale, ancora una volta, sia un ateo a farsi carico della necessità di denunziare i rischi insiti nel progressivo sfaldamento sociale che è – o dovrebbe essere – sotto gli occhi di tutti e di ciascuno: la globalizzazione, infatti, non è altro che il frutto – a mio parere avvelenato – di quella fine delle ideologie che ha caratterizzato, in occidente, gli ultimi dieci anni del ventesimo secolo e che ha visto la sua più emblematica e plastica manifestazione nella caduta, il 9 novembre 1989, del Muro di Berlino .
Si sa, la fretta è sempre una cattiva consigliera e – a maggior ragione – lo è quando avvenimenti epocali rendono urgente, indispensabile ed improcrastinabile il confronto immediato, per un verso, con la Storia con la S maiuscola e, per l’altro, con i fenomeni sociali che ne conseguono.
Onestamente, credo che questo sia ciò che è accaduto.
Credo – cioè – che, nella fretta – ambiziosa quanto necessaria – di trovare nuovi orizzonti di senso sperabilmente capaci di colmare vuoti sino ad allora impensabili, mentre – di là dal muro – la Germania procedeva a tambur battente alla riunificazione e l’Unione sovietica andava via-via sgretolandosi, di qua dal muro – invece si siano gettate nel calderone delle vituperate ideologie anche molte – forse troppe – idee.
Credo – in altre parole – che, nella fretta, non ci si sia avveduti che il mondo – ad un tratto – aveva cambiato, di sua unica sponte, paradigmi, priorità e persino velocità.
Credo – poscia – nessuno si sia reso conto, nella fretta, del pericolo (poi puntualmente verificatosi) che l’economia diventasse pressoché l’unico decisore politico realmente influente.
Mi pare inconfutabile, cioè, che, da quel momento, la politica abbia – passatemi la metafora – abdicato, cessando “di schianto” di coincidere sia – weberianamente parlando – con la decisione e/o con l’influenza sulla decisione, sia con l’eastoniana allocazione imperativa di valori, tal che il sistema politico si è ridotto – nei fatti – ad essere uno dei tanti sottosistemi della società, quello che – banalmente – si occupa solo del raggiungimento dei fini e non più – in via preliminare e precipua – anche della statuizione dei medesimi.
Ai più, lo so bene, queste possono sembrare sottigliezze, questioni – come si usa dire – di lana caprina, ma non è così: una politica che rinuncia a decidere, che si esime dal fornire alla società schemi valoriali di riferimento, non solo si spoglia della natura stessa del proprio primato, ma presta il fianco a qualsivoglia tensione, pulsione, fermento, perché gli scopi possono essere i più diversi e le modalità per raggiungerli, analogamente, possono essere le più disparate.
Credo che, nella fretta, nessuno si accorgesse, insomma, in una parola, dell’avvento di una globalizzazione – questa – tanto fredda e selvaggia da moltiplicare ed accrescere a dismisura differenze, divari e divaricazioni sociali d’ogni genere.
Ecco perché – armato unicamente del suo spaventoso corollario di diffidenze, paure, rabbie, particolarismi e settarismi – l’uomo occidentale post-moderno è – all’ennesima potenza – quello che già Simmel definiva “un individuo blasé”, uno che non determina né le mode né “i modi”, ma segue le une ed agisce gli altri pedissequamente.
Guardate dove vi ho portato partendo da una domanda la cui risposta è – adesso lo sapete, lo avete “toccato con mano” – solo apparentemente, tanto banale da sembrare scontata: a riflettere su voi, su noi stessi, sul vostro – sul nostro – modo di essere, su come siete – siamo – e/o, se ancora non lo siamo, rischiamo comunque di diventare, sulla provvisorietà e sulla fungibilità effimera ed utilitaristica delle vostre – delle nostre – relazioni…
Si vorrebbe noi ci assuefacessimo alla logica del lutto matematico e a quanto ne consegue, ma una società che accettasse l’idea di essere una mera sommatoria di individui sarebbe – ovviamente – condannata ad implodere senza lasciare alcuna traccia di sé, e a chi gioverebbe?
Nemmeno a quelli che pure, stolti e miopi, si ostinano a spingerci verso quel baratro, credetemi.