venerdì 16 maggio 2025

Robert Francis Prevost è Leone XIV: la Chiesa, per fortuna, non torna indietro


Di Matteo Sabbatani



Che pontificato sarà quello di Leone Decimo Quarto, Robert Francis Prevost all’anagrafe?
In queste ore – dopo che, alle diciotto e sette minuti dell’8 maggio scorso, la fumata bianca uscita dal comignolo istallato sul tetto della cappella Sistina ha annunciato al mondo che è lui il nuovo vescovo di Roma – ci si chiede, da più parti, se il suo magistero e la sua pastorale saranno in continuità con il percorso di apertura della Chiesa al mondo ed alla società intrapreso – nel solco del concilio vaticano secondo – dal suo predecessore, papa Francesco.
Non siamo indovini, né maghi, né taumaturghi – è ovvio – ma questo creolo classe mille novecento cinquantacinque – discendente statunitense di emigrati spagnoli, francesi e italiani – a noi piace.
Certo, quello che è il cento sessantasettesimo successore di Pietro – Dottore in Matematica, Filosofia e Diritto Canonico – non ha forse l’empatia di papa Bergoglio, tal che – visibilmente emozionato e commosso – preferisce presentarsi al mondo leggendo un testo scritto accuratamente preparato, ma quelle parole – a cominciare dalla forte invocazione di una Pace disarmata e disarmante, umile e perseverante – sono comunque intrise dei suoi trascorsi, prima da frate missionario e, poi, da vescovo della Diocesi peruviana di Chiclayo.
Agostiniano, già priore generale dell’omonimo ordine, giunge al soglio pontificio dopo aver ricoperto – negli ultimi tre anni – la carica di Prefetto del Dicastero dei Vescovi, e il nome che ha scelto – Leone XIV, appunto – sembra poter esser indice, Storia alla mano, di un papato attento – in egual misura – tanto alle questioni sociali, quanto a quelle più prettamente politico-dottrinarie.
Infatti, non possiamo esimerci dal rammentare come Leone XIII – significativamente ricordato come l’estensore della Rerum Novarum, la prima enciclica sociale della Chiesa universale (1891) – sia stato anche il pontefice della Provvidentissimus deus (1893) nelle cui pagine si rimarca la circostanza in forza della quale – se, per un verso, è l’uso, ovvero l’interpretazione, delle scritture ad incarnare l’anima della teologia – per l’altro, come dimostra l’intera speculazione filosofica di san Tommaso, la teologia medesima è tale se – e solo se – ha un fondamento razionale, se si basa sul ragionamento.
Analogamente, non si può dimenticare che – così come Leone Magno sconfisse i barbari fermando Attila (ed il fato sa quanto siano parimenti pericolosi i barbari contemporanei) – Leone X, papa Medici, fu invece un insigne mecenate della bellezza e della cultura.
Dubitiamo dunque – stante quanto sopra – che il cardinal Prevost si presterà ad essere – e citiamo testualmente – “un pupazzo marxista in vaticano”, come già lo etichettano i trumpiani di stretta osservanza.
Un curriculum vitae come quello brevemente delineato pocanzi, al contrario, offre al mondo il ritratto di un uomo che non abbisogna del Bannon o del Musk di turno né per sapere chi è, né – meno che mai – per avere piena contezza dell’arduo compito che lo attende, e non già a causa – o per colpa – del dogma dell’infallibilità petrina.
No, un uomo del genere sa perfettamente che Dio – se c’è – non vive nella Chiesa formale e istituzionale, ma negli occhi e nel cuore di chi è sommerso dal fango, di chi soffre tra rovine e pozzanghere, nel calore di un abbraccio inatteso, nel sorriso di una madre che – pur avendo, purtroppo, perso un figlio – continua a cucinare per gli altri, in coloro che sono stanchi e/o arrabbiati e delusi, nei senzatetto e, sì, forse anche – paradossalmente – in quelli che a lui, a Dio, non credono più, non crederanno mai o non hanno mai creduto.
Pazienza se tutto questo – più che con Marx – ha a che vedere con l’umanità precipuamente intesa e, al massimo, come sosteneva papa Francesco, col Vangelo.


 

Nessun commento:

Posta un commento