mercoledì 17 marzo 2010

Quando il giallo, purtroppo, è realtà


Di Matteo Sabbatani
(novembre 2004)

Quando, per dovere del nostro ufficio, abbiamo preso a scrivere il modesto epicedio che state leggendo sulle ultime presidenziali americane, siamo stati presi, lo ammettiamo, da una sensazione strana, come quando – all’ultima riga dell’ultima pagina d’un avvincente romanzo giallo – ci si accorge di non aver capito nulla della trama e che l’assassino – contrariamente a quanto suggeriva la logica – non è quello su cui l’autore è stato abile a far addensare i maggiori sospetti: già, perché – se a commettere l’omicidio in oggetto fosse stato quello che noi si considerava il maggior indiziato, quello che inopinatamente aveva sparato il primo colpo – beh, non si comprenderebbe allora – così come ancora fatichiamo in effetti a comprendere – perché a finire dietro le sbarre, previa esplicita pronunzia in tal senso della giuria popolare, sia stato l’altro, quello che – apparentemente – con l’assassinio proprio non aveva niente a che vedere, quello che – benché di armi ne abbia indubbiamente imbracciate in passato – il giorno del delitto neppure si aggirava, almeno così era riuscito a farci credere, nei pressi della scena del crimine.
Più volte – in queste ore e in questi giorni – abbiamo letto e riletto quelle pagine, ma qualcosa continua – sbadati che altro non siamo – a sfuggirci: evidentemente, ci siamo persi – non può che essere così – un passaggio fondamentale.
Ma com’è potuto accadere?
Eppure abbiamo posto la massima attenzione ad ogni più piccolo particolare; e poi – ad essere sinceri – in quella storia, di particolari piccoli, di particolari talmente insignificanti da poter essere considerati secondari dalla giuria popolare, non ve n’èra nemmeno uno: erano tutti, infatti, elementi macroscopici, elementi dei quali nemmeno la più abborracciata delle giurie non poteva non tener conto nell’emettere il verdetto.
Eppure non è andata come si sperava e, anzi, la difesa – che guarda caso vestiva la stessa toga del pubblico ministero – è riuscita a smontare pezzo per pezzo, sotto gli occhi di un mondo attonito ed incredulo, l’intero impianto accusatorio: quelle che la storia aveva dimostrato essere prove inconfutabili a carico dell’imputato Bush, cioè, si sono magicamente trasformate in medaglie da ostentare, in indizi di non colpevolezza.
A quegli indizi la giuria ha creduto; dall’accecante luccichio di quelle medaglie posticce la giuria si è lasciata abbagliare, con buona pace – crediamo noi – della logica e del buon senso, perché:
“L’America è l’America e la vita dei nostri figli val bene due litri di petrolio in più e il 40% dei posti di lavoro in meno”.
Per parte nostra, probabilmente ci siamo persi un passaggio, è vero, ma è il giallista è un pazzo, non un genio.

Nessun commento:

Posta un commento