
Di Matteo Sabbatani
(Maggio 2006)
Mentre ci accingiamo a svolgere queste brevi considerazioni aventi ad oggetto la riforma costituzionale che, elaborata ed approvata dal centrodestra, verrà sottoposta a referendum confermativo il 25 e 26 giugno, sappiamo bene che il più grosso tranello nel quale rischiamo di cadere è quello di limitare la nostra analisi alla sterile ed inutile polemica politica: questo faremmo, infatti, se – anziché approfondire le tematiche ed i motivi che sottendono il no che esprimeremo, speriamo in tanti, in quell’occasione – ci soffermassimo a disquisire di particolari marginali.
Invece no, pur denunciandola per quella che di fatto è – ossia come l’ultima, volgare, assurda «malandrinata dell’ormai ex maggioranza – non sprecheremo tempo e inchiostro ad indagare le ragioni che hanno spinto Silvio Berlusconi ed il suo esecutivo a decidere che la consultazione in questione dovesse tenersi ad estate inoltrata: sono i soliti, piccoli interessi di bottega portati avanti da chi – in maniera per nulla velata – spera in una bassa affluenza alle urne, in modo tale da poter minimizzare – in seguito – la portata e l’importanza del responso.
Quasi l’intera seconda parte della nostra costituzione subirebbe – qualora questa sciagurata riforma entrasse in vigore – uno stravolgimento totale, con buona pace di quei principi di separazione ed equilibrio dei poteri che sono e restano pilastri fondamentali, non solo della nostra, ma di ogni democrazia che si rispetti.
Ma attenzione, sbaglierebbe chi pensasse che noi, sostenendo quanto sopra, si voglia negare alla radice la necessità – che invece esiste – di adeguare il patto che consente e garantisce il nostro essere comunità alle mutate condizioni sociali ed economiche: a chi scrive, anzi e infatti, non sfugge l’esigenza e l’urgenza di porre mano – con il concorso di tutti – a tale adeguamento, ma vi sono valori – ad esempio quello dell’unità nazionale – e diritti – quello alla salute e all’istruzione –la cui tutela e possibilità effettiva d’esercizio deve continuare ad essere assicurata in egual misura sull’intero territorio nazionale.
Per altro verso, anche il corretto funzionamento del sistema politico-istituzionale di questo paese verrebbe seriamente messo in crisi: il normale legiferare – della cui lentezza procedurale lo stesso cavaliere s’è lamentato per tutto l’arco della passata legislatura – verrebbe ad essere un esercizio estremamente complesso.
La riforma, infatti, alla faccia del bicameralismo perfetto – in base al quale entrambi i rami del Parlamento hanno un identico potere legislativo e debbono approvare gli stessi provvedimenti – suddivide le materie: per alcune di esse sarebbe sufficiente l’approvazione da parte, ad esempio, della Camera; per altre, basterebbe quella del Senato; per altre ancora, in fine, l’approvazione di una legge da parte di una camera necessiterebbe del placet preventivo dell’altra e/o del preliminare pronunciamento di una commissione ad oc chiamata a decidere, in caso vi fossero eventuali controversie, a quale delle due assemblee spetti – in un determinato ambito – la potestà legislativa.
Pur volendo rifuggire da tecnicismi eccessivi, poi, è necessario rammentare che la forma di governo parlamentare si caratterizza, in generale, per la presenza di un rapporto di tipo fiduciario tra Parlamento e Governo e che, con la sola eccezione del caso inglese, il potere di scioglimento del parlamento medesimo è riconosciuto in capo al Presidente della Repubblica, sia pur previa audizione dei presidenti delle camere.
A Lorenzago di Cadore, dove – nel corso di un gioviale banchetto – questa brutale destrutturazione del sistema istituzionale è stata pensata, si è stabilito che sarebbe il primo ministro – e non più il capo dello stato – ha poter deliberatamente decidere di sciogliere il parlamento; lo potrebbe fare a sua completa discrezione.
Ora, pur volendo evitare facili parallelismi e tutta la retorica dei corsi e ricorsi storici, a noi pare inconfutabile, come abbiamo tentato di spiegare, che in questo disegno si accompagnino e si mescolino tra loro taluni tratti tipici dell’autoritarismo, un becero classismo e una mal celata volontà di colpire mortalmente lo stato sociale..
(Maggio 2006)
Mentre ci accingiamo a svolgere queste brevi considerazioni aventi ad oggetto la riforma costituzionale che, elaborata ed approvata dal centrodestra, verrà sottoposta a referendum confermativo il 25 e 26 giugno, sappiamo bene che il più grosso tranello nel quale rischiamo di cadere è quello di limitare la nostra analisi alla sterile ed inutile polemica politica: questo faremmo, infatti, se – anziché approfondire le tematiche ed i motivi che sottendono il no che esprimeremo, speriamo in tanti, in quell’occasione – ci soffermassimo a disquisire di particolari marginali.
Invece no, pur denunciandola per quella che di fatto è – ossia come l’ultima, volgare, assurda «malandrinata dell’ormai ex maggioranza – non sprecheremo tempo e inchiostro ad indagare le ragioni che hanno spinto Silvio Berlusconi ed il suo esecutivo a decidere che la consultazione in questione dovesse tenersi ad estate inoltrata: sono i soliti, piccoli interessi di bottega portati avanti da chi – in maniera per nulla velata – spera in una bassa affluenza alle urne, in modo tale da poter minimizzare – in seguito – la portata e l’importanza del responso.
Quasi l’intera seconda parte della nostra costituzione subirebbe – qualora questa sciagurata riforma entrasse in vigore – uno stravolgimento totale, con buona pace di quei principi di separazione ed equilibrio dei poteri che sono e restano pilastri fondamentali, non solo della nostra, ma di ogni democrazia che si rispetti.
Ma attenzione, sbaglierebbe chi pensasse che noi, sostenendo quanto sopra, si voglia negare alla radice la necessità – che invece esiste – di adeguare il patto che consente e garantisce il nostro essere comunità alle mutate condizioni sociali ed economiche: a chi scrive, anzi e infatti, non sfugge l’esigenza e l’urgenza di porre mano – con il concorso di tutti – a tale adeguamento, ma vi sono valori – ad esempio quello dell’unità nazionale – e diritti – quello alla salute e all’istruzione –la cui tutela e possibilità effettiva d’esercizio deve continuare ad essere assicurata in egual misura sull’intero territorio nazionale.
Per altro verso, anche il corretto funzionamento del sistema politico-istituzionale di questo paese verrebbe seriamente messo in crisi: il normale legiferare – della cui lentezza procedurale lo stesso cavaliere s’è lamentato per tutto l’arco della passata legislatura – verrebbe ad essere un esercizio estremamente complesso.
La riforma, infatti, alla faccia del bicameralismo perfetto – in base al quale entrambi i rami del Parlamento hanno un identico potere legislativo e debbono approvare gli stessi provvedimenti – suddivide le materie: per alcune di esse sarebbe sufficiente l’approvazione da parte, ad esempio, della Camera; per altre, basterebbe quella del Senato; per altre ancora, in fine, l’approvazione di una legge da parte di una camera necessiterebbe del placet preventivo dell’altra e/o del preliminare pronunciamento di una commissione ad oc chiamata a decidere, in caso vi fossero eventuali controversie, a quale delle due assemblee spetti – in un determinato ambito – la potestà legislativa.
Pur volendo rifuggire da tecnicismi eccessivi, poi, è necessario rammentare che la forma di governo parlamentare si caratterizza, in generale, per la presenza di un rapporto di tipo fiduciario tra Parlamento e Governo e che, con la sola eccezione del caso inglese, il potere di scioglimento del parlamento medesimo è riconosciuto in capo al Presidente della Repubblica, sia pur previa audizione dei presidenti delle camere.
A Lorenzago di Cadore, dove – nel corso di un gioviale banchetto – questa brutale destrutturazione del sistema istituzionale è stata pensata, si è stabilito che sarebbe il primo ministro – e non più il capo dello stato – ha poter deliberatamente decidere di sciogliere il parlamento; lo potrebbe fare a sua completa discrezione.
Ora, pur volendo evitare facili parallelismi e tutta la retorica dei corsi e ricorsi storici, a noi pare inconfutabile, come abbiamo tentato di spiegare, che in questo disegno si accompagnino e si mescolino tra loro taluni tratti tipici dell’autoritarismo, un becero classismo e una mal celata volontà di colpire mortalmente lo stato sociale..
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