
Di Matteo Sabbatani
(Settembre 2004)
Buon anno – buon anno davvero a tutti voi, signori – e, per favore, non vi stupite della circostanza in forza della quale ci apprestiamo solo ora a formularvi un augurio del genere: innanzi tutto, si tratta pur sempre di un augurio, merce rara in tempi come questi, in un’epoca in cui l’indifferenza verso il prossimo la fa da padrona e, chissà perché, non si è troppo avvezzi ai buoni auspici; secondariamente, poi, anche noi osiamo annoverarci, crediamo a ragion veduta, tra le schiere di quanti, indipendentemente dal calendario, sono fermamente convinti che, in vero, l’anno inizi a settembre, quando – cioè – la riapertura di fabbriche, uffici e scuole di ogni ordine e grado ci costringe a rapportarci nuovamente, ciascuno per quelle che sono le proprie incombenze, con l’ossequiosa, monotona, ripetitiva, ma rassicurante quotidianità.
Se allora è vero, come vagheggiamo e ci illudiamo di aver più sopra dimostrato, che questi sono i primi giorni del nuovo anno, quale tempo migliore del presente per tracciare un bilancio e riempirsi la bocca e il cuore di buoni propositi?
“L’ingerenza e la discrezionalità del Pubblico non vadano oltre la soglia della casa” , diceva Bodin qualche secolo fa e - poiché ci atteniamo a tale precetto – a noi non interessa, né abbiamo alcun titolo per sindacare sui propositi personali di alcuno.
Ad ognuno il suo, insomma, nel privato, ma il pubblico è altra cosa e non solo da un punto di vista etimologico: pubblico, infatti, per noi come già per Bodin, è tutto ciò che ha a che vedere con lo Stato; va da se, pertanto, che – in un ambito come questo – dire:
“Ad ognuno il suo” – come sembra, da noi, inviti a fare il centrodestra – significherebbe, non solo e non tanto dare il famoso colpo di spugna a quelle che sono le radici stesse della nostra comune convivenza – cosa comunque grave e, di per sé, dalle conseguenze imprevedibili – ma, e in modo altrettanto pericoloso, imprimere una ulteriore accelerazione e dare liceità al dilagare di quella sostanziale indifferenza verso l’altrui condizione cui si è fatto riferimento in apertura.
Le malelingue e i ben pensanti – che, a ben guardare, sono due facce della medesima medaglia – non ce ne vogliano, quindi, se – poste le premesse di cui sopra – come primo auspicio per l’anno che si apre, formuliamo quello di poter assistere, in tempi brevi, alla caduta del governo Berlusconi: le avvisaglie del possibile verificarsi del lieto evento, a dire il vero, già si son rese manifeste prima della pausa estiva e, se l’opposizione veramente si ricompatta attorno a Prodi (altri candidati credibili onestamente non se ne vedono) e spinge affinché emergano tutte le contraddizioni interne alla maggioranza, allora il probabile ricorso ad elezioni anticipate, da tenersi magari in concomitanza con le regionali di primavera, diventa assai più di un’ipotesi.
Ma noi, noi che pensiamo e diciamo queste cose e che abbiamo persino (secondo alcuni) la faccia tosta di scriverle, noi siam gente strana, gente a cui piace – di tanto in tanto – volare alto e, ben sapendo che il mondo non finisce fuori dal nostro minuscolo uscio, di auspici osiamo formularne anche alcuni, come dire, di più ampio respiro: così è – ad esempio – quello che finisca l’occupazione occidentale dell’Iraq, paese – questo – che, in definitiva, si è disfatto di una dittatura per ritrovarsene un’altra sul groppone, con buona pace della tanto sventolata bandiera della democrazia e del progresso, come se a tutti noi sfuggissero le ragioni che sottendono all’unilaterale decisione americana di intraprendere questa nefasta avventura e la subalternità in forza della quale – proprio a noi, a questa piccola Italia che rimedia magrissime figure in campo internazionale – tocca in sorte di far da scudieri a Bush. Il vento, però, e siamo in tanti a sperare che ciò avvenga effettivamente, può – o, per meglio dire, potrebbe - cambiare da qui a due messi: è sufficiente, infatti, o meglio lo sarebbe, che la superpotenza prenda atto che questa amministrazione l’ha costretta entro i rigidissimi cardini di una contraddizione in termini dalla quale, ne siamo ben consci, è difficile uscire, quella – cioè – che la fa essere, per un verso, puritana e, per l’altro, camaleontica e guerriera-
Di speranza in speranza, di auspicio in auspicio, potremmo continuare questa modesta riflessione pressoché all’infinito, ma qui ci fermiamo: non abbiamo la sfera di cristallo e non sappiamo quali sorprese ci riservino il mondo e la vita, ma siamo convinti che – se ciascuno di noi fa quant’è in suo potere perché l’esistere non sia solo uno sterile resistere – allora l’oggi non potrà che essere un lontano e distratto parente del domani.
(Settembre 2004)
Buon anno – buon anno davvero a tutti voi, signori – e, per favore, non vi stupite della circostanza in forza della quale ci apprestiamo solo ora a formularvi un augurio del genere: innanzi tutto, si tratta pur sempre di un augurio, merce rara in tempi come questi, in un’epoca in cui l’indifferenza verso il prossimo la fa da padrona e, chissà perché, non si è troppo avvezzi ai buoni auspici; secondariamente, poi, anche noi osiamo annoverarci, crediamo a ragion veduta, tra le schiere di quanti, indipendentemente dal calendario, sono fermamente convinti che, in vero, l’anno inizi a settembre, quando – cioè – la riapertura di fabbriche, uffici e scuole di ogni ordine e grado ci costringe a rapportarci nuovamente, ciascuno per quelle che sono le proprie incombenze, con l’ossequiosa, monotona, ripetitiva, ma rassicurante quotidianità.
Se allora è vero, come vagheggiamo e ci illudiamo di aver più sopra dimostrato, che questi sono i primi giorni del nuovo anno, quale tempo migliore del presente per tracciare un bilancio e riempirsi la bocca e il cuore di buoni propositi?
“L’ingerenza e la discrezionalità del Pubblico non vadano oltre la soglia della casa” , diceva Bodin qualche secolo fa e - poiché ci atteniamo a tale precetto – a noi non interessa, né abbiamo alcun titolo per sindacare sui propositi personali di alcuno.
Ad ognuno il suo, insomma, nel privato, ma il pubblico è altra cosa e non solo da un punto di vista etimologico: pubblico, infatti, per noi come già per Bodin, è tutto ciò che ha a che vedere con lo Stato; va da se, pertanto, che – in un ambito come questo – dire:
“Ad ognuno il suo” – come sembra, da noi, inviti a fare il centrodestra – significherebbe, non solo e non tanto dare il famoso colpo di spugna a quelle che sono le radici stesse della nostra comune convivenza – cosa comunque grave e, di per sé, dalle conseguenze imprevedibili – ma, e in modo altrettanto pericoloso, imprimere una ulteriore accelerazione e dare liceità al dilagare di quella sostanziale indifferenza verso l’altrui condizione cui si è fatto riferimento in apertura.
Le malelingue e i ben pensanti – che, a ben guardare, sono due facce della medesima medaglia – non ce ne vogliano, quindi, se – poste le premesse di cui sopra – come primo auspicio per l’anno che si apre, formuliamo quello di poter assistere, in tempi brevi, alla caduta del governo Berlusconi: le avvisaglie del possibile verificarsi del lieto evento, a dire il vero, già si son rese manifeste prima della pausa estiva e, se l’opposizione veramente si ricompatta attorno a Prodi (altri candidati credibili onestamente non se ne vedono) e spinge affinché emergano tutte le contraddizioni interne alla maggioranza, allora il probabile ricorso ad elezioni anticipate, da tenersi magari in concomitanza con le regionali di primavera, diventa assai più di un’ipotesi.
Ma noi, noi che pensiamo e diciamo queste cose e che abbiamo persino (secondo alcuni) la faccia tosta di scriverle, noi siam gente strana, gente a cui piace – di tanto in tanto – volare alto e, ben sapendo che il mondo non finisce fuori dal nostro minuscolo uscio, di auspici osiamo formularne anche alcuni, come dire, di più ampio respiro: così è – ad esempio – quello che finisca l’occupazione occidentale dell’Iraq, paese – questo – che, in definitiva, si è disfatto di una dittatura per ritrovarsene un’altra sul groppone, con buona pace della tanto sventolata bandiera della democrazia e del progresso, come se a tutti noi sfuggissero le ragioni che sottendono all’unilaterale decisione americana di intraprendere questa nefasta avventura e la subalternità in forza della quale – proprio a noi, a questa piccola Italia che rimedia magrissime figure in campo internazionale – tocca in sorte di far da scudieri a Bush. Il vento, però, e siamo in tanti a sperare che ciò avvenga effettivamente, può – o, per meglio dire, potrebbe - cambiare da qui a due messi: è sufficiente, infatti, o meglio lo sarebbe, che la superpotenza prenda atto che questa amministrazione l’ha costretta entro i rigidissimi cardini di una contraddizione in termini dalla quale, ne siamo ben consci, è difficile uscire, quella – cioè – che la fa essere, per un verso, puritana e, per l’altro, camaleontica e guerriera-
Di speranza in speranza, di auspicio in auspicio, potremmo continuare questa modesta riflessione pressoché all’infinito, ma qui ci fermiamo: non abbiamo la sfera di cristallo e non sappiamo quali sorprese ci riservino il mondo e la vita, ma siamo convinti che – se ciascuno di noi fa quant’è in suo potere perché l’esistere non sia solo uno sterile resistere – allora l’oggi non potrà che essere un lontano e distratto parente del domani.
Nessun commento:
Posta un commento