Di Matteo Sabbatani
Dopo
un Papa Grande, ecco un Pontefice – se non altro – onesto e sincero, prima
ancora che col mondo intero, con se stesso: questo ci sorprendiamo a scrivere
all’indomani dell’inatteso, storico, epocale e sconvolgente annuncio della
rinunzia, da parte di Joseph Ratzinger, alla cattedra di Pietro.
Dunque,
il fine ed austero teologo bavarese, già severo custode – per circa un
ventennio – dell’ortodossia cattolica, nonché ’amico e successore di Karol
Wojtyla – ad ottantasei anni – dice basta, chiude – è proprio il caso di dire
“qui ed ora” – la pagina della propria biografia che lo ha visto vestire i
panni – senza dubbio tutt’altro che comodi ed avvolgenti – del vicario di
Cristo in Terra: antepone – cioè – di fatto la coscienza e la consapevolezza di
sé alla ragion di Stato ed ai rigidissimi canoni di quella stessa Fede i cui
dogmi – meglio, i cui imperativi e postulati – conosce a menadito.
Benedetto
decimo-sesto, quindi, sorprende tutti – anche noi, come accennato in apertura –
con la forza di un gesto normale, sconvolgendo in un attimo palinsesti
televisivi e radiofonici – nonché menabò di giornali – tutti pronti ed
orientati a dividersi più o meno indistintamente – e, dato il periodo, non
potrebbe essere altrimenti – tra il “promettificio”, perdonateci il pessimo
neologismo, di una campagna elettorale in pieno svolgimento ed il
chiacchiericcio polemico che – come ogni anno – precede, accompagna e conclude
il Festival di Sanremo.
Ora
– ne siamo certi – commentatori ben più ferrati, affermati ed autorevoli di noi
– per tre, quattro settimane e forse più – lautamente ricompensati dell’immane
e “profetico” sforzo, sprecheranno il loro tempo e fiumi di inchiostro nel
tentativo – comunque vano e sterile – di delineare – il più precisamente
possibile, s’intende – i tratti socio-antropologici, politici, culturali e –
perché no – financo somatici del nuovo vescovo di Roma, con buona pace
dell’educazione, delle regole di una deontologia professionale tanto
sbandierata quanto – all’occasione –
sbeffeggiata e calpestata, nonché dell’etica e del rispetto.
A
quelli come noi (per i quali, francamente – se anche, “morto un papa”, se ne fa
un altro – non cambia la vita) non resta che attendere serenamente il passaggio
di questa ennesima, falsa buriana, col distacco consapevole di chi sa bene –
gattopardescamente parlando – che occorre che tutto cambi perché tutto rimanga
com’è.

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