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venerdì 5 febbraio 2016

Stagioni

Una vaga sensazione di indolenza permea e pervade le prime ore di questo venerdì cinque febbraio: l’epoca è quella che è e tutti – chi più, chi meno – ne subiamo il “fascino” – si fa per dire –malato e leggermente malinconico.
Quest’anno, per di più, pare proprio che l’inverno – meteorologicamente parlando – non voglia nemmeno venire, cosa che aiuta noi poeti – sempre in balia delle bizzarre e mutevoli stagioni dell’anima – a barcamenarci un po’ meglio nel “vivere pratico", anche se l’innata attitudine a fotografare il tempo – quello “antropologico”, s’intende – turba non poco i nostri sonni: cacofonie variamente assortite – disseminate ad arte nella quotidianità del Paese – mirano, infatti, ad edulcorare la realtà di tutti e di ciascuno, distogliendo l’attenzione generale dai problemi veri; e poco male se – un domani – ci si risvegliasse in un’era nella quale la partecipazione, “il farsi carico, il prendersi cura” fossero inutili orpelli, banali incombenze da espletare – a scadenze stabilite – in ossequio al rispetto delle regole formali.
Sommessamente, da umili e semplici osservatori delle italiche magagne quali siamo, ci permettiamo di ricordare che – solo pochi anni fa, quando sembrava spirare un altro vento (ma chissà se era poi tanto diverso da quello che soffia oggi) – in molti, anche a squarcia gola, cantavano e gridavano che:
«[…]questa maledetta notte
dovrà pur finire[…]».
Adesso, tutto si è sopito; adesso – per meglio dire – in tanti si sono assopiti, ma l’alba noi – sarà che siamo ipovedenti – non la vediamo ancora.


Matteo Sabbatani

martedì 12 febbraio 2013

Lascia un Papa austero, finalmente, anche con se stesso: e adesso? Sì, ma tanto...!




Di Matteo Sabbatani

Dopo un Papa Grande, ecco un Pontefice – se non altro – onesto e sincero, prima ancora che col mondo intero, con se stesso: questo ci sorprendiamo a scrivere all’indomani dell’inatteso, storico, epocale e sconvolgente annuncio della rinunzia, da parte di Joseph Ratzinger, alla cattedra di Pietro.

Dunque, il fine ed austero teologo bavarese, già severo custode – per circa un ventennio – dell’ortodossia cattolica, nonché ’amico e successore di Karol Wojtyla – ad ottantasei anni – dice basta, chiude – è proprio il caso di dire “qui ed ora” – la pagina della propria biografia che lo ha visto vestire i panni – senza dubbio tutt’altro che comodi ed avvolgenti – del vicario di Cristo in Terra: antepone – cioè – di fatto la coscienza e la consapevolezza di sé alla ragion di Stato ed ai rigidissimi canoni di quella stessa Fede i cui dogmi – meglio, i cui imperativi e postulati – conosce a menadito.

Benedetto decimo-sesto, quindi, sorprende tutti – anche noi, come accennato in apertura – con la forza di un gesto normale, sconvolgendo in un attimo palinsesti televisivi e radiofonici – nonché menabò di giornali – tutti pronti ed orientati a dividersi più o meno indistintamente – e, dato il periodo, non potrebbe essere altrimenti – tra il “promettificio”, perdonateci il pessimo neologismo, di una campagna elettorale in pieno svolgimento ed il chiacchiericcio polemico che – come ogni anno – precede, accompagna e conclude il Festival di Sanremo.

Ora – ne siamo certi – commentatori ben più ferrati, affermati ed autorevoli di noi – per tre, quattro settimane e forse più – lautamente ricompensati dell’immane e “profetico” sforzo, sprecheranno il loro tempo e fiumi di inchiostro nel tentativo – comunque vano e sterile – di delineare – il più precisamente possibile, s’intende – i tratti socio-antropologici, politici, culturali e – perché no – financo somatici del nuovo vescovo di Roma, con buona pace dell’educazione, delle regole di una deontologia professionale tanto sbandierata  quanto – all’occasione – sbeffeggiata e calpestata, nonché dell’etica e del rispetto.

A quelli come noi (per i quali, francamente – se anche, “morto un papa”, se ne fa un altro – non cambia la vita) non resta che attendere serenamente il passaggio di questa ennesima, falsa buriana, col distacco consapevole di chi sa bene – gattopardescamente parlando – che occorre che tutto cambi perché tutto rimanga com’è.

 

lunedì 6 febbraio 2012

Maturità '97: ma siamo sicuri che siano passati 12 anni?

Frugando tra una marea di scartoffie, ho ritrovato una copia del mio tema di maturità e considero sconsolante, non tanto e non solo che siano passati ormai quasi dodici anni (il tempo non lo ferma nessuno, purtroppo), quanto che, per certi versi, sembra sia stato scritto ieri.


«Politica, morale e cultura, un tempo unite a formare la coscienza collettiva di un Popolo, oggi, per ragioni le più disparate e varie, sono scisse ed a sé stanti e ciò, inevitabilmente, viene ad avere ripercussioni nella società che rischia di sfaldarsi in modo tangibile qualora non riesca a mantenere vive le ragioni stesse della sua unità.
Di certo, le cause di questo malessere hanno radici da ricercarsi, prima ancora che nell’intreccio politico-giudiziario di questi ultimi anni, nelle vicende che hanno caratterizzato il primo periodo post-unitario della storia del nostro Paese: già nella questione, tuttora in gran parte irrisolta, del divario tra Settentrione e Meridione sono ravvisabili, a mio parere, alcuni dei tratti salienti di questa problematica.
Non intendo in alcun modo avallare le tesi di quanti vedono nella secessione e nel separatismo la soluzione di una questione delicata e importante quale quella “meridionale” ; tuttavia, credo non sia un errore ricondurre una parte del travaglio morale, e del dissidio tra intellettuali e politici cui si fa riferimento, alla politica del governo Giolitti. Esso, come si ricorderà, accanto al tentativo di trovare un compromesso che non fosse penalizzante per le diverse realtà sociali del Paese, sviluppò una politica economica che, mediante laute elargizioni alla nascente industria del nord, tendeva ad incentivare la creazione dell’odierno polo industriale.
Quanto sopra portò alla formazione di due contesti culturali radicalmente diversi fra loro la cui equilibrata convivenza è stata, fino ad oggi, molto difficoltosa, ma ha trovato un punto di coagulo nella battaglia ideologica contro il fascismo. In quell’epoca si lasciarono da parte divergenze culturali e ideologiche per fare fronte comune nei confronti di una mentalità che faceva scempio dei più fondamentali diritti della persona ed esaltava, di contro, ideali quali forza, potenza fisica ed estetica.
E’ in questo periodo che, sopito momentaneamente il conflitto sociale, Gramsci anima la disputa tra gli intellettuali e la politica, ergendosi a portavoce della rivolta morale contro il regime.
Vuoi perché il mondo, specie in questi ultimi anni e in forza di avvenimenti storici di importanza fondamentale (dalla caduta del muro di Berlino alla fine dell’Urss, passando per la guerra del Golfo), ha cambiato faccia, vuoi per una serie innumerevole di altri motivi, risulta difficile, al giorno d’oggi, trovare intellettuali che non si “dilettino” nella politica, pur volendo mantenere in atto uno scontro inutile: l’intellettuale dovrebbe, uscendo dalla sua torre d’avorio, ritrovare la sua primaria funzione di “interprete della coscienza morale”.
La politica, oggi, tende ad anteporre alle esigenze del singolo individuo, quelle di carattere economico; se c’è una ragione quindi, una causa scatenante di questa disputa, essa è da ricercare nei ruoli, un tempo differenti, che queste due figure ricoprivano nel sistema sociale; ruoli, quelli di cui parlo, i cui limiti sono, nel presente, molto più indefiniti che in passato.
Se questo dissidio è ancora vivo lo si deve alla ottusa volontà della politica di voler affermare il proprio primato su tutto ciò che è la società e, a maggior ragione, nei confronti di coloro, gli intellettuali appunto, che fungono, per loro stessa natura, da termometro delle istanze sociali.
Non ci si avvede, oggi, dell’inutilità e della sterilità di uno scontro come questo, tanto più che in ballo ci siamo noi, c’è questo paese e il suo futuro, c’è un’incognita per la soluzione della quale occorre che si ritrovi l’unità di intenti di coloro che, a vario titolo e ciascuno per ciò che gli compete, hanno la possibilità e il dovere di far crescere questa nostra società
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Matteo Sabbatani