Mossi da quel briciolo di “deontologia professionale”, (anche se la
locuzione potrebbe sembrare ridondante), che pure – con un po’ di sana
presunzione – siamo convinti di avere, ci apprestiamo a redigere questo
commento – giocoforza non breve – circa la vittoria del NO nel referendum
costituzionale sulla cosiddetta riforma della giustizia – che tale, come
vedremo, non era né mai sarebbe stata – “a bocce ferme”, nel giorno – più di un
mese dopo la chiusura delle urne – in cui si celebra l’ottantunesimo
anniversario della liberazione dal nazi-fascismo.
Lo facciamo di proposito, nell’intento – sia di rimarcare il senso più
profondo della nostra Storia – sia, e non è un paradosso, di postulare
considerazioni il più possibile oggettive ed obbiettive, scevre – cioè – da
trionfalismi che, per parte nostra, sarebbero – non solo e non tanto sterili ed
inutili – quanto infondati e dissennati.
Ecco, allora, che proprio senno, obbiettività ed oggettività ci
inducono, con tutto il rispetto per l’intelligenza e la resilienza degli
italiani, ad escludere che la maggioranza di essi, per magia, si sia
improvvisamente trovata “a proprio agio” nei panni, sia pur estemporanei, del
fine costituzionalista, del giurista o comunque “dell’uomo di Legge” avvezzo a
districarsi tra titoli, articoli e commi della nostra Carta fondamentale.
No, i dati – a cominciare da quello dell’affluenza – e i fatti
dimostrano inequivocabilmente, a nostro avviso, come sia stata compresa la vera
posta in gioco; no, i dati e i fatti evidenziano
plasticamente – secondo noi – che la
gente ha capito che in ballo, stavolta, non c’era solo quella sbandieratissima
separazione delle carriere dei magistrati che fu cruccio di Gelli, Berlusconi e
piduisti d’ogni risma, ma la possibilità che venisse irrimediabilmente
sfregiato il patto fondante della nostra civile convivenza, del nostro essere –
pur tra mille contraddizioni e incongruenze – una comunità, e tanto – per
fortuna – è bastato.
Detto in altri termini, non è che noi italiani – fatte, s’intende, le
debite eccezioni cui pocanzi si è accennato – la Costituzione la si conosca a
menadito, purtroppo, né che si abbia – anche qui, intellettuali e giuristi a
parte – piena contezza delle numerose implicazioni insite nel fatto che – come
tutti gli ordinamenti vigenti in occidente – anche il nostro è incardinato
sull’ineludibile principio illuminista della separazione dei poteri.
Anzi, pur essendo figli della nostra Storia – quindi discendenti di
quei Romani che un certo Diritto l’hanno concepito e coniato da zero, pronipoti
di quel Pericle che (proprio in tema di Diritto) fece agli ateniesi un
memorabile ed attualissimo discorso, nonché cugini di primo grado di quel
Montesquieu che la medesima tripartizione del potere ha teorizzato – non amiamo
di certo soffermarci a spaccare in quattro il proverbiale capello.
Tuttavia – quasi per istinto – comprendiamo che qualcosa non va, se chi
deve eseguire le Leggi mira a controllare e nominare coloro che ne devo
verificare il rispetto, tal che il rischio che venga compromessa e limitata la
libertà di tutti e di ciascuno si fa ben più che una remota ipotesi: perché?
Perché un governo – di qualunque matrice esso fosse – che avocasse a sé,
oggi, la potestà di ingerirsi – eufemisticamente parlando – della composizione dell’organo
deputato a vigilare sull’operato di quanti sono chiamati a verificare il
rispetto delle Leggi impiegherebbe, domani, meno di niente a statuire i reati
da perseguire e quelli rispetto ai quali si potrebbe anche “chiudere un occhio”,
con buona pace di quanto prescritto da un altro principio cardine d’ogni
democrazia liberale degna di questo nome: l’obbligatorietà dell’azione penale.
Non di meno – posto che non stiamo trattando di insulsi, banali e
trascurabili tecnicismi giuridico-istituzionali – ci pare estremamente d’uopo
rimarcare come la nostra “architettura costituzionale” poggi, in punto di fatto
(oltre che – guarda caso – proprio “di Diritto”), su un articolato e
perfettamente bilanciato sistema di pesi e contrappesi in virtù del quale – ad
esempio – il Capo dello Stato è, nel contempo, il supremo garante dell’unità
nazionale e il presidente di quel Consiglio Superiore della Magistratura cui
compete di “governare le toghe”, di sanzionarne eventuali comportamenti
illeciti e assicurarsi che il loro operato sia sempre disciplinarmente corretto,
ossia esperito nel rispetto delle Norme, ovvero assoggettato unicamente proprio
alla Legge.
Risulta insussistente e palesemente infondata, pertanto, stante quanto
sopra, qualsivoglia presunta necessità concreta di “controllare i controllori “–
ci si passi il bisticcio lievemente cacofonico – non solo perché, come detto,
il tema è già stato mirabilmente affrontato e risolto dai padri costituenti (e,
in proposito, i verbali dei lavori della – e del dibattito nella – commissione
dei settantacinque ci paiono a dir poco illuminanti), ma perché l’esercizio
della funzione giurisdizionale – in forza del bilanciamento di cui sopra – fa dell’autonomia
dal parlamento e dal governo la garanzia della propria imparzialità e terzietà,
a tutela di tutti e di ogni parte.
Peraltro, ai magistrati è già consentito di scegliere se svolgere
funzioni requirenti e/o “giudicanti”, a patto che accettino – passando da una
funzione all’altra – di trasferirsi in altra sede.
Dunque, a ben vedere, in punto di fatto, anche la circostanza per cui –
su base annua – il numero delle toghe che si avvalgono di questa opportunità
sia più che mai risibile testimonia che altri, in vero, erano gli scopi sottesi
al varo ed all’approvazione – fortunatamente sventata – di un disegno, quello
in oggetto, palesemente mirato – oltre che, come abbiamo visto, ad assoggettare
all’esecutivo il potere giudiziario – a disarticolare i gangli della Repubblica,
preparando il terreno alla successiva istaurazione di quel premierato – vero e
proprio abominio giuridico – che, tra le altre cose, avrebbe letteralmente
spogliato l’inquilino del Quirinale di talune prerogative – ivi comprese,
guarda caso, quelle relative alla designazione di una quota dei componenti del
citato C.S.M. – a favore del governo.
Quel minimo di discernimento e resilienza che – grazie a Dio – ancora
conserviamo, insomma, ci ha permesso di non cadere nel tranello e di palesare
la consapevolezza che, sì, questo Paese ha effettivamente bisogno di
un’incisiva riforma della giustizia, ma la medesima – se, da un lato, non può
essere incentrata sui meccanismi che regolamentano la democratica elezione delle
sue componenti dirigenziali – dall’altro, deve invece esplicarsi mediante l’implementazione
degli organici e delle dotazioni, anche tecnologiche, dei tribunali e delle
Corti d’appello: siamo convinti, infatti, che questo debba essere l’imprescindibile
punto di partenza attorno al quale costruire una riforma seria e capace di
assicurare la tanto auspicata ragionevole durata dei processi..
Ma – poiché non abbiamo alcuna intenzione di
debordare delle nostre circoscritte competenze (siamo solo “politologi”, solo
“poveri sociologi”, non certo legislatori) – chiudiamo qui un’analisi – questa
– che crediamo di aver svolto doverosamente “in scienza e coscienza”, come ci
ha insegnato – tra gli altri – quel professor Stefano Ceccanti che,
incomprensibilmente ed inaspettatamente, dopo aver speso ore a spiegarci
l’importanza dell’equilibrio tra i poteri costituzionali, per la seconda volta
consecutiva (la prima fu per sostenere l’insensato colabrodo targato
Renzi-Boschi), ci pare abbia preferito anteporre il narcisismo alla dottrina:
spiace constatare come – pur di conseguire qualche puerile rivincita politica
personale – si possa essere disposti ad allargare il fossato tra pragmatismo – definiamolo così –
e realtà.


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