mercoledì 17 marzo 2010

"...Senza distinzione..."


Di Matteo Sabbatani
(Sabato 24 ottobre 2009)

Non ce ne voglia, chi legge, se ci apprestiamo ad esporre solo ora – a più di due settimane dai fatti (la sentenza, come si ricorderà, è stata emessa lo scorso 7 ottobre) – alcune considerazioni in merito alla bocciatura del Lodo Alfano da parte della corte costituzionale: abbiamo – per così dire – scelto di attendere, di lasciar sedimentare la cosa; lo abbiamo fatto onde evitare di riempire questo commento di trionfalismi ingiustificati e sterili; lo abbiamo fatto perché la nostra analisi potesse essere – invece – il più possibile obiettiva e pragmatica, scevra da partigianerie di sorta e figlia – al contrario – di una valutazione attenta ed asettica.
Vi preghiamo quindi, sin d’ora, di portare pazienza e di perdonarci se – nel tentativo di caratterizzare secondo i crismi di cui sopra questa riflessione – dovessimo scivolare in alcune tecnicalità forse eccessive, se dovessimo – insomma – soffermarci su aspetti solo apparentemente secondari della questione: stiamo trattando – capite bene – di Diritto Costituzionale propriamente inteso, disciplina che – per gli addetti ai lavori (e chiediamo venia se, per una volta, osiamo annoverarci tra questi) – ha un fascino particolare, ricca com’è di cavilli giuridici e formali che, però – passateci il termine – fanno sostanza.
Questa ampia e – almeno crediamo – doverosa premessa fa da prodromo all’illustrazione delle molteplici motivazioni che ci inducono a considerare ineccepibile – ancor prima che ovviamente e doverosamente insindacabile – il giudizio della Corte.
Il primo ed imprescindibile parametro al quale – nell’espletamento dell’alta funzione cui è chiamata – la Consulta si deve attenere risiede e si esplica nella verifica della conformità di una Legge al dettato dell’articolo tre della Costituzione, norma – ad un tempo programmatica e precettiva – che sancisce l’eguaglianza formale e sostanziale dei cittadini – senza distinzione di sesso, razza, religione, lingua, opinioni politiche, condizioni personali e sociali – davanti, appunto, alla Legge.
Dunque, in punto di Diritto, l’eventuale incostituzionalità, o meglio, l’eventuale illegittimità costituzionale di qualsiasi provvedimento legislativo deriva anzitutto dalla violazione di questo principio e/o dalla violazione di uno qualunque dei principi statuiti dai primi dodici articoli della carta che rappresenta ed incarna il patto su cui si fonda la convivenza civile di questo Paese.
È palese quindi – nel caso di specie – la non conformità al dettato di quell’articolo di un testo normativo, quello del Lodo, che – proprio per quanto attiene il principio d’uguaglianza – formalizzava una discriminante inaccettabile – o, come scrivono gli stessi giudici nelle motivazioni della sentenza, “[…]un’evidente disparità di trattamento di fronte alla giurisdizione[…] – fondata sulla distinzione delle condizioni sociali e personali dei soggetti, le quattro più alte cariche dello Stato, beneficiari degli effetti del provvedimento.
In altri termini, prevedendo la sospensione di eventuali processi a carico del Capo dello Stato, del Presidente del Consiglio, dei presidenti di Camera e Senato, il Lodo Alfano riconosceva a costoro uno “status” i cui fondamenti giuridici e giurisdizionali non sono riconducibili ad alcuna delle prerogative costituzionali che ciascuno di essi, nello svolgimento delle rispettive funzioni, può e deve esercitare.
Ciò significa, ad esempio, che il premier coordina e promuove l’attività del governo, ma l’indirizzo politico generale dell’esecutivo è stabilito e determinato dal consiglio collegialmente inteso: al presidente del consiglio, cioè, il nostro ordinamento affida – a differenza di quanto accade in altre forme di governo parlamentari del continente – un ruolo di primus interpares, il che esclude a priori – per quanto ci consta – ogni e qualsiasi possibilità che egli possa far valere una qualunque preminenza – sia essa di natura formale o sostanziale – nei confronti, non solo – come accennato pocanzi – d’ogni altro cittadino, ma anche degli altri ministri.
Non è un caso – di poi – stante quanto sopra, se la corte ha rimarcato che un provvedimento che influisce così marcatamente sui rapporti tra gli organi istituzionali dello Stato – cioè proprio sulla forma di governo – non può assumere la forma di una Legge ordinaria, ma deve essere oggetto precipuo di una normativa di ordine costituzionale, quella – disciplinata dall’articolo 138 della Costituzione – che regolamenta la revisione costituzionale.
Il Lodo, quindi, avrebbe dovuto essere approvato da Camera e Senato con due successive letture, da parte di ciascuno dei due rami del Parlamento, a distanza non inferiore a tre mesi l’una dall’altra.
Ora, volendo tener fede al proposito – annunciato in apertura – di non “buttarla in politica”, non staremo a disquisire né sui motivi che hanno indotto il Governo ad intraprendere la strada della legislazione ordinaria, né sulle polemiche – in vero pretestuose – che hanno coinvolto il Presidente Napolitano e la stessa Consulta, ma non possiamo esimerci dal manifestare la nostra soddisfazione per le modalità ed i termini in cui si è voluta riaffermare la preminenza dello stato di Diritto.

Analisi incomplete, troppo facili ottimismi


Di Matteo Sabbatani
(4 agosto 2009)

Sul Corriere della sera di oggi, Piero Ostellino tenta, per mezzo di un excursus storico a dire il vero un po’ sommario, di spiegare perché, a suo parere, dopo la fine delle grandi ideologie che hanno caratterizzato il novecento e dei regimi politici che le hanno incarnate, il ventunesimo secolo potrebbe essere l’epoca della – citiamo testualmente - «ragionevolezza generatrice di anticorpi» capaci di garantire la tenuta dei sistemi democratici.
Ora, sulla circostanza in forza della quale l’uomo – quello di oggi come quello di ieri – sia, per natura, un “tronco storto” nulla da eccepire, né è questa la sede propria ove indagare le ragioni, per lo più di carattere antropologico, di questo – chiamiamolo così – difetto congenito.
Ma la lacuna epistemica che fa difetto, a nostro parere, alla tesi di Ostellino risiede, per così dire, nel punto di origine della stessa: se è vero come è vero, infatti, che le ideologie – siano state “di destra o di sinistra” – avevano in sé il germe, la causa della loro implosione, è altrettanto inopinabile, crediamo, che non si possa, trattando di questi temi, far dì ogni erba un fascio.
Allora, invitiamo a ragionare e a prendere atto che, sempre rimanendo su un piano meramente ideologico, la crisi economica che attanaglia l’Europa e il mondo all’alba di questo secolo dimostra – in maniera secondo noi inconfutabile – che il liberismo economico che ha trovato la sua radice euristica nel liberalismo non è in grado, da sé, di garantire né un equilibrio del mercato, né – tanto meno – di salvaguardare istituzioni e stati.

Perché, posto che il liberismo ha fallito, assistiamo – in Europa soprattutto – al riemergere della destra?

D’accordo, non è corretto porre sullo stesso piano liberismo economico e avanzata della destra politica e sociale (non lo è né da un punto di vista storico, né sotto il profilo sociologico e antropologico); né noi si vuole - qui ed ora - rivalutare e riabilitare postulati teoretici che proprio la storia si è giustamente incaricata di mostrare infondati o largamente fallaci, ma è pur vero che – di fronte al riemergere , in varie forme, di rigurgiti di natura xenofoba, razzista e, nel senso più deleterio del termine, neo-classista - tutto l’ottimismo che pervade, quest’oggi, il pensiero di una delle firme più illustri del giornalismo italiano a noi pare fuori luogo.

Eluana: la coscienza e la ragione


Di Matteo Sabbatani
(febbraio 2009)


A quanto pare, l’odissea o – se preferite – la via crucis di Eluana Englaro, la ragazza in stato vegetativo permanente dal novantadue, sta – finalmente, aggiungiamo noi – trovando una degna, umana e logica conclusione: nella notte tra il due e il tre febbraio, infatti, da quella clinica di Lecco che – per tanti, troppi anni – è stata la sua casa, la giovane è stata trasferita – con un’ambulanza – presso un’omologa struttura di Udine, città d’origine della famiglia, dove – a meno di clamorosi colpi di scena dell’ultima ora – dovrebbe essere scritta la parola fine su una vicenda che – da qualche anno – divide trasversalmente quel briciolo di opinione pubblica che ancora esiste – e, per fortuna, resiste – in questo Paese.
Ora, per favore, telecamere e taccuini facciano un passo indietro: se non v’è dubbio che – suo malgrado – la “spettacolarizzazione” di questo calvario sia servita ad evidenziare con forza una delle tante lacune giuridico- legislative che ancora caratterizzano in negativo la sesta potenza industriale del mondo, è altrettanto ineccepibile il diritto degli Englaro di stringersi in pace nel loro dolore quando, tra pochi giorni, daranno l’ultimo saluto alla figlia.
Siamo convinti – anzi, siamo certi – che ci sarà tempo e modo, dopo, di riflettere seriamente sul merito delle questioni che, anche da un punto di vista etico e morale, questo caso ha inevitabilmente sollevato.
A noi – che, per la prima ed ultima volta, ci azzardiamo sommessamente ad esprimere, su questa vicenda, il nostro parere – piacerebbe che, nel dipanare la matassa, il legislatore non prestasse orecchio alle sirene di quanti, da oltre Tevere e nono solo, calpestano sovente quella laicità su cui debbono continuare a poggiare le fondamenta del nostro vivere civile, del nostro essere Stato: si legiferi, dunque, così com’è giusto, e lo si faccia sollecitamente, ricordando – per un verso – che la generalità e l’astrattezza sono, o dovrebbero essere, i caratteri peculiari di ogni Legge degna di questo nome e – per l’altro – che la vita è tale se e solo se, ovvero sino a quando, riesce – nonostante tutto – ad essere vissuta.

Un referendum da bocciare per il bene del Paese


Di Matteo Sabbatani
(Maggio 2006)

Mentre ci accingiamo a svolgere queste brevi considerazioni aventi ad oggetto la riforma costituzionale che, elaborata ed approvata dal centrodestra, verrà sottoposta a referendum confermativo il 25 e 26 giugno, sappiamo bene che il più grosso tranello nel quale rischiamo di cadere è quello di limitare la nostra analisi alla sterile ed inutile polemica politica: questo faremmo, infatti, se – anziché approfondire le tematiche ed i motivi che sottendono il no che esprimeremo, speriamo in tanti, in quell’occasione – ci soffermassimo a disquisire di particolari marginali.
Invece no, pur denunciandola per quella che di fatto è – ossia come l’ultima, volgare, assurda «malandrinata dell’ormai ex maggioranza – non sprecheremo tempo e inchiostro ad indagare le ragioni che hanno spinto Silvio Berlusconi ed il suo esecutivo a decidere che la consultazione in questione dovesse tenersi ad estate inoltrata: sono i soliti, piccoli interessi di bottega portati avanti da chi – in maniera per nulla velata – spera in una bassa affluenza alle urne, in modo tale da poter minimizzare – in seguito – la portata e l’importanza del responso.
Quasi l’intera seconda parte della nostra costituzione subirebbe – qualora questa sciagurata riforma entrasse in vigore – uno stravolgimento totale, con buona pace di quei principi di separazione ed equilibrio dei poteri che sono e restano pilastri fondamentali, non solo della nostra, ma di ogni democrazia che si rispetti.
Ma attenzione, sbaglierebbe chi pensasse che noi, sostenendo quanto sopra, si voglia negare alla radice la necessità – che invece esiste – di adeguare il patto che consente e garantisce il nostro essere comunità alle mutate condizioni sociali ed economiche: a chi scrive, anzi e infatti, non sfugge l’esigenza e l’urgenza di porre mano – con il concorso di tutti – a tale adeguamento, ma vi sono valori – ad esempio quello dell’unità nazionale – e diritti – quello alla salute e all’istruzione –la cui tutela e possibilità effettiva d’esercizio deve continuare ad essere assicurata in egual misura sull’intero territorio nazionale.
Per altro verso, anche il corretto funzionamento del sistema politico-istituzionale di questo paese verrebbe seriamente messo in crisi: il normale legiferare – della cui lentezza procedurale lo stesso cavaliere s’è lamentato per tutto l’arco della passata legislatura – verrebbe ad essere un esercizio estremamente complesso.
La riforma, infatti, alla faccia del bicameralismo perfetto – in base al quale entrambi i rami del Parlamento hanno un identico potere legislativo e debbono approvare gli stessi provvedimenti – suddivide le materie: per alcune di esse sarebbe sufficiente l’approvazione da parte, ad esempio, della Camera; per altre, basterebbe quella del Senato; per altre ancora, in fine, l’approvazione di una legge da parte di una camera necessiterebbe del placet preventivo dell’altra e/o del preliminare pronunciamento di una commissione ad oc chiamata a decidere, in caso vi fossero eventuali controversie, a quale delle due assemblee spetti – in un determinato ambito – la potestà legislativa.
Pur volendo rifuggire da tecnicismi eccessivi, poi, è necessario rammentare che la forma di governo parlamentare si caratterizza, in generale, per la presenza di un rapporto di tipo fiduciario tra Parlamento e Governo e che, con la sola eccezione del caso inglese, il potere di scioglimento del parlamento medesimo è riconosciuto in capo al Presidente della Repubblica, sia pur previa audizione dei presidenti delle camere.
A Lorenzago di Cadore, dove – nel corso di un gioviale banchetto – questa brutale destrutturazione del sistema istituzionale è stata pensata, si è stabilito che sarebbe il primo ministro – e non più il capo dello stato – ha poter deliberatamente decidere di sciogliere il parlamento; lo potrebbe fare a sua completa discrezione.
Ora, pur volendo evitare facili parallelismi e tutta la retorica dei corsi e ricorsi storici, a noi pare inconfutabile, come abbiamo tentato di spiegare, che in questo disegno si accompagnino e si mescolino tra loro taluni tratti tipici dell’autoritarismo, un becero classismo e una mal celata volontà di colpire mortalmente lo stato sociale..

Quando il giallo, purtroppo, è realtà


Di Matteo Sabbatani
(novembre 2004)

Quando, per dovere del nostro ufficio, abbiamo preso a scrivere il modesto epicedio che state leggendo sulle ultime presidenziali americane, siamo stati presi, lo ammettiamo, da una sensazione strana, come quando – all’ultima riga dell’ultima pagina d’un avvincente romanzo giallo – ci si accorge di non aver capito nulla della trama e che l’assassino – contrariamente a quanto suggeriva la logica – non è quello su cui l’autore è stato abile a far addensare i maggiori sospetti: già, perché – se a commettere l’omicidio in oggetto fosse stato quello che noi si considerava il maggior indiziato, quello che inopinatamente aveva sparato il primo colpo – beh, non si comprenderebbe allora – così come ancora fatichiamo in effetti a comprendere – perché a finire dietro le sbarre, previa esplicita pronunzia in tal senso della giuria popolare, sia stato l’altro, quello che – apparentemente – con l’assassinio proprio non aveva niente a che vedere, quello che – benché di armi ne abbia indubbiamente imbracciate in passato – il giorno del delitto neppure si aggirava, almeno così era riuscito a farci credere, nei pressi della scena del crimine.
Più volte – in queste ore e in questi giorni – abbiamo letto e riletto quelle pagine, ma qualcosa continua – sbadati che altro non siamo – a sfuggirci: evidentemente, ci siamo persi – non può che essere così – un passaggio fondamentale.
Ma com’è potuto accadere?
Eppure abbiamo posto la massima attenzione ad ogni più piccolo particolare; e poi – ad essere sinceri – in quella storia, di particolari piccoli, di particolari talmente insignificanti da poter essere considerati secondari dalla giuria popolare, non ve n’èra nemmeno uno: erano tutti, infatti, elementi macroscopici, elementi dei quali nemmeno la più abborracciata delle giurie non poteva non tener conto nell’emettere il verdetto.
Eppure non è andata come si sperava e, anzi, la difesa – che guarda caso vestiva la stessa toga del pubblico ministero – è riuscita a smontare pezzo per pezzo, sotto gli occhi di un mondo attonito ed incredulo, l’intero impianto accusatorio: quelle che la storia aveva dimostrato essere prove inconfutabili a carico dell’imputato Bush, cioè, si sono magicamente trasformate in medaglie da ostentare, in indizi di non colpevolezza.
A quegli indizi la giuria ha creduto; dall’accecante luccichio di quelle medaglie posticce la giuria si è lasciata abbagliare, con buona pace – crediamo noi – della logica e del buon senso, perché:
“L’America è l’America e la vita dei nostri figli val bene due litri di petrolio in più e il 40% dei posti di lavoro in meno”.
Per parte nostra, probabilmente ci siamo persi un passaggio, è vero, ma è il giallista è un pazzo, non un genio.

Buon anno, brava gente


Di Matteo Sabbatani

(Settembre 2004)

Buon anno – buon anno davvero a tutti voi, signori – e, per favore, non vi stupite della circostanza in forza della quale ci apprestiamo solo ora a formularvi un augurio del genere: innanzi tutto, si tratta pur sempre di un augurio, merce rara in tempi come questi, in un’epoca in cui l’indifferenza verso il prossimo la fa da padrona e, chissà perché, non si è troppo avvezzi ai buoni auspici; secondariamente, poi, anche noi osiamo annoverarci, crediamo a ragion veduta, tra le schiere di quanti, indipendentemente dal calendario, sono fermamente convinti che, in vero, l’anno inizi a settembre, quando – cioè – la riapertura di fabbriche, uffici e scuole di ogni ordine e grado ci costringe a rapportarci nuovamente, ciascuno per quelle che sono le proprie incombenze, con l’ossequiosa, monotona, ripetitiva, ma rassicurante quotidianità.
Se allora è vero, come vagheggiamo e ci illudiamo di aver più sopra dimostrato, che questi sono i primi giorni del nuovo anno, quale tempo migliore del presente per tracciare un bilancio e riempirsi la bocca e il cuore di buoni propositi?
“L’ingerenza e la discrezionalità del Pubblico non vadano oltre la soglia della casa” , diceva Bodin qualche secolo fa e - poiché ci atteniamo a tale precetto – a noi non interessa, né abbiamo alcun titolo per sindacare sui propositi personali di alcuno.
Ad ognuno il suo, insomma, nel privato, ma il pubblico è altra cosa e non solo da un punto di vista etimologico: pubblico, infatti, per noi come già per Bodin, è tutto ciò che ha a che vedere con lo Stato; va da se, pertanto, che – in un ambito come questo – dire:
“Ad ognuno il suo” – come sembra, da noi, inviti a fare il centrodestra – significherebbe, non solo e non tanto dare il famoso colpo di spugna a quelle che sono le radici stesse della nostra comune convivenza – cosa comunque grave e, di per sé, dalle conseguenze imprevedibili – ma, e in modo altrettanto pericoloso, imprimere una ulteriore accelerazione e dare liceità al dilagare di quella sostanziale indifferenza verso l’altrui condizione cui si è fatto riferimento in apertura.
Le malelingue e i ben pensanti – che, a ben guardare, sono due facce della medesima medaglia – non ce ne vogliano, quindi, se – poste le premesse di cui sopra – come primo auspicio per l’anno che si apre, formuliamo quello di poter assistere, in tempi brevi, alla caduta del governo Berlusconi: le avvisaglie del possibile verificarsi del lieto evento, a dire il vero, già si son rese manifeste prima della pausa estiva e, se l’opposizione veramente si ricompatta attorno a Prodi (altri candidati credibili onestamente non se ne vedono) e spinge affinché emergano tutte le contraddizioni interne alla maggioranza, allora il probabile ricorso ad elezioni anticipate, da tenersi magari in concomitanza con le regionali di primavera, diventa assai più di un’ipotesi.
Ma noi, noi che pensiamo e diciamo queste cose e che abbiamo persino (secondo alcuni) la faccia tosta di scriverle, noi siam gente strana, gente a cui piace – di tanto in tanto – volare alto e, ben sapendo che il mondo non finisce fuori dal nostro minuscolo uscio, di auspici osiamo formularne anche alcuni, come dire, di più ampio respiro: così è – ad esempio – quello che finisca l’occupazione occidentale dell’Iraq, paese – questo – che, in definitiva, si è disfatto di una dittatura per ritrovarsene un’altra sul groppone, con buona pace della tanto sventolata bandiera della democrazia e del progresso, come se a tutti noi sfuggissero le ragioni che sottendono all’unilaterale decisione americana di intraprendere questa nefasta avventura e la subalternità in forza della quale – proprio a noi, a questa piccola Italia che rimedia magrissime figure in campo internazionale – tocca in sorte di far da scudieri a Bush. Il vento, però, e siamo in tanti a sperare che ciò avvenga effettivamente, può – o, per meglio dire, potrebbe - cambiare da qui a due messi: è sufficiente, infatti, o meglio lo sarebbe, che la superpotenza prenda atto che questa amministrazione l’ha costretta entro i rigidissimi cardini di una contraddizione in termini dalla quale, ne siamo ben consci, è difficile uscire, quella – cioè – che la fa essere, per un verso, puritana e, per l’altro, camaleontica e guerriera-
Di speranza in speranza, di auspicio in auspicio, potremmo continuare questa modesta riflessione pressoché all’infinito, ma qui ci fermiamo: non abbiamo la sfera di cristallo e non sappiamo quali sorprese ci riservino il mondo e la vita, ma siamo convinti che – se ciascuno di noi fa quant’è in suo potere perché l’esistere non sia solo uno sterile resistere – allora l’oggi non potrà che essere un lontano e distratto parente del domani.