Se ne va, a 88 anni, Papa Francesco: il primo pontefice argentino, il primo gesuita successore di Pietro, si è spento improvvisamente alle 7 e 35 del giorno di pasquetta del 2025.
domenica 27 aprile 2025
Addio a Papa Francesco
Se ne va, a 88 anni, Papa Francesco: il primo pontefice argentino, il primo gesuita successore di Pietro, si è spento improvvisamente alle 7 e 35 del giorno di pasquetta del 2025.
giovedì 3 ottobre 2024
Del «Lutto matematico» e delle sue implicazioni sociali, filosofiche, culturali e politiche
venerdì 7 giugno 2024
I «Neri dentro» e il rischio della “torsione neo-autoritaria”: tutte le lacune delle riforme dell’asse Meloni-Nordio-Salvini
Di Matteo Sabbatani
Ad appena un anno e mezzo
dalla vittoria elettorale del centrodestra a trazione meloniana – e alla
vigilia delle elezioni europee – ci ritroviamo a dover amaramente constatare, anche
se avremmo preferito la sorte si fosse incaricata di smentirci, d’esser stati –
in tempi non sospetti, cioè a tempo debito – facili profeti di sventura.
Infatti, impossibilitata a
farsi beffe dei parametri di bilancio imposti dalla Ue (la quale – anzi – a
prescindere dai risultati delle imminenti consultazioni, si prepara – in
autunno – a sottoporre i nostri conti ad una procedura per deficit eccessivo) e
degli obblighi derivanti dalla partecipazione all’Alleanza atlantica, questa
destra non fa altro che sventolare i vessilli di quelli che – da sempre – sono
i suoi cavalli di battaglia ed i suoi temi identitari.
“Neri dentro” e non “per
caso”, questi impenitenti neofascisti – che, oramai non v’è dubbio, aderirono
alla finiana svolta di Fiuggi per mero calcolo politico e non per convinzione –
non perdono occasione per mostrare di aver mantenuto – circa la società
italiana complessivamente intesa, dal ruolo della donna all’organizzazione
dello Stato – una concezione di stampo prettamente mussoliniano, con buona pace
della circostanza – in vero paradossale – per cui la Storia ha voluto fossero
proprio loro ad iscrivere – per la prima volta in oltre settant’anni di vita
repubblicana – il nome di un’esponente del gentil sesso “nell’albo dei nostri
capi di governo”.
Nessuno si stupisca, allora,
stante quanto sopra, se – eccezion fatta, appunto, per la/il (non lo sapremo
mai) presidente del consiglio e la di lei (o forse di lui) sorella – è d’uopo,
per questo esecutivo, che la donna – alla stregua di quanto accadeva sino alla
metà degli anni quaranta del secolo scorso e salvo che non mostri una certa
predisposizione a truffare l’Istituto Nazionale di Previdenza sociale e
l’erario (nel qual caso, Ça va sans dire,
un posto da ministra – o ministro – le spetta di diritto) – si limiti a
figliare fin quando ciò le sia per natura possibile, mantenendo ordinata la
casa e “presentabili” il marito e la prole.
Dunque, la sola ipotesi che un
siffatto angelo del focolare – magari per tutelare la propria salute, o perché
economicamente disagiato o per una miriade di altre insindacabili ragioni
personali – possa trovarsi nella
condizione di dover interrompere una gravidanza è – se non inconcepibile (ipse
dixit) perché, formalmente, la 194 non si tocca – per lo meno riprovevole:
colei che, sciaguratamente, dovesse compiere questa scelta, quindi, secondo i
piani del governo, in un futuro non troppo lontano, sarà chiamata – non solo e
non tanto a risponderne dinanzi alla propria coscienza – quanto a fronteggiare
le critiche spietate e gratuite, nonché gli impietosi giudizi “ad alzo zero”, degli
esponenti di quelle associazioni antiabortiste che – nei consultori pubblici –
affiancheranno psicologi e psicoterapeuti, quasi che questi ultimi non sappiano
fare il loro mestiere.
Ma – lo accennavamo, sia pur
brevemente, in sede di introduzione – anche lo Stato, le sue più alte e
rappresentative Istituzioni, le sue articolazioni e persino il principio della
separazione dei poteri paiono destinati a subire gli effetti di questo
rigurgito reazionario.
Infatti, figlio com’è di uno
scellerato do ut des spregiudicatamente giocato sulla pelle del Paese tra
Fratelli d’Italia e Lega salviniana, il combinato disposto di Autonomia
differenziata e cosiddetto premierato mette seriamente in pericolo le
fondamenta stesse della Repubblica e – con queste ultime – l’unità della
Nazione e le basi precipue della nostra convivenza civile, del nostro essere
Comunità: perché?
Ebbene, onde tentare di
rispondere compiutamente ed esaustivamente all’interrogativo – peraltro solo
apparentemente retorico – di cui sopra, è doveroso rammentare anzitutto come:
lunedì 19 giugno 2023
Forse, ma – poiché siamo italiani – solo forse: in morte di Silvio Berlusconi
Forse, ma solo forse (perché sismo e
restiamo fermamente convinti che, in un altro pese, in un paese normale, tutto
questo – in circostanze analoghe – non sarebbe accaduto), avremmo dovuto
aspettarcelo o – se non altro – avremmo potuto iscriverlo nel novero delle cose
possibili: già, perché la morte – certamente improvvisa, per quanto
probabilmente non così inattesa – di Silvio Berlusconi, passato ad altra vita
alle nove e trenta dello scorso dodici giugno, ha messo a nudo – ancora una
volta – l’ipocrisia di fondo che caratterizza da sempre la società italiana,
quella stessa ipocrisia sulla quale – a
ben vedere – proprio “sua emittenza” ha costruito gran parte delle sue fortune
imprenditoriali e politiche.
Forse, ma solo forse, allora, avremmo
dovuto e potuto evitare – nei giorni scorsi – di stupirci della stucchevole
sequela di peana ed ingiustificati incensamenti che ha fatto immediatamente
seguito all’annuncio della scomparsa del leader di Forza Italia; forse, ma solo
forse – allo stesso modo e per le stesse ragioni – quindi, chiunque – per
ventura – dovesse imbattersi nelle considerazioni che qui stiamo tentando di esporre
non dovrebbe affatto stupirsi – ed auspichiamo non lo faccia – dei toni e dei
contenuti di un commento – questo nostro – che, ben lungi dall’essere quello
che giornalisticamente si è usi definire “un coccodrillo”, mira unicamente – in
nome del sacrosanto “principio di realtà” – a tentare di sottrarre almeno un
briciolo di verità storica al revisionismo nient’affatto strisciante che ci
pare stia prendendo piede.
Forse, ma solo forse, pertanto, è il caso di
ricordare che il cavaliere – che tale, negli ultimi anni, non era poi nemmeno
più – tutto aveva e possedeva, anche e soprattutto in termini materiali e
patrimoniali, tranne l’aureola.
Forse, ma solo forse – allora – sarebbe il
caso tutti rammentassimo come – figlio di Luigi Berlusconi, un funzionario fin
troppo solerte e zelante della chiacchierata e fallita banca Rasini di Milano (istituto
di credito che annoverava tra i suoi correntisti gente di spiccata e specchiata
probità e rettitudine come il cassiere della mafia Pippo Calò e il banchiere
Michele Sindona) – Silvio abbia cominciato a costruire il suo impero proprio –
per così dire – dalle e sulle – o meglio, con le – ceneri del fallimento
(forse, ma solo forse, provocato ad arte) in questione.
Forse, ma solo forse – poscia – la nostra
memoria collettiva – sempre ammesso che ancora esista e che noi si possa fare
assegnamento su quest’ultima – dovrebbe impedire che ci dimenticassimo della
circostanza in forza della quale, grazie al sostegno politico incondizionato
del PSI di Bettino Craxi (e a quello, anche finanziario e non meno importante,
dei fratelli Graviano, che non a caso – carte processuali alla mano – furono
tra i principali ispiratori delle stragi e degli attentati del ’92-93), il fu –
tre volte indegnamente – presidente del consiglio è riuscito – non solo a farsi
beffe delle limitazioni imposte alla raccolta pubblicitaria dalla Legge Mammì
(che venne opportunamente emendata, chissà perché, da – e con – un
provvedimento ad hoc del primo governo Berlusconi, nel ’94) – ma anche a
costruire Milano2 e a garantirsi i buoni servigi – ad esempio – dei giudici
Metta e Squillante per sottrarre a Carlo Debenedetti il controllo della
Mondadori.
Forse, ma solo forse, sarebbe altresì
d’uopo che – presi dalla commozione – non facessimo spallucce dinanzi al fatto
che l’uomo a cui l’attuale esecutivo ha inspiegabilmente tributato e concesso
l’onore dei funerali di Stato fu lo stesso che – memore dell’assioma
mussoliniano per cui “Governare gli italiani non è difficile, è inutile” –
costrinse il Parlamento della Repubblica a sancire formalmente l’identità
fittizia di una prostituta d’alto bordo – all’epoca minorenne – le cui prestazioni aveva saggiato in prima
persona.
Forse – ma solo forse – eccetera,
eccetera: la Storia-patria degli ultimi trent’anni – non meno di quella dei due
decenni precedenti – infatti, trasuda di pagine che raccontano l’altalenante
parabola esistenziale, imprenditoriale e – ci si passi la franchezza –
criminale di colui che ha fatto della demagogia e dello sfruttamento
privatistico della cosa pubblica e della pubblica credulità una ragione di
vita, uno stile, un dogma imprescindibile ed irrinunciabile, sdoganando – senza
remore né ritegno alcuno – quell’istinto retrivo, tutto italico, in virtù del
quale – se, per un verso, il mancato
rispetto delle regole e delle Leggi, oggi, viene percepito ed agito come
un vanto – per l’altro, ci sembra quantomai ovvio che ognuno pensi a sé e
Dio – se c’è – pensi per tutti, perché quello che conta davvero – in fondo – è,
la domenica, il “Forza Milan, o Monza”, e “abbasso Juve”.
Forse, ma solo forse (e – nel caso non
vogliate farlo – “pace”), ci perdonerete se, nel salutare un uomo così, non ci
coglie il benché minimo sconforto: quel che è stato è stato, è vero, ma – per
quelli di noi che, pur avendo vissuto la sua epopea, sono cresciuti comunque
con la consapevolezza che (per esempio) la Costituzione non è una Legge come
tante e non può essere cambiata come tutte, per quelli di noi che hanno ancora
una coscienza ed intendono mantenerla – il peso della Storia non è e non sarà
mai un inutile fardello.
Matteo Sabbatani
giovedì 23 giugno 2022
Il "Campo largo", ovvero il rischio inutile del caravanserraglio
E ora – ora che, come recita l’adagio popolare, «Tanto tuonò che piovve», tal che Luigi Di Maio, nel solstizio d’estate, ha detto addio ai cinquestelle – che si fa? Sommessamente, ci permettiamo di porre l’interrogativo di cui sopra ai tanti, ai troppi – a nostro avviso – fautori e latori del celeberrimo «Campo largo», quell’alleanza tra PD e pentastellati che avrebbe dovuto – o che dovrebbe (chissà?) – essere il fulcro del centrosinistra che si prepara – e poi si presenta (perché solitamente è così che succede) – alle prossime elezioni. Vedete, noi che nel centrosinistra crediamo – noi che del centrosinistra ci onoriamo d’esser parte – non vorremmo passare né per cassandre, né per uccelli del malaugurio, né – meno che mai – per quel genere di amici, che in vero amici non sono, sempre pronti a sentenziare: «Io l’avevo detto»! Già, perché – ed è pur vero – in tempi non sospetti, noi avevamo detto che, facilmente, i modi ed i meccanismi della politica – presto o tardi – avrebbero prodotto l’implosione dei grillini, così come avevamo tentato di mettere in guardia circa la distruzione – poi puntualmente verificatasi – del PD ad opera di Renzi e del renzismo, ma ora – autoimponendoci di fingere che sia acqua passata, consci che «Cosa fatta capo ha» – ora, dicevamo, vorremmo semplicemente capire se l’idea del campo largo verrà – opportunamente (dal nostro punto di vista, s’intende) – accantonata o se invece il pathos pedagogico che – da Zingaretti in qua – pare animare quel che resta del Partito Democratico spingerà Letta a perseguire ancora il folle disegno di tentare di costruire – col vinavil – un rassemblement che tenga insieme, oltre a Conte e Di Maio, anche Calenda e lo stesso Renzi, nonché Bersani, Speranza, Sala e – (perché no?) – pure Mastella. Per l’ennesima volta, già lo sappiamo, verremo caldamente invitati a stare sereni, saremo additati come quelli che non comprendono la fase politica che stiamo attraversando, come i miopi – o i presbiti – che non vedono che il centro – spazio politicamente affollatissimo, ma elettoralmente inesistente – si sta riorganizzando in modo autonomo, eccetera. Sarà, ma – come tutte le colle – anche il vinavil, prima o poi, si secca e non vorremmo che – per paradosso – la prima vittima del crollo di questo raffazzonato castello fosse proprio il PD, o meglio, fosse proprio Enrico Letta: già oggi, per quello che valgono, i sondaggi ci dicono che il neofascismo targato Meloni – in questo squinternato e smemorato Paese – incontra il favore della maggioranza dei nostri concittadini e, poiché siamo consapevoli che – mentre la destra, chiunque ne sia il leader, è sempre in grado (quando serve e quando conta davvero) di ricompattarsi – da questa parte funziona, da sempre, un po’ come nel calcio (che – se e quando si perde – la prima, anzi la sola, testa a saltare è quella dell’allenatore), preghiamo il numero uno del Nazzareno di considerare che – una volta tanto per fortuna – si voterà col proporzionale, cosa che consentirà ad ogni forza politica di – per così dire – misurare anzitutto il consenso di cui gode. L’auspicabile accoglimento della nostra piccola supplica comporterebbe – e siamo certi che la circostanza non sfugga nemmeno allo scafato politico pisano – una serie di conseguenze, ma almeno gli consentirebbe – forse – di provare davvero a costruire o a ricostruire – scegliete voi – ammesso che ne abbia ancora voglia, il Partito Democratico.
sabato 2 marzo 2019
Ebbene sì, al passo coi tempi
venerdì 5 febbraio 2016
Stagioni
Adesso, tutto si è sopito; adesso – per meglio dire – in tanti si sono assopiti, ma l’alba noi – sarà che siamo ipovedenti – non la vediamo ancora.











