domenica 27 aprile 2025

Addio a Papa Francesco


Se ne va, a 88 anni, Papa Francesco: il primo pontefice argentino, il primo gesuita successore di Pietro, si è spento improvvisamente alle 7 e 35 del giorno di pasquetta del 2025.
Finiscono così 12 anni di pontificato fondati, veramente, sulla denuncia delle contraddizioni e dei mali di questa società e di questo mondo.
Amato e rispettato anche da atei e non credenti di ogni sorta, ha tentato (solo la Storia dirà con quali effettivi risultati) sia di riportare la Chiesa, anche da un punto di vista "Istituzionale e dogmatico", ad una dimensione più umana, popolare e vicina alla gente, sia di farsi instancabile costruttore di Pace e Speranza in un. Mondo che assiste, volutamente inerte, al dipanarsi di quella che lui definì "la terza guerra mondiale a pezzi".
Ora tutti __ specie quanti, nei sacri palazzi, convivevano a fatica con la sua mentalità aperta, con la sua saggezza e con la sua "pastorale" __ si sperticheranno in lodi, sperando che nessuno ricordi che era a costoro che si riferiva quando chiedeva ai fedeli:
"Pregate per me".

Matteo Sabbatani

giovedì 3 ottobre 2024

Del «Lutto matematico» e delle sue implicazioni sociali, filosofiche, culturali e politiche

Di Matteo Sabbatani


Quanti numeri ci sono nella realtà? O, meglio, quanti sono i numeri reali?
D’acchito, ciascuno di noi – memore di quanto gli insegnano e gli inculcano sin dalle elementari – risponderebbe di certo:
«Infiniti» e lo farebbe – per di più – con una naturalezza disarmante, col viso segnato da un’espressione a metà tra l’incredulo e l’interdetto, stante la presunta ed apparente banalità del quesito.
Ma siamo poi cosi sicuri, mi chiedo e vi chiedo, che le cose stiano veramente in questo modo?L’interrogativo di cui sopra – che, detto per inciso, già in altre sedi ed occasioni mi sono posto – muove, se si vuole anche paradossalmente, dalla consapevolezza che – se, per converso, vi domandassi:
«Avete mai visto passare per strada un 1, un 2, un 3, un 5, un 10, un 100, un 368, un 3680?» e via “numerando” – voi, con altrettanta disarmante naturalezza – nonché altrettanto sorpresi – non solo, anche in questo caso, mi rispondereste ovviamente di no, ma sareste altresì colti – con ogni probabilità – da più di un dubbio circa la salute mentale del sottoscritto.
Dunque, qual è il nodo della questione?
Il punto è che – a mio avviso – i numeri, di fatto, in natura non esistono: sono delle convenzioni che trovano la loro ratio solo se associate a persone, oggetti o ad altre convenzioni (tempo, peso, distanza, potenza, valore nominale del denaro eccetera).
Per strada, allora, detto in altri termini e tanto per restare all’esempio precedente, non vedrete mai passare un 1, un 2, un 3 e così via, ma una, due, tre persone, automobili, camion, biciclette, motocicli…, e di questo siete perfettamente e pienamente consapevoli.
Ergo, poiché il numero è la convenzione basica che permette la lettura quantitativa del mondo – tal che si comincia sempre da 1 a contare qualsivoglia quantità – va da sé che 1 è il principio di tutto: tutto il resto, infatti, si ottiene comunque per somma, sottrazione, moltiplicazione e/o divisione di quantità composte da tanti 1.
Stante quanto sopra, quindi, la risposta più verosimile – cioè più corretta – alla domanda che ha dato origine a questa riflessione dovrebbe essere 1, proprio quell’1 che – non a caso – in filosofia rappresenta l’intero, ossia – appunto – il Tutto.
È la logica del cosiddetto «lutto matematico», presupposto fondamentale – in sociologia – per quell’interpretazione funzionalistica della realtà che oggi va per la maggiore e che meglio si accompagna e più si confà e si adatta alla globalizzazione imperante.
Così, ad esempio, poiché – in punto di fatto – è impossibile reperire, nella società post-moderna, la prima radice della latenza (ossia risalire ai valori fondanti del vivere comune), anche Dio e l’immanente vengono ad essere, semplicemente, il portato di una decisione eminentemente privata e personale, spesso indotta, se non proprio dettata – più che da un effettivo “sentire” o da una reale convinzione – dal bisogno di credere che l’esistenza e tutto ciò che la riempie e la circonda non si esaurisca qui.
Di contro, ma conseguentemente – atomizzato com’è – l’individuo avverte tutta l’insostenibile pesantezza della propria esclusiva condizione, quale che essa sia, e reagisce a questa precarietà nei modi più diversi.
Ora, per quanto mi riguarda – o, meglio, per quel che mi compete – non ho alcuna remora ad ammettere che, pur restando convintamente ed orgogliosamente strutturalista, quello che reputo essere l’acme dell’approccio e del pensiero funzionalista – ossia proprio il lutto matematico – mi affascina: è “un territorio”, per così dire, in cui il confine tra sociologia e filosofia appare così com’è, estremamente labile.
Ma sono altresì conscio che chi mi legge, pur con tutta la stima che può eventualmente nutrire nei miei confronti, specie se non capisce “dove voglio andare a parare”, se ne frega di quel che a me piace o non piace in tema di dissertazioni socio-filosofiche.
Pertanto, auspico non sorprenda la circostanza in forza della quale, ancora una volta, sia un ateo a farsi carico della necessità di denunziare i rischi insiti nel progressivo sfaldamento sociale che è – o dovrebbe essere – sotto gli occhi di tutti e di ciascuno: la globalizzazione, infatti, non è altro che il frutto – a mio parere avvelenato – di quella fine delle ideologie che ha caratterizzato, in occidente, gli ultimi dieci anni del ventesimo secolo e che ha visto la sua più emblematica e plastica manifestazione nella caduta, il 9 novembre 1989, del Muro di Berlino .
Si sa, la fretta è sempre una cattiva consigliera e – a maggior ragione – lo è quando avvenimenti epocali rendono urgente, indispensabile ed improcrastinabile il confronto immediato, per un verso, con la Storia con la S maiuscola e, per l’altro, con i fenomeni sociali che ne conseguono.
Onestamente, credo che questo sia ciò che è accaduto.
Credo – cioè – che, nella fretta – ambiziosa quanto necessaria – di trovare nuovi orizzonti di senso sperabilmente capaci di colmare vuoti sino ad allora impensabili, mentre – di là dal muro – la Germania procedeva a tambur battente alla riunificazione e l’Unione sovietica andava via-via sgretolandosi, di qua dal muro – invece si siano gettate nel calderone delle vituperate ideologie anche molte – forse troppe – idee.
Credo – in altre parole – che, nella fretta, non ci si sia avveduti che il mondo – ad un tratto – aveva cambiato, di sua unica sponte, paradigmi, priorità e persino velocità.
Credo – poscia – nessuno si sia reso conto, nella fretta, del pericolo (poi puntualmente verificatosi) che l’economia diventasse pressoché l’unico decisore politico realmente influente.
Mi pare inconfutabile, cioè, che, da quel momento, la politica abbia – passatemi la metafora – abdicato, cessando “di schianto” di coincidere sia – weberianamente parlando – con la decisione e/o con l’influenza sulla decisione, sia con l’eastoniana allocazione imperativa di valori, tal che il sistema politico si è ridotto – nei fatti – ad essere uno dei tanti sottosistemi della società, quello che – banalmente – si occupa solo del raggiungimento dei fini e non più – in via preliminare e precipua – anche della statuizione dei medesimi.
Ai più, lo so bene, queste possono sembrare sottigliezze, questioni – come si usa dire – di lana caprina, ma non è così: una politica che rinuncia a decidere, che si esime dal fornire alla società schemi valoriali di riferimento, non solo si spoglia della natura stessa del proprio primato, ma presta il fianco a qualsivoglia tensione, pulsione, fermento, perché gli scopi possono essere i più diversi e le modalità per raggiungerli, analogamente, possono essere le più disparate.
Credo che, nella fretta, nessuno si accorgesse, insomma, in una parola, dell’avvento di una globalizzazione – questa – tanto fredda e selvaggia da moltiplicare ed accrescere a dismisura differenze, divari e divaricazioni sociali d’ogni genere.
Ecco perché – armato unicamente del suo spaventoso corollario di diffidenze, paure, rabbie, particolarismi e settarismi – l’uomo occidentale post-moderno è – all’ennesima potenza – quello che già Simmel definiva “un individuo blasé”, uno che non determina né le mode né “i modi”, ma segue le une ed agisce gli altri pedissequamente.
Guardate dove vi ho portato partendo da una domanda la cui risposta è – adesso lo sapete, lo avete “toccato con mano” – solo apparentemente, tanto banale da sembrare scontata: a riflettere su voi, su noi stessi, sul vostro – sul nostro – modo di essere, su come siete – siamo – e/o, se ancora non lo siamo, rischiamo comunque di diventare, sulla provvisorietà e sulla fungibilità effimera ed utilitaristica delle vostre – delle nostre – relazioni…
Si vorrebbe noi ci assuefacessimo alla logica del lutto matematico e a quanto ne consegue, ma una società che accettasse l’idea di essere una mera sommatoria di individui sarebbe – ovviamente – condannata ad implodere senza lasciare alcuna traccia di sé, e a chi gioverebbe?
Nemmeno a quelli che pure, stolti e miopi, si ostinano a spingerci verso quel baratro, credetemi.

venerdì 7 giugno 2024

I «Neri dentro» e il rischio della “torsione neo-autoritaria”: tutte le lacune delle riforme dell’asse Meloni-Nordio-Salvini





Di Matteo Sabbatani

 

Ad appena un anno e mezzo dalla vittoria elettorale del centrodestra a trazione meloniana – e alla vigilia delle elezioni europee – ci ritroviamo a dover amaramente constatare, anche se avremmo preferito la sorte si fosse incaricata di smentirci, d’esser stati – in tempi non sospetti, cioè a tempo debito – facili profeti di sventura.
Infatti, impossibilitata a farsi beffe dei parametri di bilancio imposti dalla Ue (la quale – anzi – a prescindere dai risultati delle imminenti consultazioni, si prepara – in autunno – a sottoporre i nostri conti ad una procedura per deficit eccessivo) e degli obblighi derivanti dalla partecipazione all’Alleanza atlantica, questa destra non fa altro che sventolare i vessilli di quelli che – da sempre – sono i suoi cavalli di battaglia ed i suoi temi identitari.
“Neri dentro” e non “per caso”, questi impenitenti neofascisti – che, oramai non v’è dubbio, aderirono alla finiana svolta di Fiuggi per mero calcolo politico e non per convinzione – non perdono occasione per mostrare di aver mantenuto – circa la società italiana complessivamente intesa, dal ruolo della donna all’organizzazione dello Stato – una concezione di stampo prettamente mussoliniano, con buona pace della circostanza – in vero paradossale – per cui la Storia ha voluto fossero proprio loro ad iscrivere – per la prima volta in oltre settant’anni di vita repubblicana – il nome di un’esponente del gentil sesso “nell’albo dei nostri capi di governo”. 

Nessuno si stupisca, allora, stante quanto sopra, se – eccezion fatta, appunto, per la/il (non lo sapremo mai) presidente del consiglio e la di lei (o forse di lui) sorella – è d’uopo, per questo esecutivo, che la donna – alla stregua di quanto accadeva sino alla metà degli anni quaranta del secolo scorso e salvo che non mostri una certa predisposizione a truffare l’Istituto Nazionale di Previdenza sociale e l’erario  (nel qual caso, Ça va sans dire, un posto da ministra – o ministro – le spetta di diritto) – si limiti a figliare fin quando ciò le sia per natura possibile, mantenendo ordinata la casa e “presentabili” il marito e la prole.
Dunque, la sola ipotesi che un siffatto angelo del focolare – magari per tutelare la propria salute, o perché economicamente disagiato o per una miriade di altre insindacabili ragioni personali – possa  trovarsi nella condizione di dover interrompere una gravidanza è – se non inconcepibile (ipse dixit) perché, formalmente, la 194 non si tocca – per lo meno riprovevole: colei che, sciaguratamente, dovesse compiere questa scelta, quindi, secondo i piani del governo, in un futuro non troppo lontano, sarà chiamata – non solo e non tanto a risponderne dinanzi alla propria coscienza – quanto a fronteggiare le critiche spietate e gratuite, nonché gli impietosi giudizi “ad alzo zero”, degli esponenti di quelle associazioni antiabortiste che – nei consultori pubblici – affiancheranno psicologi e psicoterapeuti, quasi che questi ultimi non sappiano fare il loro mestiere.

Ma – lo accennavamo, sia pur brevemente, in sede di introduzione – anche lo Stato, le sue più alte e rappresentative Istituzioni, le sue articolazioni e persino il principio della separazione dei poteri paiono destinati a subire gli effetti di questo rigurgito reazionario.
Infatti, figlio com’è di uno scellerato do ut des spregiudicatamente giocato sulla pelle del Paese tra Fratelli d’Italia e Lega salviniana, il combinato disposto di Autonomia differenziata e cosiddetto premierato mette seriamente in pericolo le fondamenta stesse della Repubblica e – con queste ultime – l’unità della Nazione e le basi precipue della nostra convivenza civile, del nostro essere Comunità: perché?
Ebbene, onde tentare di rispondere compiutamente ed esaustivamente all’interrogativo – peraltro solo apparentemente retorico – di cui sopra, è doveroso rammentare anzitutto come:

1.    la nostra – redatta dall’Assemblea costituente eletta il 2 giugno 1946 ed entrata in vigore il primo gennaio 1948 – sia, per fortuna, una Costituzione rigida, circostanza – questa – in forza della quale qualsivoglia modifica – non solo può essere soggetta a referendum confermativo – ma, a norma dell’articolo 138 della medesima Legge fondamentale, deve essere approvata da ciascun ramo del parlamento con due successive deliberazioni a distanza non inferiore a tre mesi l’una dall’altra e, nella seconda deliberazione, la modifica in oggetto deve essere ratificata dalla maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera;
2. non di meno, la politologia – che pure, da bravi figli del tardo novecento, ci ostiniamo a credere abbia ancora ragione d’esistere – insegna (o per lo meno a noi ha insegnato) che il premierato, al pari del presidenzialismo o del semipresidenzialismo, è una forma di governo che, solitamente, si confà a sistemi politici forti – caratterizzati, cioè, dalla presenza di un numero contenuto di partiti organizzati – e si accompagna a sistemi elettorali di segno maggioritario.
Quindi, detto che quello italiano – composto com’è da una pluralità pressoché infinitesimale di soggetti politici più o meno organizzati e più o meno rappresentativi – non può certamente essere considerato un sistema politico forte e che esiste – e non potrebbe essere altrimenti – una stretta interdipendenza tra forma di governo, sistema elettorale e conformazione del sistema politico, chi scrive sente l’obbligo morale ed intellettuale di ammettere che muove dalla convinzione – pubblicamente esplicitata anche in occasione di altri, altrettanto maldestri e parimenti raffazzonati, tentativi di riforma – che un’eventuale ridefinizione della seconda parte della nostra Carta non sarebbe sufficiente, da sola, a risolvere talune farraginosità di cui soffre, ad esempio, il procedimento di formazione delle Leggi, e che – dunque – sarebbe forse più utile dare concreta implementazione a quelle parti del medesimo dettato costituzionale che, ad oggi, sono sostanzialmente inattuate.
Ora, ad un lettore ed elettore attento e consapevole – ne siamo convinti – a prescindere da quella che è la nostra posizione, basterebbero gli scarni rudimenti teorico-formali testé esposti per comprendere che – non avesse i contenuti che ha – il do ut des in questione sarebbe quanto mai risibile e non spaventerebbe nessuno: se, infatti, per un verso – pur concernendo il titolo quinto della Costituzione, ovvero il rapporto tra lo Stato e le Regioni – l’approvazione della famigerata autonomia differenziata sta seguendo (e non si sa perché) l’iter proprio delle Leggi ordinarie, il cosiddetto premierato – per l’altro – non si attaglia affatto, come abbiamo tentato di illustrare, alle caratteristiche strutturali del sistema politico italiano, ragion per cui chiunque avesse la pur minima cognizione dei meccanismi di funzionamento delle istituzioni – a meno che non volesse, di proposito, stravolgerle e bloccarle al fine di istaurare, senza ricorrere alla forza, un altro e diverso regime – non lo proporrebbe mai.
Tuttavia, il punto è proprio questo e – poiché i primi, cioè i lettori (quei pochi che ancora esistono e resistono) sono comunque sempre più distratti e la quantità dei secondi, vale a dire “degli elettori”, rischia di superare in scarsezza quella di chi è avvezzo a frequentare abitualmente edicole, biblioteche e librerie – preferiamo gettare il cuore oltre l’ostacolo, consci come siamo che – per quanto ci costi ammetterlo – Andreotti era nel giusto quando sosteneva:
«A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca».
Così, a futura memoria – perché le future generazioni non abbiano a dirci:
«Ma voi, mentre tutto ciò accadeva, dove eravate?» – ci pregiamo, in scienza e coscienza, di rilevare quanto segue:
1.    in Inghilterra – unica realtà occidentale in cui vige il premierato, quello vero e degno di questo nome, s’intende – il primo ministro (che è comunque nominato dal Monarca, ossia dal Capo dello Stato, esattamente come da noi lo nomina il Presidente Repubblica) è – appunto – un premier e non già – come prescrive invece il nostro Ordinamento – un Primus interpares;
2.    in Inghilterra – unica realtà occidentale ove vige il premierato, quello vero e degno di questo nome, s’intende – non vi è – ad onor del vero – un formale testo costituzionale, ma i documenti che sanciscono la natura – per così dire – dello Stato e ne regolano l’organizzazione, il funzionamento, i rapporti e le prerogative istituzionali (il più antico dei quali reca addirittura la data del 1425) sono immutati da secoli e – saremmo pronti a mettere entrambe le nostre mani sul fuoco – nessuno si sognerebbe nemmeno lontanamente di sindacarne o discuterne la valenza e il contenuto;
3.    in Inghilterra – unica realtà occidentale in cui vige il premierato, quello vero e degno di questo nome – da ultimo, il premier NON viene eletto direttamente dai cittadini, ma è tale esclusivamente in quanto leader del partito di maggioranza e, a norma di quanto previsto dal più recente dei documenti avente valore costituzionale cui si è fatto riferimento (il parlament act del 1911), può proporre al Re di sciogliere anticipatamente la Camera elettiva – quella dei Comuni – ma l’eventuale scioglimento è, e resta, prerogativa propria del Sovrano.
È E' allora evidente – tanto in punto di Diritto, quanto in punto di fatto – che questa destra preconizza un – definiamolo così – “Neo-autoritarismo all’italiana” totalmente privo di contrappesi, un sistema che – lungi dal somigliare al premierato – è un ircocervo di elementi di presidenzialismo e semipresidenzialismo confusamente mescolati tra loro, tale per cui – in sostanza e per sommi capi – si prevede:
1.    lo svuotamento dei poteri e delle prerogative di un Presidente della Repubblica che – da garante dell’unità nazionale ed arbitro della contesa politica – viene ad essere un semplice, inerte ed inutile spettatore dei “fatti di palazzo”, non potendo più esercitare alcuna influenza sul parlamento e sul governo;
2.    l’elezione diretta di un primo ministro che – assumendo su di sé il potere di sciogliere le camere – non è più un primus interpares cui spetta comunque la definizione dell’indirizzo politico dell’esecutivo, ma – nei fatti –  diventa il dominus dell’intero sistema politico, un premier che – non  solo si sceglie la maggioranza destinata a sostenerlo (un po’ come accadeva, guarda caso, durante il ventennio con i componenti della Camera dei fasci e delle corporazioni, i quali – pur essendo formalmente eletti dalla cittadinanza – venivano in realtà cooptati dal governo) – ma decide anche, di sua unica sponte, la composizione della compagine governativa, nominando e/o revocando i ministri, i viceministri e i sottosegretari;
3.    la possibilità che – in caso di caduta del governo – il tentativo di formarne un altro venga esperito solo da un componente della stessa maggioranza.
Si lavora, insomma, ad uno stravolgimento vero e proprio dell’assetto istituzionale del Paese che – dovesse malauguratamente accompagnarsi all’autonomia differenziata di matrice salvinian-leghista – segnerebbe, come si è detto, il definitivo sfaldamento del nostro comune destino, mandando in soffitta, ad esempio, quel servizio sanitario Nazionale che – fondato com’è sui principi dell’universalità d’accesso alle cure, dell’eguaglianza e dell’equità – pose fine, a far data dal 1978 (anno della sua istituzione), all’epoca delle “casse mutue”: perché?
Perché, incardinata sull’attribuzione alle Regioni – in sfregio a quanto previsto dall’articolo 117 della Costituzione – di una potestà legislativa esclusiva in materie come Sanità, appunto, e Scuola, impedisce alla Repubblica di emanare ed emendare – in questi delicati ambiti – quelle Leggi quadro che ne uniformano su scala nazionale i principi e le modalità di funzionamento.
CiCiliegina sull’indigeribile – almeno per quanto ci riguarda – torta di questo aberrante progetto complessivo di destrutturazione e distruzione della nostra civile ed unitaria convivenza, la riforma della giustizia targata Carlo Nordio è palesemente volta – a nostro avviso, s’intende – a far strame del pilastro fondante di ogni democrazia, il principio della separazione dei poteri: centrata su quella separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti che – per ragioni arcinote – stava tanto a cuore a Silvio Berlusconi, smembra – cioè divide in due distinte sezioni – il consiglio superiore della magistratura, affidando al caso – e quindi, di fatto, al parlamento in seduta comune eletto però come sopra – il compito di estrarre a sorte la maggioranza dei componenti togati di ciascuno dei due C.S.M scaturiti dallo smembramento medesimo, formalizzando così un’evidente ingerenza del potere legislativo nella gestione del potere giudiziario.

In conclusione, ci sembra quanto mai paradossale la circostanza per cui – come ci siamo assunti l’onere di dimostrare – chi si riempie la bocca dei concetti di Patria e di Nazione vorrebbe meramente cancellare gli ultimi settant’anni di storia di questo Paese, riportandolo ad un passato del quale osiamo dubitare questa stessa Patria, questa stessa Nazione avverta la mancanza.





lunedì 19 giugno 2023

Forse, ma – poiché siamo italiani – solo forse: in morte di Silvio Berlusconi


Forse, ma solo forse (perché sismo e restiamo fermamente convinti che, in un altro pese, in un paese normale, tutto questo – in circostanze analoghe – non sarebbe accaduto), avremmo dovuto aspettarcelo o – se non altro – avremmo potuto iscriverlo nel novero delle cose possibili: già, perché la morte – certamente improvvisa, per quanto probabilmente non così inattesa – di Silvio Berlusconi, passato ad altra vita alle nove e trenta dello scorso dodici giugno, ha messo a nudo – ancora una volta – l’ipocrisia di fondo che caratterizza da sempre la società italiana, quella stessa ipocrisia sulla  quale – a ben vedere – proprio “sua emittenza” ha costruito gran parte delle sue fortune imprenditoriali e politiche.

Forse, ma solo forse, allora, avremmo dovuto e potuto evitare – nei giorni scorsi – di stupirci della stucchevole sequela di peana ed ingiustificati incensamenti che ha fatto immediatamente seguito all’annuncio della scomparsa del leader di Forza Italia; forse, ma solo forse – allo stesso modo e per le stesse ragioni – quindi, chiunque – per ventura – dovesse imbattersi nelle considerazioni che qui stiamo tentando di esporre non dovrebbe affatto stupirsi – ed auspichiamo non lo faccia – dei toni e dei contenuti di un commento – questo nostro – che, ben lungi dall’essere quello che giornalisticamente si è usi definire “un coccodrillo”, mira unicamente – in nome del sacrosanto “principio di realtà” – a tentare di sottrarre almeno un briciolo di verità storica al revisionismo nient’affatto strisciante che ci pare stia prendendo piede.

Forse, ma solo forse, pertanto, è il caso di ricordare che il cavaliere – che tale, negli ultimi anni, non era poi nemmeno più – tutto aveva e possedeva, anche e soprattutto in termini materiali e patrimoniali, tranne l’aureola.

Forse, ma solo forse – allora – sarebbe il caso tutti rammentassimo come – figlio di Luigi Berlusconi, un funzionario fin troppo solerte e zelante della chiacchierata e fallita banca Rasini di Milano (istituto di credito che annoverava tra i suoi correntisti gente di spiccata e specchiata probità e rettitudine come il cassiere della mafia Pippo Calò e il banchiere Michele Sindona) – Silvio abbia cominciato a costruire il suo impero proprio – per così dire – dalle e sulle – o meglio, con le – ceneri del fallimento (forse, ma solo forse, provocato ad arte) in questione.

Forse, ma solo forse – poscia – la nostra memoria collettiva – sempre ammesso che ancora esista e che noi si possa fare assegnamento su quest’ultima – dovrebbe impedire che ci dimenticassimo della circostanza in forza della quale, grazie al sostegno politico incondizionato del PSI di Bettino Craxi (e a quello, anche finanziario e non meno importante, dei fratelli Graviano, che non a caso – carte processuali alla mano – furono tra i principali ispiratori delle stragi e degli attentati del ’92-93), il fu – tre volte indegnamente – presidente del consiglio è riuscito – non solo a farsi beffe delle limitazioni imposte alla raccolta pubblicitaria dalla Legge Mammì (che venne opportunamente emendata, chissà perché, da – e con – un provvedimento ad hoc del primo governo Berlusconi, nel ’94) – ma anche a costruire Milano2 e a garantirsi i buoni servigi – ad esempio – dei giudici Metta e Squillante per sottrarre a Carlo Debenedetti il controllo della Mondadori.

Forse, ma solo forse, sarebbe altresì d’uopo che – presi dalla commozione – non facessimo spallucce dinanzi al fatto che l’uomo a cui l’attuale esecutivo ha inspiegabilmente tributato e concesso l’onore dei funerali di Stato fu lo stesso che – memore dell’assioma mussoliniano per cui “Governare gli italiani non è difficile, è inutile” – costrinse il Parlamento della Repubblica a sancire formalmente l’identità fittizia di una prostituta d’alto bordo – all’epoca minorenne – le  cui prestazioni aveva saggiato in prima persona.

Forse – ma solo forse – eccetera, eccetera: la Storia-patria degli ultimi trent’anni – non meno di quella dei due decenni precedenti – infatti, trasuda di pagine che raccontano l’altalenante parabola esistenziale, imprenditoriale e – ci si passi la franchezza – criminale di colui che ha fatto della demagogia e dello sfruttamento privatistico della cosa pubblica e della pubblica credulità una ragione di vita, uno stile, un dogma imprescindibile ed irrinunciabile, sdoganando – senza remore né ritegno alcuno – quell’istinto retrivo, tutto italico, in virtù del quale – se, per un verso,  il mancato rispetto delle regole e delle Leggi, oggi, viene percepito ed agito come un  vanto  – per l’altro,  ci  sembra quantomai ovvio che ognuno pensi a sé e Dio – se c’è – pensi per tutti, perché quello che conta davvero – in fondo – è, la domenica, il “Forza Milan, o Monza”, e “abbasso Juve”.

Forse, ma solo forse (e – nel caso non vogliate farlo – “pace”), ci perdonerete se, nel salutare un uomo così, non ci coglie il benché minimo sconforto: quel che è stato è stato, è vero, ma – per quelli di noi che, pur avendo vissuto la sua epopea, sono cresciuti comunque con la consapevolezza che (per esempio) la Costituzione non è una Legge come tante e non può essere cambiata come tutte, per quelli di noi che hanno ancora una coscienza ed intendono mantenerla – il peso della Storia non è e non sarà mai un inutile fardello.

Matteo Sabbatani

 

giovedì 23 giugno 2022

Il "Campo largo", ovvero il rischio inutile del caravanserraglio

 E ora – ora che, come recita l’adagio popolare, «Tanto tuonò che piovve», tal che Luigi Di Maio, nel solstizio d’estate, ha detto addio ai cinquestelle – che si fa? Sommessamente, ci permettiamo di porre l’interrogativo di cui sopra ai tanti, ai troppi – a nostro avviso – fautori e latori del celeberrimo «Campo largo», quell’alleanza tra PD e pentastellati che avrebbe dovuto – o che dovrebbe (chissà?) – essere il fulcro del centrosinistra che si prepara – e poi si presenta (perché solitamente è così che succede) – alle prossime elezioni. Vedete, noi che nel centrosinistra crediamo – noi che del centrosinistra ci onoriamo d’esser parte – non vorremmo passare né per cassandre, né per uccelli del malaugurio, né – meno che mai – per quel genere di amici, che in vero amici non sono, sempre pronti a sentenziare: «Io l’avevo detto»! Già, perché – ed è pur vero – in tempi non sospetti, noi avevamo detto che, facilmente, i modi ed i meccanismi della politica – presto o tardi – avrebbero prodotto l’implosione dei grillini, così come avevamo tentato di mettere in guardia circa la distruzione – poi puntualmente verificatasi – del PD ad opera di Renzi e del renzismo, ma ora – autoimponendoci di fingere che sia acqua passata, consci che «Cosa fatta capo ha» – ora, dicevamo, vorremmo semplicemente capire se l’idea del campo largo verrà – opportunamente (dal nostro punto di vista, s’intende) – accantonata o se invece il pathos pedagogico che – da Zingaretti in qua – pare animare quel che resta del Partito Democratico spingerà Letta a perseguire ancora il folle disegno di tentare di costruire – col vinavil – un rassemblement che tenga insieme, oltre a Conte e Di Maio, anche Calenda e lo stesso Renzi, nonché Bersani, Speranza, Sala e – (perché no?) – pure Mastella. Per l’ennesima volta, già lo sappiamo, verremo caldamente invitati a stare sereni, saremo additati come quelli che non comprendono la fase politica che stiamo attraversando, come i miopi – o i presbiti – che non vedono che il centro – spazio politicamente affollatissimo, ma elettoralmente inesistente – si sta riorganizzando in modo autonomo, eccetera. Sarà, ma – come tutte le colle – anche il vinavil, prima o poi, si secca e non vorremmo che – per paradosso – la prima vittima del crollo di questo raffazzonato castello fosse proprio il PD, o meglio, fosse proprio Enrico Letta: già oggi, per quello che valgono, i sondaggi ci dicono che il neofascismo targato Meloni – in questo squinternato e smemorato Paese – incontra il favore della maggioranza dei nostri concittadini e, poiché siamo consapevoli che – mentre la destra, chiunque ne sia il leader, è sempre in grado (quando serve e quando conta davvero) di ricompattarsi – da questa parte funziona, da sempre, un po’ come nel calcio (che – se e quando si perde – la prima, anzi la sola, testa a saltare è quella dell’allenatore), preghiamo il numero uno del Nazzareno di considerare che – una volta tanto per fortuna – si voterà col proporzionale, cosa che consentirà ad ogni forza politica di – per così dire – misurare anzitutto il consenso di cui gode. L’auspicabile accoglimento della nostra piccola supplica comporterebbe – e siamo certi che la circostanza non sfugga nemmeno allo scafato politico pisano – una serie di conseguenze, ma almeno gli consentirebbe – forse – di provare davvero a costruire o a ricostruire – scegliete voi – ammesso che ne abbia ancora voglia, il Partito Democratico.

Matteo Sabbatani



sabato 2 marzo 2019

Ebbene sì, al passo coi tempi

Di Matteo Sabbatani 

Ebbene sì, sono un figlio del tardo novecento; ebbene sì, ho pure una formazione novecentesca: dunque?
Lo so, sulla base dei vostri cliché – peraltro quantomai contraddittori (così stereotipati e, al tempo stesso, mutevoli e fungibili) – io non sono “al passo coi tempi”: cioè?
Qual è – di grazia – il significato reale, effettivo e concreto di una locuzione come quella di cui sopra? Su, coraggio: cosa vuol dire “essere al passo coi tempi?”
No, vi prego di credermi, la mia domanda è sincera e non cela alcun intento polemico: semplicemente, m’appello alle vostre menti eccelse per essere portato a conoscenza del senso esatto di una espressione che, ormai, è entrata nel linguaggio corrente; semplicemente – giuro – ve lo domando perché, stolto come sono, non capisco, però so  che vorrei“saperne sempre di più”…
Ora, certo che la vostra risposta sarà rigorosa, completa, corretta, puntuale e più che mai esaustiva, non ho dubbi che – dall’alto della vostra insigne sapienza – proprio perché siete “al passo coi tempi”, coglierete al volo l’occasione (io, fossi in voi, lo farei) per illustrarmi anche – una di seguito all’altra e con dovizia di particolari, s’intende – le stravolgenti e sconvolgenti novità “partorite” – sul piano epistemico, euristico e gnoseologico – da questi primi vent’anni scarsi del duemila.
Non capite? Come sarebbe a dire che non capite? Vi chiedo cosa c’è di nuovo – da un punto di vista meramente culturale – in questo inizio di secolo e voi – che, al contrario di me, a buon diritto, potete annoverarvi tra coloro che sono al passo coi tempi – non capite? 
Francamente, rimango esterrefatto e basito: qualcosa non va.
Vedete, io – che non sono al passo coi tempi per via della mia formazione novecentesca – ad esempio, so cos’è, com’è fatta e “cosa dice” la Costituzione, tal che – conoscendo approfonditamente non solo la nostra – mi arrogo il diritto – anche se non lo sono in punto di fatto – di sentirmi offeso se e quando – come pure talvolta accade – qualcuno, non avendo nemmeno idea – detto per inciso – della differenza tra la Legge fondamentale dello Stato (ossia la Costituzione, appunto) e una Legge ordinaria, mi apostrofa come “il costituzionalista del cazzo”.
Vedete, io – che, complice la mia formazione novecentesca, non sono al passo coi tempi – per ore, potrei dissertare con voi – ad esempio – della differenza tra potere e potenza: cioè di come essa sia insita  nel rapporto “comando-obbedienza”, ovvero nella distinzione tra Coazione, intesa come uso legittimo della forza, e coercizione, che – invece –  corrisponde all’uso della forza medesima a prescindere da qualsivoglia legittimazione.
Oppure, il sottoscritto – pur non essendo al passo coi tempi – potrebbe parlarvi di come, ad esempio, proprio dalla dicotomia “potere-potenza” sia scaturita l’enunciazione – ad opera di un tal Max Weber, sociologo tedesco – delle tre forme pure nelle quali, storicamente, si è manifestato il potere, nonché di come – a dire il vero – le medesime conclusioni fossero già state tratte – in ben altro contesto – da un signore di nome Gorgia che – nell’Antica Grecia, secoli e secoli prima di Cristo (e prima ancora di Socrate, Platone ed Aristotele) – fu filosofo.
E con la stessa passione – da uomo d’altri tempi quale sono –  vi spiegherei volentieri la differenza tra metafora e similitudine, tra sinestesia e sineddoche, tra iterazione ed allitterazione, tra climax ed anafora, tra iato e sinalefe, tra quinari, senari, settenari, ottonari e novenari – da una parte  e – dall’altra – deca, endeca e dodecasillabi.  
Ma sarebbe – me ne rendo conto – fiato sprecato: voi – che avreste serie difficoltà a collocare Trieste e Perugia sulla carta geografica, ma andate in vacanza alle Maldive (ché tanto basta prendere l’aereo giusto) – non avete nessun interesse a conoscere il valore, il significato e la funzione dei segni d’interpunzione e/o a comprendere la logica sottesa al loro corretto utilizzo.
Allora, oso – e poi giuro che mi taccio – porvi nuovamente la domanda e, col rischio di sembrare petulante, torno a chiedervi: cosa vuol dire – di grazia – essere al passo coi tempi?
Vuol dire – me lo insegnate voi – non accorgersi, più o meno volontariamente, del nauseabondo ed asfissiante odore di nulla e di vuoto che emana questa società dell’apparenza; vuol dire – me lo insegnate voi – aver smarrito la coscienza e la consapevolezza di ciò che siamo stati e di ciò che siamo – o dovremmo essere – al solo scopo di esaltare narcisisticamente  l’ego e gli istinti più retrivi di tutti e di ciascuno, cosa che – sul piano sociale, o meglio, sul piano del vivere comune – si traduce nel calpestare in modo sistematico – non solo in senso figurato, purtroppo –  l’altro e/o gli altri; vuol dire – mi inducete voi ad arguirlo – che questo povero poeta,  quest’umile scrittore, questo straccio di sociologo e di uomo può continuare a far vanto – a testa alta e con orgoglio – del suo non essere al passo coi tempi.                                                                                                                                                                                                   

venerdì 5 febbraio 2016

Stagioni

Una vaga sensazione di indolenza permea e pervade le prime ore di questo venerdì cinque febbraio: l’epoca è quella che è e tutti – chi più, chi meno – ne subiamo il “fascino” – si fa per dire –malato e leggermente malinconico.
Quest’anno, per di più, pare proprio che l’inverno – meteorologicamente parlando – non voglia nemmeno venire, cosa che aiuta noi poeti – sempre in balia delle bizzarre e mutevoli stagioni dell’anima – a barcamenarci un po’ meglio nel “vivere pratico", anche se l’innata attitudine a fotografare il tempo – quello “antropologico”, s’intende – turba non poco i nostri sonni: cacofonie variamente assortite – disseminate ad arte nella quotidianità del Paese – mirano, infatti, ad edulcorare la realtà di tutti e di ciascuno, distogliendo l’attenzione generale dai problemi veri; e poco male se – un domani – ci si risvegliasse in un’era nella quale la partecipazione, “il farsi carico, il prendersi cura” fossero inutili orpelli, banali incombenze da espletare – a scadenze stabilite – in ossequio al rispetto delle regole formali.
Sommessamente, da umili e semplici osservatori delle italiche magagne quali siamo, ci permettiamo di ricordare che – solo pochi anni fa, quando sembrava spirare un altro vento (ma chissà se era poi tanto diverso da quello che soffia oggi) – in molti, anche a squarcia gola, cantavano e gridavano che:
«[…]questa maledetta notte
dovrà pur finire[…]».
Adesso, tutto si è sopito; adesso – per meglio dire – in tanti si sono assopiti, ma l’alba noi – sarà che siamo ipovedenti – non la vediamo ancora.


Matteo Sabbatani