sabato 25 aprile 2026
Referendum, stravince il NO: la Costituzione non si tocca
venerdì 12 dicembre 2025
"La storia siamo noi", eventi e ricorrenze: la strategia della tensione

Di Matteo Sabbatani
Oggi, 56 anni fa, con la strage di Piazza Fontana a Milano, aveva inizio, nel nostro Paese, la fase storica della cosiddetta "Strategia della tensione": con la complicità di servizi segreti deviati, organizzazioni neo-fasciste, massoneria e pezzi delle Istituzioni, era volta a sovvertire l'ordinamento repubblicano e culminò con la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. 56 anni dopo, figli, figliastri, nipoti e pronipoti dei protagonisti di quella stagione sono al Governo, intenzionati a "finire il lavoro"
venerdì 28 novembre 2025
La cultura e la politica: destra e sinistra nel terzo millennio
Di Matteo Sabbatani
A poco più di due settimane
dal cinquantesimo anniversario della prematura scomparsa di quell’intellettuale
libero e geniale che rispondeva al nome di Pier Paolo Pasolini (un omicidio i
cui mandanti, al pari degli effettivi esecutori materiali, permangono
nell’ombra), ci ritroviamo – con nostra stessa sorpresa – a considerare come la
Cultura propriamente detta – cioè quella che non ha nulla a che spartire con il
mero e sterile nozionismo – non sia e non possa essere, per sua natura, “di
destra” o “di sinistra”.
Essa, infatti, non coincide –
a nostro avviso, s’intende – con l’insieme dei concetti che un individuo è in
grado di introiettare, ma con la capacità del medesimo di adottare, adoperare e
ricorrere a questi ultimi nella lettura del presente, sia per quanto concerne i
fatti e le circostanze che ne caratterizzano il darsi contingente in una forma
determinata, sia per quel che attiene le cause che ne sono state il prodromo.
Dunque, se – in altri termini
– la Cultura è la capacità di coniugare debitamente nozioni e machiavellica “qualità
dei tempi”, non ci resta che constatare come questi siano tempi così opachi
da renderla inservibile o per lo meno inutilizzabile.
Qui da noi, infatti, per un
verso, una destra politica ancora recalcitrante di fronte alla necessità di
fare seriamente i conti col proprio passato continua a considerarla dannosa e
financo nociva e, per l’altro, viene trattata alla stregua di una vacua e
pesante zavorra anche da molta parte della cosiddetta sinistra, la quale si
crogiola tra il timore di giocare la carta dell’identità (sempre che ne abbia
una degna di questo nome) e la tentazione di inseguire la controparte sul
terreno scosceso del populismo demagogico, meglio ancora se ideologizzato.
Perciò, se è vero com’è vero
che – nel migliore dei casi – questo incipiente cerchiobottismo si traduce –
almeno per il PD – in una sostanziale stagnazione del consenso, ci pare
egualmente inconfutabile che il cosiddetto “campo largo”, allo stato (ovvero al
netto dei risultati delle recenti regionali), sia poco più – o forse
addirittura poco meno – che una forzatura giornalistica: perché?
Perché l’eterogeneità dei
soggetti chiamati a comporlo è tale che, almeno a nostro avviso, il solo
collante dell’ “anti-melonismo” non garantisce a sufficienza la necessaria
coesione dell’opposizione.
E’ innegabile – poi – che,
mentre il movimento 5stelle – avendo tardivamente deciso di tentare di
trasformarsi in partito – sta subendo l’inevitabile, progressivo e – per
fortuna – inarrestabile declino cui sono destinati tutti i movimenti d’opinione
privi di struttura, Italia Viva – ammesso e non concesso che un partito lo sia
veramente – deve ancora rompere (e chissà se mai lo farà) il legame simbiotico
con gli istinti umorali del suo leader, quel Matteo Renzi – ducetto di Rignano
sull’Arno – che, dopo aver contribuito (lo dice l’aritmetica) all’elezione di
La Russa alla presidenza del Senato, ha voltato le spalle a Giorgia la fascista
solo perché quest’ultima – per Legge – gli ha impedito di sommare il già lauto
stipendio da parlamentare agli emolumenti derivanti dalla sua attività di
conferenziere.
Non di meno, detto per inciso,
sentiamo di poter essere facili profeti – a voi stabilire se “di sventura” o
meno – nel preconizzare che “il politicante toscano” (la cui concreta e reale
conoscenza degli equilibri istituzionali e costituzionali a noi pare – e non da
oggi – quantomai raffazzonata e lacunosa, per usare gentili eufemismi) finirà
per sostenere, la prossima primavera al referendum, la riforma della giustizia
targata Nordio (quella che istituzionalizza il sogno berlusconiano e piduista
della separazione delle carriere dei magistrati, per intenderci): lo farà –
vedrete – mosso, sia da una mai celata insofferenza nei confronti delle toghe
(specie se e quando queste indagano su di lui), sia da una concezione della
politica volta ad intendere la medesima non già come la decisione e/o
l’influenza sulla decisione – cioè in senso, per così dire, weberiano – ma come
pura, semplice, demagogica e mistificatoria – ancorché sterile ed inutile –
esaltazione del decisionismo.
La perdurante “pubertà
politica” – ci si passi l’ardito neologismo – e la costante insipienza
dell’in-Azione di Calenda – il quale, da perfetto neofita, preferisce la
subordinazione supina alla maggioranza (sia pur esplicata sotto le mentite
spoglie dell’abusato refrain:
“Valutiamo ogni provvedimento
nel merito”) all’assunzione di qualsivoglia responsabilità correlata ad un
posizionamento tangibile e reale – completa un quadro desolante e disarmante in
cui soltanto AVS conserva – secondo noi – una qualche dignitosa consistenza.
Allora?
Allora la cultura – quella che
non è né di destra, né di sinistra – rimane, paradossalmente finché si vuole,
la sola arma da brandire contro la massificazione del pensiero: occorre
riassaporare – in un certo senso – il gusto peccaminoso dell’ostinazione a
voler cercare – non già la verità “assoluta” (che, in quanto tale, non esiste)
– ma almeno la nostra verità, accettando aprioristicamente il rischio –
splendido – che non coincida mai con quella che ci raccontano.
Solo così – per chi ancora,
nonostante tutto, ci crede – persino “Dio, Patria e Famiglia potrà tornare ad
essere – a destra – qualcosa di diverso da un mero slogan da gridare in taluni
“raduni nostalgici, tal che l’lettorato ultra-conservatore avrà agio di
scegliere – coscientemente e consapevolmente – tra i neofascisti veri, duri e puri che fan capo
alla presidente del consiglio e quelli “d’occasione” (ci viene spontaneo
affibbiargli questa etichetta) capitanati da un Salvini che, pur di inseguire
la premier, s’è preso in casa un camerata impenitente come Vannacci.
Solo così la sinistra – o quel
che ne resta – sarà finalmente libera di cercare la via ed i mezzi più consoni
per tradurre i principi di eguaglianza, solidarietà e dignità in un alfabeto
che sia comprensibile per “i figli del terzo millennio” e per tutti coloro che
già oggi, attoniti, assistono alla scomparsa delle più basilari forme di
intermediazione sociale e al trionfo – freddo e calcolato – di tutto ciò che è
effimero e istantaneo.
venerdì 16 maggio 2025
Robert Francis Prevost è Leone XIV: la Chiesa, per fortuna, non torna indietro
Pazienza se tutto questo – più che con Marx – ha a che vedere con l’umanità precipuamente intesa e, al massimo, come sosteneva papa Francesco, col Vangelo.
mercoledì 30 aprile 2025
Una Chiesa nel solco di Bergoglio
domenica 27 aprile 2025
Addio a Papa Francesco
Se ne va, a 88 anni, Papa Francesco: il primo pontefice argentino, il primo gesuita successore di Pietro, si è spento improvvisamente alle 7 e 35 del giorno di pasquetta del 2025.
giovedì 3 ottobre 2024
Del «Lutto matematico» e delle sue implicazioni sociali, filosofiche, culturali e politiche
venerdì 7 giugno 2024
I «Neri dentro» e il rischio della “torsione neo-autoritaria”: tutte le lacune delle riforme dell’asse Meloni-Nordio-Salvini
Di Matteo Sabbatani
Ad appena un anno e mezzo
dalla vittoria elettorale del centrodestra a trazione meloniana – e alla
vigilia delle elezioni europee – ci ritroviamo a dover amaramente constatare, anche
se avremmo preferito la sorte si fosse incaricata di smentirci, d’esser stati –
in tempi non sospetti, cioè a tempo debito – facili profeti di sventura.
Infatti, impossibilitata a
farsi beffe dei parametri di bilancio imposti dalla Ue (la quale – anzi – a
prescindere dai risultati delle imminenti consultazioni, si prepara – in
autunno – a sottoporre i nostri conti ad una procedura per deficit eccessivo) e
degli obblighi derivanti dalla partecipazione all’Alleanza atlantica, questa
destra non fa altro che sventolare i vessilli di quelli che – da sempre – sono
i suoi cavalli di battaglia ed i suoi temi identitari.
“Neri dentro” e non “per
caso”, questi impenitenti neofascisti – che, oramai non v’è dubbio, aderirono
alla finiana svolta di Fiuggi per mero calcolo politico e non per convinzione –
non perdono occasione per mostrare di aver mantenuto – circa la società
italiana complessivamente intesa, dal ruolo della donna all’organizzazione
dello Stato – una concezione di stampo prettamente mussoliniano, con buona pace
della circostanza – in vero paradossale – per cui la Storia ha voluto fossero
proprio loro ad iscrivere – per la prima volta in oltre settant’anni di vita
repubblicana – il nome di un’esponente del gentil sesso “nell’albo dei nostri
capi di governo”.
Nessuno si stupisca, allora,
stante quanto sopra, se – eccezion fatta, appunto, per la/il (non lo sapremo
mai) presidente del consiglio e la di lei (o forse di lui) sorella – è d’uopo,
per questo esecutivo, che la donna – alla stregua di quanto accadeva sino alla
metà degli anni quaranta del secolo scorso e salvo che non mostri una certa
predisposizione a truffare l’Istituto Nazionale di Previdenza sociale e
l’erario (nel qual caso, Ça va sans dire,
un posto da ministra – o ministro – le spetta di diritto) – si limiti a
figliare fin quando ciò le sia per natura possibile, mantenendo ordinata la
casa e “presentabili” il marito e la prole.
Dunque, la sola ipotesi che un
siffatto angelo del focolare – magari per tutelare la propria salute, o perché
economicamente disagiato o per una miriade di altre insindacabili ragioni
personali – possa trovarsi nella
condizione di dover interrompere una gravidanza è – se non inconcepibile (ipse
dixit) perché, formalmente, la 194 non si tocca – per lo meno riprovevole:
colei che, sciaguratamente, dovesse compiere questa scelta, quindi, secondo i
piani del governo, in un futuro non troppo lontano, sarà chiamata – non solo e
non tanto a risponderne dinanzi alla propria coscienza – quanto a fronteggiare
le critiche spietate e gratuite, nonché gli impietosi giudizi “ad alzo zero”, degli
esponenti di quelle associazioni antiabortiste che – nei consultori pubblici –
affiancheranno psicologi e psicoterapeuti, quasi che questi ultimi non sappiano
fare il loro mestiere.
Ma – lo accennavamo, sia pur
brevemente, in sede di introduzione – anche lo Stato, le sue più alte e
rappresentative Istituzioni, le sue articolazioni e persino il principio della
separazione dei poteri paiono destinati a subire gli effetti di questo
rigurgito reazionario.
Infatti, figlio com’è di uno
scellerato do ut des spregiudicatamente giocato sulla pelle del Paese tra
Fratelli d’Italia e Lega salviniana, il combinato disposto di Autonomia
differenziata e cosiddetto premierato mette seriamente in pericolo le
fondamenta stesse della Repubblica e – con queste ultime – l’unità della
Nazione e le basi precipue della nostra convivenza civile, del nostro essere
Comunità: perché?
Ebbene, onde tentare di
rispondere compiutamente ed esaustivamente all’interrogativo – peraltro solo
apparentemente retorico – di cui sopra, è doveroso rammentare anzitutto come:
lunedì 19 giugno 2023
Forse, ma – poiché siamo italiani – solo forse: in morte di Silvio Berlusconi
Forse, ma solo forse (perché sismo e
restiamo fermamente convinti che, in un altro pese, in un paese normale, tutto
questo – in circostanze analoghe – non sarebbe accaduto), avremmo dovuto
aspettarcelo o – se non altro – avremmo potuto iscriverlo nel novero delle cose
possibili: già, perché la morte – certamente improvvisa, per quanto
probabilmente non così inattesa – di Silvio Berlusconi, passato ad altra vita
alle nove e trenta dello scorso dodici giugno, ha messo a nudo – ancora una
volta – l’ipocrisia di fondo che caratterizza da sempre la società italiana,
quella stessa ipocrisia sulla quale – a
ben vedere – proprio “sua emittenza” ha costruito gran parte delle sue fortune
imprenditoriali e politiche.
Forse, ma solo forse, allora, avremmo
dovuto e potuto evitare – nei giorni scorsi – di stupirci della stucchevole
sequela di peana ed ingiustificati incensamenti che ha fatto immediatamente
seguito all’annuncio della scomparsa del leader di Forza Italia; forse, ma solo
forse – allo stesso modo e per le stesse ragioni – quindi, chiunque – per
ventura – dovesse imbattersi nelle considerazioni che qui stiamo tentando di esporre
non dovrebbe affatto stupirsi – ed auspichiamo non lo faccia – dei toni e dei
contenuti di un commento – questo nostro – che, ben lungi dall’essere quello
che giornalisticamente si è usi definire “un coccodrillo”, mira unicamente – in
nome del sacrosanto “principio di realtà” – a tentare di sottrarre almeno un
briciolo di verità storica al revisionismo nient’affatto strisciante che ci
pare stia prendendo piede.
Forse, ma solo forse, pertanto, è il caso di
ricordare che il cavaliere – che tale, negli ultimi anni, non era poi nemmeno
più – tutto aveva e possedeva, anche e soprattutto in termini materiali e
patrimoniali, tranne l’aureola.
Forse, ma solo forse – allora – sarebbe il
caso tutti rammentassimo come – figlio di Luigi Berlusconi, un funzionario fin
troppo solerte e zelante della chiacchierata e fallita banca Rasini di Milano (istituto
di credito che annoverava tra i suoi correntisti gente di spiccata e specchiata
probità e rettitudine come il cassiere della mafia Pippo Calò e il banchiere
Michele Sindona) – Silvio abbia cominciato a costruire il suo impero proprio –
per così dire – dalle e sulle – o meglio, con le – ceneri del fallimento
(forse, ma solo forse, provocato ad arte) in questione.
Forse, ma solo forse – poscia – la nostra
memoria collettiva – sempre ammesso che ancora esista e che noi si possa fare
assegnamento su quest’ultima – dovrebbe impedire che ci dimenticassimo della
circostanza in forza della quale, grazie al sostegno politico incondizionato
del PSI di Bettino Craxi (e a quello, anche finanziario e non meno importante,
dei fratelli Graviano, che non a caso – carte processuali alla mano – furono
tra i principali ispiratori delle stragi e degli attentati del ’92-93), il fu –
tre volte indegnamente – presidente del consiglio è riuscito – non solo a farsi
beffe delle limitazioni imposte alla raccolta pubblicitaria dalla Legge Mammì
(che venne opportunamente emendata, chissà perché, da – e con – un
provvedimento ad hoc del primo governo Berlusconi, nel ’94) – ma anche a
costruire Milano2 e a garantirsi i buoni servigi – ad esempio – dei giudici
Metta e Squillante per sottrarre a Carlo Debenedetti il controllo della
Mondadori.
Forse, ma solo forse, sarebbe altresì
d’uopo che – presi dalla commozione – non facessimo spallucce dinanzi al fatto
che l’uomo a cui l’attuale esecutivo ha inspiegabilmente tributato e concesso
l’onore dei funerali di Stato fu lo stesso che – memore dell’assioma
mussoliniano per cui “Governare gli italiani non è difficile, è inutile” –
costrinse il Parlamento della Repubblica a sancire formalmente l’identità
fittizia di una prostituta d’alto bordo – all’epoca minorenne – le cui prestazioni aveva saggiato in prima
persona.
Forse – ma solo forse – eccetera,
eccetera: la Storia-patria degli ultimi trent’anni – non meno di quella dei due
decenni precedenti – infatti, trasuda di pagine che raccontano l’altalenante
parabola esistenziale, imprenditoriale e – ci si passi la franchezza –
criminale di colui che ha fatto della demagogia e dello sfruttamento
privatistico della cosa pubblica e della pubblica credulità una ragione di
vita, uno stile, un dogma imprescindibile ed irrinunciabile, sdoganando – senza
remore né ritegno alcuno – quell’istinto retrivo, tutto italico, in virtù del
quale – se, per un verso, il mancato
rispetto delle regole e delle Leggi, oggi, viene percepito ed agito come
un vanto – per l’altro, ci sembra quantomai ovvio che ognuno pensi a sé e
Dio – se c’è – pensi per tutti, perché quello che conta davvero – in fondo – è,
la domenica, il “Forza Milan, o Monza”, e “abbasso Juve”.
Forse, ma solo forse (e – nel caso non
vogliate farlo – “pace”), ci perdonerete se, nel salutare un uomo così, non ci
coglie il benché minimo sconforto: quel che è stato è stato, è vero, ma – per
quelli di noi che, pur avendo vissuto la sua epopea, sono cresciuti comunque
con la consapevolezza che (per esempio) la Costituzione non è una Legge come
tante e non può essere cambiata come tutte, per quelli di noi che hanno ancora
una coscienza ed intendono mantenerla – il peso della Storia non è e non sarà
mai un inutile fardello.
Matteo Sabbatani
giovedì 23 giugno 2022
Il "Campo largo", ovvero il rischio inutile del caravanserraglio
E ora – ora che, come recita l’adagio popolare, «Tanto tuonò che piovve», tal che Luigi Di Maio, nel solstizio d’estate, ha detto addio ai cinquestelle – che si fa? Sommessamente, ci permettiamo di porre l’interrogativo di cui sopra ai tanti, ai troppi – a nostro avviso – fautori e latori del celeberrimo «Campo largo», quell’alleanza tra PD e pentastellati che avrebbe dovuto – o che dovrebbe (chissà?) – essere il fulcro del centrosinistra che si prepara – e poi si presenta (perché solitamente è così che succede) – alle prossime elezioni. Vedete, noi che nel centrosinistra crediamo – noi che del centrosinistra ci onoriamo d’esser parte – non vorremmo passare né per cassandre, né per uccelli del malaugurio, né – meno che mai – per quel genere di amici, che in vero amici non sono, sempre pronti a sentenziare: «Io l’avevo detto»! Già, perché – ed è pur vero – in tempi non sospetti, noi avevamo detto che, facilmente, i modi ed i meccanismi della politica – presto o tardi – avrebbero prodotto l’implosione dei grillini, così come avevamo tentato di mettere in guardia circa la distruzione – poi puntualmente verificatasi – del PD ad opera di Renzi e del renzismo, ma ora – autoimponendoci di fingere che sia acqua passata, consci che «Cosa fatta capo ha» – ora, dicevamo, vorremmo semplicemente capire se l’idea del campo largo verrà – opportunamente (dal nostro punto di vista, s’intende) – accantonata o se invece il pathos pedagogico che – da Zingaretti in qua – pare animare quel che resta del Partito Democratico spingerà Letta a perseguire ancora il folle disegno di tentare di costruire – col vinavil – un rassemblement che tenga insieme, oltre a Conte e Di Maio, anche Calenda e lo stesso Renzi, nonché Bersani, Speranza, Sala e – (perché no?) – pure Mastella. Per l’ennesima volta, già lo sappiamo, verremo caldamente invitati a stare sereni, saremo additati come quelli che non comprendono la fase politica che stiamo attraversando, come i miopi – o i presbiti – che non vedono che il centro – spazio politicamente affollatissimo, ma elettoralmente inesistente – si sta riorganizzando in modo autonomo, eccetera. Sarà, ma – come tutte le colle – anche il vinavil, prima o poi, si secca e non vorremmo che – per paradosso – la prima vittima del crollo di questo raffazzonato castello fosse proprio il PD, o meglio, fosse proprio Enrico Letta: già oggi, per quello che valgono, i sondaggi ci dicono che il neofascismo targato Meloni – in questo squinternato e smemorato Paese – incontra il favore della maggioranza dei nostri concittadini e, poiché siamo consapevoli che – mentre la destra, chiunque ne sia il leader, è sempre in grado (quando serve e quando conta davvero) di ricompattarsi – da questa parte funziona, da sempre, un po’ come nel calcio (che – se e quando si perde – la prima, anzi la sola, testa a saltare è quella dell’allenatore), preghiamo il numero uno del Nazzareno di considerare che – una volta tanto per fortuna – si voterà col proporzionale, cosa che consentirà ad ogni forza politica di – per così dire – misurare anzitutto il consenso di cui gode. L’auspicabile accoglimento della nostra piccola supplica comporterebbe – e siamo certi che la circostanza non sfugga nemmeno allo scafato politico pisano – una serie di conseguenze, ma almeno gli consentirebbe – forse – di provare davvero a costruire o a ricostruire – scegliete voi – ammesso che ne abbia ancora voglia, il Partito Democratico.


























