venerdì 12 dicembre 2025

"La storia siamo noi", eventi e ricorrenze: la strategia della tensione


 

 





Di Matteo Sabbatani

 

 Oggi, 56 anni fa, con la strage di Piazza Fontana a Milano, aveva inizio, nel nostro Paese, la fase storica della cosiddetta "Strategia della tensione": con la complicità di servizi segreti deviati, organizzazioni neo-fasciste, massoneria e pezzi delle Istituzioni, era volta a sovvertire l'ordinamento repubblicano e culminò con la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.   56 anni dopo, figli, figliastri, nipoti e pronipoti dei protagonisti di quella stagione sono al Governo, intenzionati a "finire il lavoro"

venerdì 28 novembre 2025

La cultura e la politica: destra e sinistra nel terzo millennio











Di Matteo Sabbatani

A poco più di due settimane dal cinquantesimo anniversario della prematura scomparsa di quell’intellettuale libero e geniale che rispondeva al nome di Pier Paolo Pasolini (un omicidio i cui mandanti, al pari degli effettivi esecutori materiali, permangono nell’ombra), ci ritroviamo – con nostra stessa sorpresa – a considerare come la Cultura propriamente detta – cioè quella che non ha nulla a che spartire con il mero e sterile nozionismo – non sia e non possa essere, per sua natura, “di destra” o “di sinistra”.
Essa, infatti, non coincide – a nostro avviso, s’intende – con l’insieme dei concetti che un individuo è in grado di introiettare, ma con la capacità del medesimo di adottare, adoperare e ricorrere a questi ultimi nella lettura del presente, sia per quanto concerne i fatti e le circostanze che ne caratterizzano il darsi contingente in una forma determinata, sia per quel che attiene le cause che ne sono state il prodromo.
Dunque, se – in altri termini – la Cultura è la capacità di coniugare debitamente nozioni e machiavellica “qualità dei tempi”, non ci resta che constatare come questi siano tempi così opachi da renderla inservibile o per lo meno inutilizzabile.
Qui da noi, infatti, per un verso, una destra politica ancora recalcitrante di fronte alla necessità di fare seriamente i conti col proprio passato continua a considerarla dannosa e financo nociva e, per l’altro, viene trattata alla stregua di una vacua e pesante zavorra anche da molta parte della cosiddetta sinistra, la quale si crogiola tra il timore di giocare la carta dell’identità (sempre che ne abbia una degna di questo nome) e la tentazione di inseguire la controparte sul terreno scosceso del populismo demagogico, meglio ancora se ideologizzato.
Perciò, se è vero com’è vero che – nel migliore dei casi – questo incipiente cerchiobottismo si traduce – almeno per il PD – in una sostanziale stagnazione del consenso, ci pare egualmente inconfutabile che il cosiddetto “campo largo”, allo stato (ovvero al netto dei risultati delle recenti regionali), sia poco più – o forse addirittura poco meno – che una forzatura giornalistica: perché?
Perché l’eterogeneità dei soggetti chiamati a comporlo è tale che, almeno a nostro avviso, il solo collante dell’ “anti-melonismo” non garantisce a sufficienza la necessaria coesione dell’opposizione.
E’ innegabile – poi – che, mentre il movimento 5stelle – avendo tardivamente deciso di tentare di trasformarsi in partito – sta subendo l’inevitabile, progressivo e – per fortuna – inarrestabile declino cui sono destinati tutti i movimenti d’opinione privi di struttura, Italia Viva – ammesso e non concesso che un partito lo sia veramente – deve ancora rompere (e chissà se mai lo farà) il legame simbiotico con gli istinti umorali del suo leader, quel Matteo Renzi – ducetto di Rignano sull’Arno – che, dopo aver contribuito (lo dice l’aritmetica) all’elezione di La Russa alla presidenza del Senato, ha voltato le spalle a Giorgia la fascista solo perché quest’ultima – per Legge – gli ha impedito di sommare il già lauto stipendio da parlamentare agli emolumenti derivanti dalla sua attività di conferenziere.
Non di meno, detto per inciso, sentiamo di poter essere facili profeti – a voi stabilire se “di sventura” o meno – nel preconizzare che “il politicante toscano” (la cui concreta e reale conoscenza degli equilibri istituzionali e costituzionali a noi pare – e non da oggi – quantomai raffazzonata e lacunosa, per usare gentili eufemismi) finirà per sostenere, la prossima primavera al referendum, la riforma della giustizia targata Nordio (quella che istituzionalizza il sogno berlusconiano e piduista della separazione delle carriere dei magistrati, per intenderci): lo farà – vedrete – mosso, sia da una mai celata insofferenza nei confronti delle toghe (specie se e quando queste indagano su di lui), sia da una concezione della politica volta ad intendere la medesima non già come la decisione e/o l’influenza sulla decisione – cioè in senso, per così dire, weberiano – ma come pura, semplice, demagogica e mistificatoria – ancorché sterile ed inutile – esaltazione del decisionismo.
La perdurante “pubertà politica” – ci si passi l’ardito neologismo – e la costante insipienza dell’in-Azione di Calenda – il quale, da perfetto neofita, preferisce la subordinazione supina alla maggioranza (sia pur esplicata sotto le mentite spoglie dell’abusato refrain:
“Valutiamo ogni provvedimento nel merito”) all’assunzione di qualsivoglia responsabilità correlata ad un posizionamento tangibile e reale – completa un quadro desolante e disarmante in cui soltanto AVS conserva – secondo noi – una qualche dignitosa consistenza.
Allora?
Allora la cultura – quella che non è né di destra, né di sinistra – rimane, paradossalmente finché si vuole, la sola arma da brandire contro la massificazione del pensiero: occorre riassaporare – in un certo senso – il gusto peccaminoso dell’ostinazione a voler cercare – non già la verità “assoluta” (che, in quanto tale, non esiste) – ma almeno la nostra verità, accettando aprioristicamente il rischio – splendido – che non coincida mai con quella che ci raccontano.
Solo così – per chi ancora, nonostante tutto, ci crede – persino “Dio, Patria e Famiglia potrà tornare ad essere – a destra – qualcosa di diverso da un mero slogan da gridare in taluni “raduni nostalgici, tal che l’lettorato ultra-conservatore avrà agio di scegliere – coscientemente e consapevolmente – tra  i neofascisti veri, duri e puri che fan capo alla presidente del consiglio e quelli “d’occasione” (ci viene spontaneo affibbiargli questa etichetta) capitanati da un Salvini che, pur di inseguire la premier, s’è preso in casa un camerata impenitente come Vannacci.
Solo così la sinistra – o quel che ne resta – sarà finalmente libera di cercare la via ed i mezzi più consoni per tradurre i principi di eguaglianza, solidarietà e dignità in un alfabeto che sia comprensibile per “i figli del terzo millennio” e per tutti coloro che già oggi, attoniti, assistono alla scomparsa delle più basilari forme di intermediazione sociale e al trionfo – freddo e calcolato – di tutto ciò che è effimero e istantaneo.

 

 

 

 

venerdì 16 maggio 2025

Robert Francis Prevost è Leone XIV: la Chiesa, per fortuna, non torna indietro


Di Matteo Sabbatani



Che pontificato sarà quello di Leone Decimo Quarto, Robert Francis Prevost all’anagrafe?
In queste ore – dopo che, alle diciotto e sette minuti dell’8 maggio scorso, la fumata bianca uscita dal comignolo istallato sul tetto della cappella Sistina ha annunciato al mondo che è lui il nuovo vescovo di Roma – ci si chiede, da più parti, se il suo magistero e la sua pastorale saranno in continuità con il percorso di apertura della Chiesa al mondo ed alla società intrapreso – nel solco del concilio vaticano secondo – dal suo predecessore, papa Francesco.
Non siamo indovini, né maghi, né taumaturghi – è ovvio – ma questo creolo classe mille novecento cinquantacinque – discendente statunitense di emigrati spagnoli, francesi e italiani – a noi piace.
Certo, quello che è il cento sessantasettesimo successore di Pietro – Dottore in Matematica, Filosofia e Diritto Canonico – non ha forse l’empatia di papa Bergoglio, tal che – visibilmente emozionato e commosso – preferisce presentarsi al mondo leggendo un testo scritto accuratamente preparato, ma quelle parole – a cominciare dalla forte invocazione di una Pace disarmata e disarmante, umile e perseverante – sono comunque intrise dei suoi trascorsi, prima da frate missionario e, poi, da vescovo della Diocesi peruviana di Chiclayo.
Agostiniano, già priore generale dell’omonimo ordine, giunge al soglio pontificio dopo aver ricoperto – negli ultimi tre anni – la carica di Prefetto del Dicastero dei Vescovi, e il nome che ha scelto – Leone XIV, appunto – sembra poter esser indice, Storia alla mano, di un papato attento – in egual misura – tanto alle questioni sociali, quanto a quelle più prettamente politico-dottrinarie.
Infatti, non possiamo esimerci dal rammentare come Leone XIII – significativamente ricordato come l’estensore della Rerum Novarum, la prima enciclica sociale della Chiesa universale (1891) – sia stato anche il pontefice della Provvidentissimus deus (1893) nelle cui pagine si rimarca la circostanza in forza della quale – se, per un verso, è l’uso, ovvero l’interpretazione, delle scritture ad incarnare l’anima della teologia – per l’altro, come dimostra l’intera speculazione filosofica di san Tommaso, la teologia medesima è tale se – e solo se – ha un fondamento razionale, se si basa sul ragionamento.
Analogamente, non si può dimenticare che – così come Leone Magno sconfisse i barbari fermando Attila (ed il fato sa quanto siano parimenti pericolosi i barbari contemporanei) – Leone X, papa Medici, fu invece un insigne mecenate della bellezza e della cultura.
Dubitiamo dunque – stante quanto sopra – che il cardinal Prevost si presterà ad essere – e citiamo testualmente – “un pupazzo marxista in vaticano”, come già lo etichettano i trumpiani di stretta osservanza.
Un curriculum vitae come quello brevemente delineato pocanzi, al contrario, offre al mondo il ritratto di un uomo che non abbisogna del Bannon o del Musk di turno né per sapere chi è, né – meno che mai – per avere piena contezza dell’arduo compito che lo attende, e non già a causa – o per colpa – del dogma dell’infallibilità petrina.
No, un uomo del genere sa perfettamente che Dio – se c’è – non vive nella Chiesa formale e istituzionale, ma negli occhi e nel cuore di chi è sommerso dal fango, di chi soffre tra rovine e pozzanghere, nel calore di un abbraccio inatteso, nel sorriso di una madre che – pur avendo, purtroppo, perso un figlio – continua a cucinare per gli altri, in coloro che sono stanchi e/o arrabbiati e delusi, nei senzatetto e, sì, forse anche – paradossalmente – in quelli che a lui, a Dio, non credono più, non crederanno mai o non hanno mai creduto.
Pazienza se tutto questo – più che con Marx – ha a che vedere con l’umanità precipuamente intesa e, al massimo, come sosteneva papa Francesco, col Vangelo.


 

mercoledì 30 aprile 2025

Una Chiesa nel solco di Bergoglio

Di Matteo Sabbatani

 

Chi sarà il successore di Jorge Mario Bergoglio? La Chiesa cattolica continuerà il lento, faticosissimo, contrastato processo di apertura al mondo e alla società intrapreso dal pontefice argentino, oppure – impaurita – tornerà a chiudersi in se stessa, scegliendo un successore di Pietro – come si suol dire – “di transizione”, termine che cela spesso “rigurgiti reazionari” come quelli che portarono all’elezione di Ratzinger?
Questi, per Santa Romana Chiesa, sono i giorni del cosiddetto novendiale, quelli compresi – cioè – tra i funerali del pontefice e l’inizio del conclave per l’elezione del nuovo vicario di Cristo in Terra; questi, per Santa Romana Chiesa, sono giorni in cui le congregazioni generali, le stesse che – dirette e coordinate dal collegio dei Cardinali – si sono occupate dell’organizzazione e della celebrazione delle esequie del Papa – si riuniscono con assidua frequenza: siamo nel pieno di un anno giubilare, peraltro, ed è quindi d’uopo (tutti, oltre Tevere, ne sono consci) adoperarsi perché il lasso temporale compreso tra “l’extra omnes” e “l’habemus papam” possa essere breve.
Non di meno, il prossimo – in virtù della sua nuova composizione, figlia delle nomine di Francesco – non sarà certo un conclave “eurocentrico” e, per paradosso, sarà forse quello in cui il nostro idioma farà – tra porporati che, nella stragrande maggioranza dei casi, non si conoscono tra loro – la parte del leone.
Così, se è difficile – e per fortuna – credere che un’Istituzione bimillenaria come la chiesa possa incontrare – nella scelta della sua guida suprema – inciampi di natura linguistica, è facile auspicare – per converso – che, come di fatto sempre avviene, più d’una tra le alte sfere della Santa Sede abbia già in mente, e non da oggi, l’identikit del nuovo vescovo di Roma.
Ovviamente, i nomi che circolano sono specchio ed emanazione diretta delle correnti politiche – perché di politica si tratta – che si fronteggiano nei sacri palazzi come altrove: si va dal Cardinal Pietro Parolin, già capo della segreteria di Stato vaticana durante il pontificato di Bergoglio (ma non sempre i numeri due hanno la stessa stoffa dei numeri uno, e Ratzinger – che pure, prima di succedergli, fu epigono e sodale di Woityla – ne è stato la più plastica delle dimostrazioni, Dio non ce ne voglia) all’attuale presidente della Conferenza episcopale italiana, l’arcivescovo di Bologna Monsignor Matteo Maria Zuppi.
Romano, espressione della comunità di Sant’Egidio, gesuita come Francesco, in lui – compagno di studi e fraterno amico del compianto David Sassoli – il papa che venne dalla fine del mondo vide, non solo la giusta guida “per le porpore di casa nostra”, ma anche il diplomatico più adatto a gestire alcune delle crisi umanitarie provocate dall’insorgere dei conflitti che stanno caratterizzando – su scala planetaria – l’alba, tutt’altro che serena, di questo ventunesimo secolo.
Un discorso simile ci spinge ad annoverare tra i papabili anche Sua Soavità il Patriarca latino di Gerusalemme, ovvero Monsignor Pier Battista Pizzaballa, una delle voci più scomode, autorevoli ed ascoltate – oggi – nel Medio oriente preda della miopia genocida israeliana.
Beninteso, la stima e la riconoscenza intellettuale ed umana verso quello che è stato, a nostro avviso, il grandissimo magistero di Bergoglio nella Chiesa e tra la gente ci indurrebbero a caldeggiare – oltre ai tre profili di cui sopra – anche quelli di moltissime altre personalità di identico calibro e caratura che sappiamo albergare – in queste ore – tra le mura petrine.
Dunque, poiché l’elenco sarebbe lungo e rischieremmo, per disattenzione, di dimenticare persino qualcuno, ci appelliamo all’intelligenza di chi legge per sperare di scampare ad un’accusa – quella di campanilismo o, peggio, di razzismo – che, mai come in questo caso, cozzerebbe con i nostri ideali e le nostre intenzioni: vogliate, pertanto, prendere i nomi ed i percorsi umani e spirituali pocanzi brevemente tratteggiati come semplici esempi di una Chiesa che – da laici razionalisti e ferventi illuministi quali siamo – ci piace e che crediamo aderisca al senso più pieno del cristianesimo.
D’altronde, ora – a noi come a tutti – non resta che attendere – auspicabilmente poco, come detto – confidando, se non proprio nello spirito santo, almeno nella saggezza di quella che è e resta – comunque – la più antica e radicata istituzione del globo, alla quale – sommessamente – ci permettiamo di rammentare che la lungimiranza non è certo debolezza.


domenica 27 aprile 2025

Addio a Papa Francesco


Se ne va, a 88 anni, Papa Francesco: il primo pontefice argentino, il primo gesuita successore di Pietro, si è spento improvvisamente alle 7 e 35 del giorno di pasquetta del 2025.
Finiscono così 12 anni di pontificato fondati, veramente, sulla denuncia delle contraddizioni e dei mali di questa società e di questo mondo.
Amato e rispettato anche da atei e non credenti di ogni sorta, ha tentato (solo la Storia dirà con quali effettivi risultati) sia di riportare la Chiesa, anche da un punto di vista "Istituzionale e dogmatico", ad una dimensione più umana, popolare e vicina alla gente, sia di farsi instancabile costruttore di Pace e Speranza in un. Mondo che assiste, volutamente inerte, al dipanarsi di quella che lui definì "la terza guerra mondiale a pezzi".
Ora tutti __ specie quanti, nei sacri palazzi, convivevano a fatica con la sua mentalità aperta, con la sua saggezza e con la sua "pastorale" __ si sperticheranno in lodi, sperando che nessuno ricordi che era a costoro che si riferiva quando chiedeva ai fedeli:
"Pregate per me".

Matteo Sabbatani