Chi sarà il successore di Jorge Mario Bergoglio? La Chiesa cattolica continuerà il lento, faticosissimo, contrastato processo di apertura al mondo e alla società intrapreso dal pontefice argentino, oppure – impaurita – tornerà a chiudersi in se stessa, scegliendo un successore di Pietro – come si suol dire – “di transizione”, termine che cela spesso “rigurgiti reazionari” come quelli che portarono all’elezione di Ratzinger?
Questi, per Santa Romana Chiesa, sono i giorni del cosiddetto novendiale, quelli compresi – cioè – tra i funerali del pontefice e l’inizio del conclave per l’elezione del nuovo vicario di Cristo in Terra; questi, per Santa Romana Chiesa, sono giorni in cui le congregazioni generali, le stesse che – dirette e coordinate dal collegio dei Cardinali – si sono occupate dell’organizzazione e della celebrazione delle esequie del Papa – si riuniscono con assidua frequenza: siamo nel pieno di un anno giubilare, peraltro, ed è quindi d’uopo (tutti, oltre Tevere, ne sono consci) adoperarsi perché il lasso temporale compreso tra “l’extra omnes” e “l’habemus papam” possa essere breve.
Non di meno, il prossimo – in virtù della sua nuova composizione, figlia delle nomine di Francesco – non sarà certo un conclave “eurocentrico” e, per paradosso, sarà forse quello in cui il nostro idioma farà – tra porporati che, nella stragrande maggioranza dei casi, non si conoscono tra loro – la parte del leone.
Così, se è difficile – e per fortuna – credere che un’Istituzione bimillenaria come la chiesa possa incontrare – nella scelta della sua guida suprema – inciampi di natura linguistica, è facile auspicare – per converso – che, come di fatto sempre avviene, più d’una tra le alte sfere della Santa Sede abbia già in mente, e non da oggi, l’identikit del nuovo vescovo di Roma.
Ovviamente, i nomi che circolano sono specchio ed emanazione diretta delle correnti politiche – perché di politica si tratta – che si fronteggiano nei sacri palazzi come altrove: si va dal Cardinal Pietro Parolin, già capo della segreteria di Stato vaticana durante il pontificato di Bergoglio (ma non sempre i numeri due hanno la stessa stoffa dei numeri uno, e Ratzinger – che pure, prima di succedergli, fu epigono e sodale di Woityla – ne è stato la più plastica delle dimostrazioni, Dio non ce ne voglia) all’attuale presidente della Conferenza episcopale italiana, l’arcivescovo di Bologna Monsignor Matteo Maria Zuppi.
Romano, espressione della comunità di Sant’Egidio, gesuita come Francesco, in lui – compagno di studi e fraterno amico del compianto David Sassoli – il papa che venne dalla fine del mondo vide, non solo la giusta guida “per le porpore di casa nostra”, ma anche il diplomatico più adatto a gestire alcune delle crisi umanitarie provocate dall’insorgere dei conflitti che stanno caratterizzando – su scala planetaria – l’alba, tutt’altro che serena, di questo ventunesimo secolo.
Un discorso simile ci spinge ad annoverare tra i papabili anche Sua Soavità il Patriarca latino di Gerusalemme, ovvero Monsignor Pier Battista Pizzaballa, una delle voci più scomode, autorevoli ed ascoltate – oggi – nel Medio oriente preda della miopia genocida israeliana.
Beninteso, la stima e la riconoscenza intellettuale ed umana verso quello che è stato, a nostro avviso, il grandissimo magistero di Bergoglio nella Chiesa e tra la gente ci indurrebbero a caldeggiare – oltre ai tre profili di cui sopra – anche quelli di moltissime altre personalità di identico calibro e caratura che sappiamo albergare – in queste ore – tra le mura petrine.
Dunque, poiché l’elenco sarebbe lungo e rischieremmo, per disattenzione, di dimenticare persino qualcuno, ci appelliamo all’intelligenza di chi legge per sperare di scampare ad un’accusa – quella di campanilismo o, peggio, di razzismo – che, mai come in questo caso, cozzerebbe con i nostri ideali e le nostre intenzioni: vogliate, pertanto, prendere i nomi ed i percorsi umani e spirituali pocanzi brevemente tratteggiati come semplici esempi di una Chiesa che – da laici razionalisti e ferventi illuministi quali siamo – ci piace e che crediamo aderisca al senso più pieno del cristianesimo.
D’altronde, ora – a noi come a tutti – non resta che attendere – auspicabilmente poco, come detto – confidando, se non proprio nello spirito santo, almeno nella saggezza di quella che è e resta – comunque – la più antica e radicata istituzione del globo, alla quale – sommessamente – ci permettiamo di rammentare che la lungimiranza non è certo debolezza.