Frugando tra una marea di scartoffie, ho ritrovato una copia del mio tema di maturità e considero sconsolante, non tanto e non solo che siano passati ormai quasi dodici anni (il tempo non lo ferma nessuno, purtroppo), quanto che, per certi versi, sembra sia stato scritto ieri.
«Politica, morale e cultura, un tempo unite a formare la coscienza collettiva di un Popolo, oggi, per ragioni le più disparate e varie, sono scisse ed a sé stanti e ciò, inevitabilmente, viene ad avere ripercussioni nella società che rischia di sfaldarsi in modo tangibile qualora non riesca a mantenere vive le ragioni stesse della sua unità.
Di certo, le cause di questo malessere hanno radici da ricercarsi, prima ancora che nell’intreccio politico-giudiziario di questi ultimi anni, nelle vicende che hanno caratterizzato il primo periodo post-unitario della storia del nostro Paese: già nella questione, tuttora in gran parte irrisolta, del divario tra Settentrione e Meridione sono ravvisabili, a mio parere, alcuni dei tratti salienti di questa problematica.
Non intendo in alcun modo avallare le tesi di quanti vedono nella secessione e nel separatismo la soluzione di una questione delicata e importante quale quella “meridionale” ; tuttavia, credo non sia un errore ricondurre una parte del travaglio morale, e del dissidio tra intellettuali e politici cui si fa riferimento, alla politica del governo Giolitti. Esso, come si ricorderà, accanto al tentativo di trovare un compromesso che non fosse penalizzante per le diverse realtà sociali del Paese, sviluppò una politica economica che, mediante laute elargizioni alla nascente industria del nord, tendeva ad incentivare la creazione dell’odierno polo industriale.
Quanto sopra portò alla formazione di due contesti culturali radicalmente diversi fra loro la cui equilibrata convivenza è stata, fino ad oggi, molto difficoltosa, ma ha trovato un punto di coagulo nella battaglia ideologica contro il fascismo. In quell’epoca si lasciarono da parte divergenze culturali e ideologiche per fare fronte comune nei confronti di una mentalità che faceva scempio dei più fondamentali diritti della persona ed esaltava, di contro, ideali quali forza, potenza fisica ed estetica.
E’ in questo periodo che, sopito momentaneamente il conflitto sociale, Gramsci anima la disputa tra gli intellettuali e la politica, ergendosi a portavoce della rivolta morale contro il regime.
Vuoi perché il mondo, specie in questi ultimi anni e in forza di avvenimenti storici di importanza fondamentale (dalla caduta del muro di Berlino alla fine dell’Urss, passando per la guerra del Golfo), ha cambiato faccia, vuoi per una serie innumerevole di altri motivi, risulta difficile, al giorno d’oggi, trovare intellettuali che non si “dilettino” nella politica, pur volendo mantenere in atto uno scontro inutile: l’intellettuale dovrebbe, uscendo dalla sua torre d’avorio, ritrovare la sua primaria funzione di “interprete della coscienza morale”.
La politica, oggi, tende ad anteporre alle esigenze del singolo individuo, quelle di carattere economico; se c’è una ragione quindi, una causa scatenante di questa disputa, essa è da ricercare nei ruoli, un tempo differenti, che queste due figure ricoprivano nel sistema sociale; ruoli, quelli di cui parlo, i cui limiti sono, nel presente, molto più indefiniti che in passato.
Se questo dissidio è ancora vivo lo si deve alla ottusa volontà della politica di voler affermare il proprio primato su tutto ciò che è la società e, a maggior ragione, nei confronti di coloro, gli intellettuali appunto, che fungono, per loro stessa natura, da termometro delle istanze sociali.
Non ci si avvede, oggi, dell’inutilità e della sterilità di uno scontro come questo, tanto più che in ballo ci siamo noi, c’è questo paese e il suo futuro, c’è un’incognita per la soluzione della quale occorre che si ritrovi l’unità di intenti di coloro che, a vario titolo e ciascuno per ciò che gli compete, hanno la possibilità e il dovere di far crescere questa nostra società»
Di certo, le cause di questo malessere hanno radici da ricercarsi, prima ancora che nell’intreccio politico-giudiziario di questi ultimi anni, nelle vicende che hanno caratterizzato il primo periodo post-unitario della storia del nostro Paese: già nella questione, tuttora in gran parte irrisolta, del divario tra Settentrione e Meridione sono ravvisabili, a mio parere, alcuni dei tratti salienti di questa problematica.
Non intendo in alcun modo avallare le tesi di quanti vedono nella secessione e nel separatismo la soluzione di una questione delicata e importante quale quella “meridionale” ; tuttavia, credo non sia un errore ricondurre una parte del travaglio morale, e del dissidio tra intellettuali e politici cui si fa riferimento, alla politica del governo Giolitti. Esso, come si ricorderà, accanto al tentativo di trovare un compromesso che non fosse penalizzante per le diverse realtà sociali del Paese, sviluppò una politica economica che, mediante laute elargizioni alla nascente industria del nord, tendeva ad incentivare la creazione dell’odierno polo industriale.
Quanto sopra portò alla formazione di due contesti culturali radicalmente diversi fra loro la cui equilibrata convivenza è stata, fino ad oggi, molto difficoltosa, ma ha trovato un punto di coagulo nella battaglia ideologica contro il fascismo. In quell’epoca si lasciarono da parte divergenze culturali e ideologiche per fare fronte comune nei confronti di una mentalità che faceva scempio dei più fondamentali diritti della persona ed esaltava, di contro, ideali quali forza, potenza fisica ed estetica.
E’ in questo periodo che, sopito momentaneamente il conflitto sociale, Gramsci anima la disputa tra gli intellettuali e la politica, ergendosi a portavoce della rivolta morale contro il regime.
Vuoi perché il mondo, specie in questi ultimi anni e in forza di avvenimenti storici di importanza fondamentale (dalla caduta del muro di Berlino alla fine dell’Urss, passando per la guerra del Golfo), ha cambiato faccia, vuoi per una serie innumerevole di altri motivi, risulta difficile, al giorno d’oggi, trovare intellettuali che non si “dilettino” nella politica, pur volendo mantenere in atto uno scontro inutile: l’intellettuale dovrebbe, uscendo dalla sua torre d’avorio, ritrovare la sua primaria funzione di “interprete della coscienza morale”.
La politica, oggi, tende ad anteporre alle esigenze del singolo individuo, quelle di carattere economico; se c’è una ragione quindi, una causa scatenante di questa disputa, essa è da ricercare nei ruoli, un tempo differenti, che queste due figure ricoprivano nel sistema sociale; ruoli, quelli di cui parlo, i cui limiti sono, nel presente, molto più indefiniti che in passato.
Se questo dissidio è ancora vivo lo si deve alla ottusa volontà della politica di voler affermare il proprio primato su tutto ciò che è la società e, a maggior ragione, nei confronti di coloro, gli intellettuali appunto, che fungono, per loro stessa natura, da termometro delle istanze sociali.
Non ci si avvede, oggi, dell’inutilità e della sterilità di uno scontro come questo, tanto più che in ballo ci siamo noi, c’è questo paese e il suo futuro, c’è un’incognita per la soluzione della quale occorre che si ritrovi l’unità di intenti di coloro che, a vario titolo e ciascuno per ciò che gli compete, hanno la possibilità e il dovere di far crescere questa nostra società»
Matteo Sabbatani