Di Matteo Sabbatani
A poco più di due settimane
dal cinquantesimo anniversario della prematura scomparsa di quell’intellettuale
libero e geniale che rispondeva al nome di Pier Paolo Pasolini (un omicidio i
cui mandanti, al pari degli effettivi esecutori materiali, permangono
nell’ombra), ci ritroviamo – con nostra stessa sorpresa – a considerare come la
Cultura propriamente detta – cioè quella che non ha nulla a che spartire con il
mero e sterile nozionismo – non sia e non possa essere, per sua natura, “di
destra” o “di sinistra”.
Essa, infatti, non coincide –
a nostro avviso, s’intende – con l’insieme dei concetti che un individuo è in
grado di introiettare, ma con la capacità del medesimo di adottare, adoperare e
ricorrere a questi ultimi nella lettura del presente, sia per quanto concerne i
fatti e le circostanze che ne caratterizzano il darsi contingente in una forma
determinata, sia per quel che attiene le cause che ne sono state il prodromo.
Dunque, se – in altri termini
– la Cultura è la capacità di coniugare debitamente nozioni e machiavellica “qualità
dei tempi”, non ci resta che constatare come questi siano tempi così opachi
da renderla inservibile o per lo meno inutilizzabile.
Qui da noi, infatti, per un
verso, una destra politica ancora recalcitrante di fronte alla necessità di
fare seriamente i conti col proprio passato continua a considerarla dannosa e
financo nociva e, per l’altro, viene trattata alla stregua di una vacua e
pesante zavorra anche da molta parte della cosiddetta sinistra, la quale si
crogiola tra il timore di giocare la carta dell’identità (sempre che ne abbia
una degna di questo nome) e la tentazione di inseguire la controparte sul
terreno scosceso del populismo demagogico, meglio ancora se ideologizzato.
Perciò, se è vero com’è vero
che – nel migliore dei casi – questo incipiente cerchiobottismo si traduce –
almeno per il PD – in una sostanziale stagnazione del consenso, ci pare
egualmente inconfutabile che il cosiddetto “campo largo”, allo stato (ovvero al
netto dei risultati delle recenti regionali), sia poco più – o forse
addirittura poco meno – che una forzatura giornalistica: perché?
Perché l’eterogeneità dei
soggetti chiamati a comporlo è tale che, almeno a nostro avviso, il solo
collante dell’ “anti-melonismo” non garantisce a sufficienza la necessaria
coesione dell’opposizione.
E’ innegabile – poi – che,
mentre il movimento 5stelle – avendo tardivamente deciso di tentare di
trasformarsi in partito – sta subendo l’inevitabile, progressivo e – per
fortuna – inarrestabile declino cui sono destinati tutti i movimenti d’opinione
privi di struttura, Italia Viva – ammesso e non concesso che un partito lo sia
veramente – deve ancora rompere (e chissà se mai lo farà) il legame simbiotico
con gli istinti umorali del suo leader, quel Matteo Renzi – ducetto di Rignano
sull’Arno – che, dopo aver contribuito (lo dice l’aritmetica) all’elezione di
La Russa alla presidenza del Senato, ha voltato le spalle a Giorgia la fascista
solo perché quest’ultima – per Legge – gli ha impedito di sommare il già lauto
stipendio da parlamentare agli emolumenti derivanti dalla sua attività di
conferenziere.
Non di meno, detto per inciso,
sentiamo di poter essere facili profeti – a voi stabilire se “di sventura” o
meno – nel preconizzare che “il politicante toscano” (la cui concreta e reale
conoscenza degli equilibri istituzionali e costituzionali a noi pare – e non da
oggi – quantomai raffazzonata e lacunosa, per usare gentili eufemismi) finirà
per sostenere, la prossima primavera al referendum, la riforma della giustizia
targata Nordio (quella che istituzionalizza il sogno berlusconiano e piduista
della separazione delle carriere dei magistrati, per intenderci): lo farà –
vedrete – mosso, sia da una mai celata insofferenza nei confronti delle toghe
(specie se e quando queste indagano su di lui), sia da una concezione della
politica volta ad intendere la medesima non già come la decisione e/o
l’influenza sulla decisione – cioè in senso, per così dire, weberiano – ma come
pura, semplice, demagogica e mistificatoria – ancorché sterile ed inutile –
esaltazione del decisionismo.
La perdurante “pubertà
politica” – ci si passi l’ardito neologismo – e la costante insipienza
dell’in-Azione di Calenda – il quale, da perfetto neofita, preferisce la
subordinazione supina alla maggioranza (sia pur esplicata sotto le mentite
spoglie dell’abusato refrain:
“Valutiamo ogni provvedimento
nel merito”) all’assunzione di qualsivoglia responsabilità correlata ad un
posizionamento tangibile e reale – completa un quadro desolante e disarmante in
cui soltanto AVS conserva – secondo noi – una qualche dignitosa consistenza.
Allora?
Allora la cultura – quella che
non è né di destra, né di sinistra – rimane, paradossalmente finché si vuole,
la sola arma da brandire contro la massificazione del pensiero: occorre
riassaporare – in un certo senso – il gusto peccaminoso dell’ostinazione a
voler cercare – non già la verità “assoluta” (che, in quanto tale, non esiste)
– ma almeno la nostra verità, accettando aprioristicamente il rischio –
splendido – che non coincida mai con quella che ci raccontano.
Solo così – per chi ancora,
nonostante tutto, ci crede – persino “Dio, Patria e Famiglia potrà tornare ad
essere – a destra – qualcosa di diverso da un mero slogan da gridare in taluni
“raduni nostalgici, tal che l’lettorato ultra-conservatore avrà agio di
scegliere – coscientemente e consapevolmente – tra i neofascisti veri, duri e puri che fan capo
alla presidente del consiglio e quelli “d’occasione” (ci viene spontaneo
affibbiargli questa etichetta) capitanati da un Salvini che, pur di inseguire
la premier, s’è preso in casa un camerata impenitente come Vannacci.
Solo così la sinistra – o quel
che ne resta – sarà finalmente libera di cercare la via ed i mezzi più consoni
per tradurre i principi di eguaglianza, solidarietà e dignità in un alfabeto
che sia comprensibile per “i figli del terzo millennio” e per tutti coloro che
già oggi, attoniti, assistono alla scomparsa delle più basilari forme di
intermediazione sociale e al trionfo – freddo e calcolato – di tutto ciò che è
effimero e istantaneo.








