venerdì 28 novembre 2025

La cultura e la politica: destra e sinistra nel terzo millennio











Di Matteo Sabbatani

A poco più di due settimane dal cinquantesimo anniversario della prematura scomparsa di quell’intellettuale libero e geniale che rispondeva al nome di Pier Paolo Pasolini (un omicidio i cui mandanti, al pari degli effettivi esecutori materiali, permangono nell’ombra), ci ritroviamo – con nostra stessa sorpresa – a considerare come la Cultura propriamente detta – cioè quella che non ha nulla a che spartire con il mero e sterile nozionismo – non sia e non possa essere, per sua natura, “di destra” o “di sinistra”.
Essa, infatti, non coincide – a nostro avviso, s’intende – con l’insieme dei concetti che un individuo è in grado di introiettare, ma con la capacità del medesimo di adottare, adoperare e ricorrere a questi ultimi nella lettura del presente, sia per quanto concerne i fatti e le circostanze che ne caratterizzano il darsi contingente in una forma determinata, sia per quel che attiene le cause che ne sono state il prodromo.
Dunque, se – in altri termini – la Cultura è la capacità di coniugare debitamente nozioni e machiavellica “qualità dei tempi”, non ci resta che constatare come questi siano tempi così opachi da renderla inservibile o per lo meno inutilizzabile.
Qui da noi, infatti, per un verso, una destra politica ancora recalcitrante di fronte alla necessità di fare seriamente i conti col proprio passato continua a considerarla dannosa e financo nociva e, per l’altro, viene trattata alla stregua di una vacua e pesante zavorra anche da molta parte della cosiddetta sinistra, la quale si crogiola tra il timore di giocare la carta dell’identità (sempre che ne abbia una degna di questo nome) e la tentazione di inseguire la controparte sul terreno scosceso del populismo demagogico, meglio ancora se ideologizzato.
Perciò, se è vero com’è vero che – nel migliore dei casi – questo incipiente cerchiobottismo si traduce – almeno per il PD – in una sostanziale stagnazione del consenso, ci pare egualmente inconfutabile che il cosiddetto “campo largo”, allo stato (ovvero al netto dei risultati delle recenti regionali), sia poco più – o forse addirittura poco meno – che una forzatura giornalistica: perché?
Perché l’eterogeneità dei soggetti chiamati a comporlo è tale che, almeno a nostro avviso, il solo collante dell’ “anti-melonismo” non garantisce a sufficienza la necessaria coesione dell’opposizione.
E’ innegabile – poi – che, mentre il movimento 5stelle – avendo tardivamente deciso di tentare di trasformarsi in partito – sta subendo l’inevitabile, progressivo e – per fortuna – inarrestabile declino cui sono destinati tutti i movimenti d’opinione privi di struttura, Italia Viva – ammesso e non concesso che un partito lo sia veramente – deve ancora rompere (e chissà se mai lo farà) il legame simbiotico con gli istinti umorali del suo leader, quel Matteo Renzi – ducetto di Rignano sull’Arno – che, dopo aver contribuito (lo dice l’aritmetica) all’elezione di La Russa alla presidenza del Senato, ha voltato le spalle a Giorgia la fascista solo perché quest’ultima – per Legge – gli ha impedito di sommare il già lauto stipendio da parlamentare agli emolumenti derivanti dalla sua attività di conferenziere.
Non di meno, detto per inciso, sentiamo di poter essere facili profeti – a voi stabilire se “di sventura” o meno – nel preconizzare che “il politicante toscano” (la cui concreta e reale conoscenza degli equilibri istituzionali e costituzionali a noi pare – e non da oggi – quantomai raffazzonata e lacunosa, per usare gentili eufemismi) finirà per sostenere, la prossima primavera al referendum, la riforma della giustizia targata Nordio (quella che istituzionalizza il sogno berlusconiano e piduista della separazione delle carriere dei magistrati, per intenderci): lo farà – vedrete – mosso, sia da una mai celata insofferenza nei confronti delle toghe (specie se e quando queste indagano su di lui), sia da una concezione della politica volta ad intendere la medesima non già come la decisione e/o l’influenza sulla decisione – cioè in senso, per così dire, weberiano – ma come pura, semplice, demagogica e mistificatoria – ancorché sterile ed inutile – esaltazione del decisionismo.
La perdurante “pubertà politica” – ci si passi l’ardito neologismo – e la costante insipienza dell’in-Azione di Calenda – il quale, da perfetto neofita, preferisce la subordinazione supina alla maggioranza (sia pur esplicata sotto le mentite spoglie dell’abusato refrain:
“Valutiamo ogni provvedimento nel merito”) all’assunzione di qualsivoglia responsabilità correlata ad un posizionamento tangibile e reale – completa un quadro desolante e disarmante in cui soltanto AVS conserva – secondo noi – una qualche dignitosa consistenza.
Allora?
Allora la cultura – quella che non è né di destra, né di sinistra – rimane, paradossalmente finché si vuole, la sola arma da brandire contro la massificazione del pensiero: occorre riassaporare – in un certo senso – il gusto peccaminoso dell’ostinazione a voler cercare – non già la verità “assoluta” (che, in quanto tale, non esiste) – ma almeno la nostra verità, accettando aprioristicamente il rischio – splendido – che non coincida mai con quella che ci raccontano.
Solo così – per chi ancora, nonostante tutto, ci crede – persino “Dio, Patria e Famiglia potrà tornare ad essere – a destra – qualcosa di diverso da un mero slogan da gridare in taluni “raduni nostalgici, tal che l’lettorato ultra-conservatore avrà agio di scegliere – coscientemente e consapevolmente – tra  i neofascisti veri, duri e puri che fan capo alla presidente del consiglio e quelli “d’occasione” (ci viene spontaneo affibbiargli questa etichetta) capitanati da un Salvini che, pur di inseguire la premier, s’è preso in casa un camerata impenitente come Vannacci.
Solo così la sinistra – o quel che ne resta – sarà finalmente libera di cercare la via ed i mezzi più consoni per tradurre i principi di eguaglianza, solidarietà e dignità in un alfabeto che sia comprensibile per “i figli del terzo millennio” e per tutti coloro che già oggi, attoniti, assistono alla scomparsa delle più basilari forme di intermediazione sociale e al trionfo – freddo e calcolato – di tutto ciò che è effimero e istantaneo.