giovedì 3 ottobre 2024

Del «Lutto matematico» e delle sue implicazioni sociali, filosofiche, culturali e politiche

Di Matteo Sabbatani


Quanti numeri ci sono nella realtà? O, meglio, quanti sono i numeri reali?
D’acchito, ciascuno di noi – memore di quanto gli insegnano e gli inculcano sin dalle elementari – risponderebbe di certo:
«Infiniti» e lo farebbe – per di più – con una naturalezza disarmante, col viso segnato da un’espressione a metà tra l’incredulo e l’interdetto, stante la presunta ed apparente banalità del quesito.
Ma siamo poi cosi sicuri, mi chiedo e vi chiedo, che le cose stiano veramente in questo modo?L’interrogativo di cui sopra – che, detto per inciso, già in altre sedi ed occasioni mi sono posto – muove, se si vuole anche paradossalmente, dalla consapevolezza che – se, per converso, vi domandassi:
«Avete mai visto passare per strada un 1, un 2, un 3, un 5, un 10, un 100, un 368, un 3680?» e via “numerando” – voi, con altrettanta disarmante naturalezza – nonché altrettanto sorpresi – non solo, anche in questo caso, mi rispondereste ovviamente di no, ma sareste altresì colti – con ogni probabilità – da più di un dubbio circa la salute mentale del sottoscritto.
Dunque, qual è il nodo della questione?
Il punto è che – a mio avviso – i numeri, di fatto, in natura non esistono: sono delle convenzioni che trovano la loro ratio solo se associate a persone, oggetti o ad altre convenzioni (tempo, peso, distanza, potenza, valore nominale del denaro eccetera).
Per strada, allora, detto in altri termini e tanto per restare all’esempio precedente, non vedrete mai passare un 1, un 2, un 3 e così via, ma una, due, tre persone, automobili, camion, biciclette, motocicli…, e di questo siete perfettamente e pienamente consapevoli.
Ergo, poiché il numero è la convenzione basica che permette la lettura quantitativa del mondo – tal che si comincia sempre da 1 a contare qualsivoglia quantità – va da sé che 1 è il principio di tutto: tutto il resto, infatti, si ottiene comunque per somma, sottrazione, moltiplicazione e/o divisione di quantità composte da tanti 1.
Stante quanto sopra, quindi, la risposta più verosimile – cioè più corretta – alla domanda che ha dato origine a questa riflessione dovrebbe essere 1, proprio quell’1 che – non a caso – in filosofia rappresenta l’intero, ossia – appunto – il Tutto.
È la logica del cosiddetto «lutto matematico», presupposto fondamentale – in sociologia – per quell’interpretazione funzionalistica della realtà che oggi va per la maggiore e che meglio si accompagna e più si confà e si adatta alla globalizzazione imperante.
Così, ad esempio, poiché – in punto di fatto – è impossibile reperire, nella società post-moderna, la prima radice della latenza (ossia risalire ai valori fondanti del vivere comune), anche Dio e l’immanente vengono ad essere, semplicemente, il portato di una decisione eminentemente privata e personale, spesso indotta, se non proprio dettata – più che da un effettivo “sentire” o da una reale convinzione – dal bisogno di credere che l’esistenza e tutto ciò che la riempie e la circonda non si esaurisca qui.
Di contro, ma conseguentemente – atomizzato com’è – l’individuo avverte tutta l’insostenibile pesantezza della propria esclusiva condizione, quale che essa sia, e reagisce a questa precarietà nei modi più diversi.
Ora, per quanto mi riguarda – o, meglio, per quel che mi compete – non ho alcuna remora ad ammettere che, pur restando convintamente ed orgogliosamente strutturalista, quello che reputo essere l’acme dell’approccio e del pensiero funzionalista – ossia proprio il lutto matematico – mi affascina: è “un territorio”, per così dire, in cui il confine tra sociologia e filosofia appare così com’è, estremamente labile.
Ma sono altresì conscio che chi mi legge, pur con tutta la stima che può eventualmente nutrire nei miei confronti, specie se non capisce “dove voglio andare a parare”, se ne frega di quel che a me piace o non piace in tema di dissertazioni socio-filosofiche.
Pertanto, auspico non sorprenda la circostanza in forza della quale, ancora una volta, sia un ateo a farsi carico della necessità di denunziare i rischi insiti nel progressivo sfaldamento sociale che è – o dovrebbe essere – sotto gli occhi di tutti e di ciascuno: la globalizzazione, infatti, non è altro che il frutto – a mio parere avvelenato – di quella fine delle ideologie che ha caratterizzato, in occidente, gli ultimi dieci anni del ventesimo secolo e che ha visto la sua più emblematica e plastica manifestazione nella caduta, il 9 novembre 1989, del Muro di Berlino .
Si sa, la fretta è sempre una cattiva consigliera e – a maggior ragione – lo è quando avvenimenti epocali rendono urgente, indispensabile ed improcrastinabile il confronto immediato, per un verso, con la Storia con la S maiuscola e, per l’altro, con i fenomeni sociali che ne conseguono.
Onestamente, credo che questo sia ciò che è accaduto.
Credo – cioè – che, nella fretta – ambiziosa quanto necessaria – di trovare nuovi orizzonti di senso sperabilmente capaci di colmare vuoti sino ad allora impensabili, mentre – di là dal muro – la Germania procedeva a tambur battente alla riunificazione e l’Unione sovietica andava via-via sgretolandosi, di qua dal muro – invece si siano gettate nel calderone delle vituperate ideologie anche molte – forse troppe – idee.
Credo – in altre parole – che, nella fretta, non ci si sia avveduti che il mondo – ad un tratto – aveva cambiato, di sua unica sponte, paradigmi, priorità e persino velocità.
Credo – poscia – nessuno si sia reso conto, nella fretta, del pericolo (poi puntualmente verificatosi) che l’economia diventasse pressoché l’unico decisore politico realmente influente.
Mi pare inconfutabile, cioè, che, da quel momento, la politica abbia – passatemi la metafora – abdicato, cessando “di schianto” di coincidere sia – weberianamente parlando – con la decisione e/o con l’influenza sulla decisione, sia con l’eastoniana allocazione imperativa di valori, tal che il sistema politico si è ridotto – nei fatti – ad essere uno dei tanti sottosistemi della società, quello che – banalmente – si occupa solo del raggiungimento dei fini e non più – in via preliminare e precipua – anche della statuizione dei medesimi.
Ai più, lo so bene, queste possono sembrare sottigliezze, questioni – come si usa dire – di lana caprina, ma non è così: una politica che rinuncia a decidere, che si esime dal fornire alla società schemi valoriali di riferimento, non solo si spoglia della natura stessa del proprio primato, ma presta il fianco a qualsivoglia tensione, pulsione, fermento, perché gli scopi possono essere i più diversi e le modalità per raggiungerli, analogamente, possono essere le più disparate.
Credo che, nella fretta, nessuno si accorgesse, insomma, in una parola, dell’avvento di una globalizzazione – questa – tanto fredda e selvaggia da moltiplicare ed accrescere a dismisura differenze, divari e divaricazioni sociali d’ogni genere.
Ecco perché – armato unicamente del suo spaventoso corollario di diffidenze, paure, rabbie, particolarismi e settarismi – l’uomo occidentale post-moderno è – all’ennesima potenza – quello che già Simmel definiva “un individuo blasé”, uno che non determina né le mode né “i modi”, ma segue le une ed agisce gli altri pedissequamente.
Guardate dove vi ho portato partendo da una domanda la cui risposta è – adesso lo sapete, lo avete “toccato con mano” – solo apparentemente, tanto banale da sembrare scontata: a riflettere su voi, su noi stessi, sul vostro – sul nostro – modo di essere, su come siete – siamo – e/o, se ancora non lo siamo, rischiamo comunque di diventare, sulla provvisorietà e sulla fungibilità effimera ed utilitaristica delle vostre – delle nostre – relazioni…
Si vorrebbe noi ci assuefacessimo alla logica del lutto matematico e a quanto ne consegue, ma una società che accettasse l’idea di essere una mera sommatoria di individui sarebbe – ovviamente – condannata ad implodere senza lasciare alcuna traccia di sé, e a chi gioverebbe?
Nemmeno a quelli che pure, stolti e miopi, si ostinano a spingerci verso quel baratro, credetemi.

venerdì 7 giugno 2024

I «Neri dentro» e il rischio della “torsione neo-autoritaria”: tutte le lacune delle riforme dell’asse Meloni-Nordio-Salvini





Di Matteo Sabbatani

 

Ad appena un anno e mezzo dalla vittoria elettorale del centrodestra a trazione meloniana – e alla vigilia delle elezioni europee – ci ritroviamo a dover amaramente constatare, anche se avremmo preferito la sorte si fosse incaricata di smentirci, d’esser stati – in tempi non sospetti, cioè a tempo debito – facili profeti di sventura.
Infatti, impossibilitata a farsi beffe dei parametri di bilancio imposti dalla Ue (la quale – anzi – a prescindere dai risultati delle imminenti consultazioni, si prepara – in autunno – a sottoporre i nostri conti ad una procedura per deficit eccessivo) e degli obblighi derivanti dalla partecipazione all’Alleanza atlantica, questa destra non fa altro che sventolare i vessilli di quelli che – da sempre – sono i suoi cavalli di battaglia ed i suoi temi identitari.
“Neri dentro” e non “per caso”, questi impenitenti neofascisti – che, oramai non v’è dubbio, aderirono alla finiana svolta di Fiuggi per mero calcolo politico e non per convinzione – non perdono occasione per mostrare di aver mantenuto – circa la società italiana complessivamente intesa, dal ruolo della donna all’organizzazione dello Stato – una concezione di stampo prettamente mussoliniano, con buona pace della circostanza – in vero paradossale – per cui la Storia ha voluto fossero proprio loro ad iscrivere – per la prima volta in oltre settant’anni di vita repubblicana – il nome di un’esponente del gentil sesso “nell’albo dei nostri capi di governo”. 

Nessuno si stupisca, allora, stante quanto sopra, se – eccezion fatta, appunto, per la/il (non lo sapremo mai) presidente del consiglio e la di lei (o forse di lui) sorella – è d’uopo, per questo esecutivo, che la donna – alla stregua di quanto accadeva sino alla metà degli anni quaranta del secolo scorso e salvo che non mostri una certa predisposizione a truffare l’Istituto Nazionale di Previdenza sociale e l’erario  (nel qual caso, Ça va sans dire, un posto da ministra – o ministro – le spetta di diritto) – si limiti a figliare fin quando ciò le sia per natura possibile, mantenendo ordinata la casa e “presentabili” il marito e la prole.
Dunque, la sola ipotesi che un siffatto angelo del focolare – magari per tutelare la propria salute, o perché economicamente disagiato o per una miriade di altre insindacabili ragioni personali – possa  trovarsi nella condizione di dover interrompere una gravidanza è – se non inconcepibile (ipse dixit) perché, formalmente, la 194 non si tocca – per lo meno riprovevole: colei che, sciaguratamente, dovesse compiere questa scelta, quindi, secondo i piani del governo, in un futuro non troppo lontano, sarà chiamata – non solo e non tanto a risponderne dinanzi alla propria coscienza – quanto a fronteggiare le critiche spietate e gratuite, nonché gli impietosi giudizi “ad alzo zero”, degli esponenti di quelle associazioni antiabortiste che – nei consultori pubblici – affiancheranno psicologi e psicoterapeuti, quasi che questi ultimi non sappiano fare il loro mestiere.

Ma – lo accennavamo, sia pur brevemente, in sede di introduzione – anche lo Stato, le sue più alte e rappresentative Istituzioni, le sue articolazioni e persino il principio della separazione dei poteri paiono destinati a subire gli effetti di questo rigurgito reazionario.
Infatti, figlio com’è di uno scellerato do ut des spregiudicatamente giocato sulla pelle del Paese tra Fratelli d’Italia e Lega salviniana, il combinato disposto di Autonomia differenziata e cosiddetto premierato mette seriamente in pericolo le fondamenta stesse della Repubblica e – con queste ultime – l’unità della Nazione e le basi precipue della nostra convivenza civile, del nostro essere Comunità: perché?
Ebbene, onde tentare di rispondere compiutamente ed esaustivamente all’interrogativo – peraltro solo apparentemente retorico – di cui sopra, è doveroso rammentare anzitutto come:

1.    la nostra – redatta dall’Assemblea costituente eletta il 2 giugno 1946 ed entrata in vigore il primo gennaio 1948 – sia, per fortuna, una Costituzione rigida, circostanza – questa – in forza della quale qualsivoglia modifica – non solo può essere soggetta a referendum confermativo – ma, a norma dell’articolo 138 della medesima Legge fondamentale, deve essere approvata da ciascun ramo del parlamento con due successive deliberazioni a distanza non inferiore a tre mesi l’una dall’altra e, nella seconda deliberazione, la modifica in oggetto deve essere ratificata dalla maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera;
2. non di meno, la politologia – che pure, da bravi figli del tardo novecento, ci ostiniamo a credere abbia ancora ragione d’esistere – insegna (o per lo meno a noi ha insegnato) che il premierato, al pari del presidenzialismo o del semipresidenzialismo, è una forma di governo che, solitamente, si confà a sistemi politici forti – caratterizzati, cioè, dalla presenza di un numero contenuto di partiti organizzati – e si accompagna a sistemi elettorali di segno maggioritario.
Quindi, detto che quello italiano – composto com’è da una pluralità pressoché infinitesimale di soggetti politici più o meno organizzati e più o meno rappresentativi – non può certamente essere considerato un sistema politico forte e che esiste – e non potrebbe essere altrimenti – una stretta interdipendenza tra forma di governo, sistema elettorale e conformazione del sistema politico, chi scrive sente l’obbligo morale ed intellettuale di ammettere che muove dalla convinzione – pubblicamente esplicitata anche in occasione di altri, altrettanto maldestri e parimenti raffazzonati, tentativi di riforma – che un’eventuale ridefinizione della seconda parte della nostra Carta non sarebbe sufficiente, da sola, a risolvere talune farraginosità di cui soffre, ad esempio, il procedimento di formazione delle Leggi, e che – dunque – sarebbe forse più utile dare concreta implementazione a quelle parti del medesimo dettato costituzionale che, ad oggi, sono sostanzialmente inattuate.
Ora, ad un lettore ed elettore attento e consapevole – ne siamo convinti – a prescindere da quella che è la nostra posizione, basterebbero gli scarni rudimenti teorico-formali testé esposti per comprendere che – non avesse i contenuti che ha – il do ut des in questione sarebbe quanto mai risibile e non spaventerebbe nessuno: se, infatti, per un verso – pur concernendo il titolo quinto della Costituzione, ovvero il rapporto tra lo Stato e le Regioni – l’approvazione della famigerata autonomia differenziata sta seguendo (e non si sa perché) l’iter proprio delle Leggi ordinarie, il cosiddetto premierato – per l’altro – non si attaglia affatto, come abbiamo tentato di illustrare, alle caratteristiche strutturali del sistema politico italiano, ragion per cui chiunque avesse la pur minima cognizione dei meccanismi di funzionamento delle istituzioni – a meno che non volesse, di proposito, stravolgerle e bloccarle al fine di istaurare, senza ricorrere alla forza, un altro e diverso regime – non lo proporrebbe mai.
Tuttavia, il punto è proprio questo e – poiché i primi, cioè i lettori (quei pochi che ancora esistono e resistono) sono comunque sempre più distratti e la quantità dei secondi, vale a dire “degli elettori”, rischia di superare in scarsezza quella di chi è avvezzo a frequentare abitualmente edicole, biblioteche e librerie – preferiamo gettare il cuore oltre l’ostacolo, consci come siamo che – per quanto ci costi ammetterlo – Andreotti era nel giusto quando sosteneva:
«A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca».
Così, a futura memoria – perché le future generazioni non abbiano a dirci:
«Ma voi, mentre tutto ciò accadeva, dove eravate?» – ci pregiamo, in scienza e coscienza, di rilevare quanto segue:
1.    in Inghilterra – unica realtà occidentale in cui vige il premierato, quello vero e degno di questo nome, s’intende – il primo ministro (che è comunque nominato dal Monarca, ossia dal Capo dello Stato, esattamente come da noi lo nomina il Presidente Repubblica) è – appunto – un premier e non già – come prescrive invece il nostro Ordinamento – un Primus interpares;
2.    in Inghilterra – unica realtà occidentale ove vige il premierato, quello vero e degno di questo nome, s’intende – non vi è – ad onor del vero – un formale testo costituzionale, ma i documenti che sanciscono la natura – per così dire – dello Stato e ne regolano l’organizzazione, il funzionamento, i rapporti e le prerogative istituzionali (il più antico dei quali reca addirittura la data del 1425) sono immutati da secoli e – saremmo pronti a mettere entrambe le nostre mani sul fuoco – nessuno si sognerebbe nemmeno lontanamente di sindacarne o discuterne la valenza e il contenuto;
3.    in Inghilterra – unica realtà occidentale in cui vige il premierato, quello vero e degno di questo nome – da ultimo, il premier NON viene eletto direttamente dai cittadini, ma è tale esclusivamente in quanto leader del partito di maggioranza e, a norma di quanto previsto dal più recente dei documenti avente valore costituzionale cui si è fatto riferimento (il parlament act del 1911), può proporre al Re di sciogliere anticipatamente la Camera elettiva – quella dei Comuni – ma l’eventuale scioglimento è, e resta, prerogativa propria del Sovrano.
È E' allora evidente – tanto in punto di Diritto, quanto in punto di fatto – che questa destra preconizza un – definiamolo così – “Neo-autoritarismo all’italiana” totalmente privo di contrappesi, un sistema che – lungi dal somigliare al premierato – è un ircocervo di elementi di presidenzialismo e semipresidenzialismo confusamente mescolati tra loro, tale per cui – in sostanza e per sommi capi – si prevede:
1.    lo svuotamento dei poteri e delle prerogative di un Presidente della Repubblica che – da garante dell’unità nazionale ed arbitro della contesa politica – viene ad essere un semplice, inerte ed inutile spettatore dei “fatti di palazzo”, non potendo più esercitare alcuna influenza sul parlamento e sul governo;
2.    l’elezione diretta di un primo ministro che – assumendo su di sé il potere di sciogliere le camere – non è più un primus interpares cui spetta comunque la definizione dell’indirizzo politico dell’esecutivo, ma – nei fatti –  diventa il dominus dell’intero sistema politico, un premier che – non  solo si sceglie la maggioranza destinata a sostenerlo (un po’ come accadeva, guarda caso, durante il ventennio con i componenti della Camera dei fasci e delle corporazioni, i quali – pur essendo formalmente eletti dalla cittadinanza – venivano in realtà cooptati dal governo) – ma decide anche, di sua unica sponte, la composizione della compagine governativa, nominando e/o revocando i ministri, i viceministri e i sottosegretari;
3.    la possibilità che – in caso di caduta del governo – il tentativo di formarne un altro venga esperito solo da un componente della stessa maggioranza.
Si lavora, insomma, ad uno stravolgimento vero e proprio dell’assetto istituzionale del Paese che – dovesse malauguratamente accompagnarsi all’autonomia differenziata di matrice salvinian-leghista – segnerebbe, come si è detto, il definitivo sfaldamento del nostro comune destino, mandando in soffitta, ad esempio, quel servizio sanitario Nazionale che – fondato com’è sui principi dell’universalità d’accesso alle cure, dell’eguaglianza e dell’equità – pose fine, a far data dal 1978 (anno della sua istituzione), all’epoca delle “casse mutue”: perché?
Perché, incardinata sull’attribuzione alle Regioni – in sfregio a quanto previsto dall’articolo 117 della Costituzione – di una potestà legislativa esclusiva in materie come Sanità, appunto, e Scuola, impedisce alla Repubblica di emanare ed emendare – in questi delicati ambiti – quelle Leggi quadro che ne uniformano su scala nazionale i principi e le modalità di funzionamento.
CiCiliegina sull’indigeribile – almeno per quanto ci riguarda – torta di questo aberrante progetto complessivo di destrutturazione e distruzione della nostra civile ed unitaria convivenza, la riforma della giustizia targata Carlo Nordio è palesemente volta – a nostro avviso, s’intende – a far strame del pilastro fondante di ogni democrazia, il principio della separazione dei poteri: centrata su quella separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti che – per ragioni arcinote – stava tanto a cuore a Silvio Berlusconi, smembra – cioè divide in due distinte sezioni – il consiglio superiore della magistratura, affidando al caso – e quindi, di fatto, al parlamento in seduta comune eletto però come sopra – il compito di estrarre a sorte la maggioranza dei componenti togati di ciascuno dei due C.S.M scaturiti dallo smembramento medesimo, formalizzando così un’evidente ingerenza del potere legislativo nella gestione del potere giudiziario.

In conclusione, ci sembra quanto mai paradossale la circostanza per cui – come ci siamo assunti l’onere di dimostrare – chi si riempie la bocca dei concetti di Patria e di Nazione vorrebbe meramente cancellare gli ultimi settant’anni di storia di questo Paese, riportandolo ad un passato del quale osiamo dubitare questa stessa Patria, questa stessa Nazione avverta la mancanza.