Forse, ma solo forse (perché sismo e
restiamo fermamente convinti che, in un altro pese, in un paese normale, tutto
questo – in circostanze analoghe – non sarebbe accaduto), avremmo dovuto
aspettarcelo o – se non altro – avremmo potuto iscriverlo nel novero delle cose
possibili: già, perché la morte – certamente improvvisa, per quanto
probabilmente non così inattesa – di Silvio Berlusconi, passato ad altra vita
alle nove e trenta dello scorso dodici giugno, ha messo a nudo – ancora una
volta – l’ipocrisia di fondo che caratterizza da sempre la società italiana,
quella stessa ipocrisia sulla quale – a
ben vedere – proprio “sua emittenza” ha costruito gran parte delle sue fortune
imprenditoriali e politiche.
Forse, ma solo forse, allora, avremmo
dovuto e potuto evitare – nei giorni scorsi – di stupirci della stucchevole
sequela di peana ed ingiustificati incensamenti che ha fatto immediatamente
seguito all’annuncio della scomparsa del leader di Forza Italia; forse, ma solo
forse – allo stesso modo e per le stesse ragioni – quindi, chiunque – per
ventura – dovesse imbattersi nelle considerazioni che qui stiamo tentando di esporre
non dovrebbe affatto stupirsi – ed auspichiamo non lo faccia – dei toni e dei
contenuti di un commento – questo nostro – che, ben lungi dall’essere quello
che giornalisticamente si è usi definire “un coccodrillo”, mira unicamente – in
nome del sacrosanto “principio di realtà” – a tentare di sottrarre almeno un
briciolo di verità storica al revisionismo nient’affatto strisciante che ci
pare stia prendendo piede.
Forse, ma solo forse, pertanto, è il caso di
ricordare che il cavaliere – che tale, negli ultimi anni, non era poi nemmeno
più – tutto aveva e possedeva, anche e soprattutto in termini materiali e
patrimoniali, tranne l’aureola.
Forse, ma solo forse – allora – sarebbe il
caso tutti rammentassimo come – figlio di Luigi Berlusconi, un funzionario fin
troppo solerte e zelante della chiacchierata e fallita banca Rasini di Milano (istituto
di credito che annoverava tra i suoi correntisti gente di spiccata e specchiata
probità e rettitudine come il cassiere della mafia Pippo Calò e il banchiere
Michele Sindona) – Silvio abbia cominciato a costruire il suo impero proprio –
per così dire – dalle e sulle – o meglio, con le – ceneri del fallimento
(forse, ma solo forse, provocato ad arte) in questione.
Forse, ma solo forse – poscia – la nostra
memoria collettiva – sempre ammesso che ancora esista e che noi si possa fare
assegnamento su quest’ultima – dovrebbe impedire che ci dimenticassimo della
circostanza in forza della quale, grazie al sostegno politico incondizionato
del PSI di Bettino Craxi (e a quello, anche finanziario e non meno importante,
dei fratelli Graviano, che non a caso – carte processuali alla mano – furono
tra i principali ispiratori delle stragi e degli attentati del ’92-93), il fu –
tre volte indegnamente – presidente del consiglio è riuscito – non solo a farsi
beffe delle limitazioni imposte alla raccolta pubblicitaria dalla Legge Mammì
(che venne opportunamente emendata, chissà perché, da – e con – un
provvedimento ad hoc del primo governo Berlusconi, nel ’94) – ma anche a
costruire Milano2 e a garantirsi i buoni servigi – ad esempio – dei giudici
Metta e Squillante per sottrarre a Carlo Debenedetti il controllo della
Mondadori.
Forse, ma solo forse, sarebbe altresì
d’uopo che – presi dalla commozione – non facessimo spallucce dinanzi al fatto
che l’uomo a cui l’attuale esecutivo ha inspiegabilmente tributato e concesso
l’onore dei funerali di Stato fu lo stesso che – memore dell’assioma
mussoliniano per cui “Governare gli italiani non è difficile, è inutile” –
costrinse il Parlamento della Repubblica a sancire formalmente l’identità
fittizia di una prostituta d’alto bordo – all’epoca minorenne – le cui prestazioni aveva saggiato in prima
persona.
Forse – ma solo forse – eccetera,
eccetera: la Storia-patria degli ultimi trent’anni – non meno di quella dei due
decenni precedenti – infatti, trasuda di pagine che raccontano l’altalenante
parabola esistenziale, imprenditoriale e – ci si passi la franchezza –
criminale di colui che ha fatto della demagogia e dello sfruttamento
privatistico della cosa pubblica e della pubblica credulità una ragione di
vita, uno stile, un dogma imprescindibile ed irrinunciabile, sdoganando – senza
remore né ritegno alcuno – quell’istinto retrivo, tutto italico, in virtù del
quale – se, per un verso, il mancato
rispetto delle regole e delle Leggi, oggi, viene percepito ed agito come
un vanto – per l’altro, ci sembra quantomai ovvio che ognuno pensi a sé e
Dio – se c’è – pensi per tutti, perché quello che conta davvero – in fondo – è,
la domenica, il “Forza Milan, o Monza”, e “abbasso Juve”.
Forse, ma solo forse (e – nel caso non
vogliate farlo – “pace”), ci perdonerete se, nel salutare un uomo così, non ci
coglie il benché minimo sconforto: quel che è stato è stato, è vero, ma – per
quelli di noi che, pur avendo vissuto la sua epopea, sono cresciuti comunque
con la consapevolezza che (per esempio) la Costituzione non è una Legge come
tante e non può essere cambiata come tutte, per quelli di noi che hanno ancora
una coscienza ed intendono mantenerla – il peso della Storia non è e non sarà
mai un inutile fardello.
Matteo Sabbatani
