mercoledì 29 luglio 2015

Perché? E allora come?

Una domanda – in questi giorni – ci assilla costantemente:
«Perché?»
La riempiamo – di volta in volta – di contenuti e temi differenti, a seconda del contesto e delle contingenze, ma – in generale – ci arrovella e ci attanaglia il dubbio – che, in talune circostanze, assume quasi la connotazione di una certezza – di non essere capiti, o meglio, che i nostri interlocutori – scientemente – facciano orecchie da mercante e fingano di non comprendere il nocciolo delle questioni che poniamo.
Eppure – ci perdonerete questa sorta di brevissima “arringa difensiva” – a noi pare di esprimerci in un italiano corretto.
Certo, amiamo i fronzoli, gli incisi, la costruzione articolata delle frasi; d’accordo, siamo strenui cultori di una forma che – in quanto tale – si fa sostanza solo se, e quando, si esalta nella sintassi, ossia nel tentativo di indurre il lettore – attraverso la punteggiatura – a leggere quel che scriviamo nel modo – e cioè col tono – che a noi sembra più consono, e allora?
No, dislessia e dislalia sono patologie troppo serie – e delle quali, di persona, conosciamo sin troppo bene gli effetti – perché ci possa sfiorare il benché minimo proposito di tirarle in ballo in una dissertazione – questa – che è, e ne siamo pienamente consapevoli, sufficientemente aleatoria da prestarsi a facili fraintendimenti: dunque, sono altre le cause di una solitudine – quella che ci pervade – che è figlia più dell’incomunicabilità che dell’incomprensione.
In barba – spesso – alla coerenza, ogni epoca ha i suoi miti – anche estemporanei, per fortuna – e le sue potentissime “ubriacature collettive” destinate – al pari di qualunque fenomeno sociale – ad esaurirsi – sovente – con la stessa, virale rapidità che ne ha determinato la diffusione e la propagazione.
L’auspicio, allora, è che basti dare tempo al tempo, magari sedendo sulla sponda d’un fiume o sulla cima di una collina, in attesa di vedere “i carri” – gli stessi che si erano repentinamente stipati all’inverosimile pur di goder d’uno spicchio di luce riflessa – vuotarsi di colpo, lasciando solo e senza corona quel che – finalmente – apparirà come il feticcio d’un condottiero.
A noi – guerrieri “senza patria e senza spada” – non resta, nel frattempo, che mantenerci in equilibrio: come? Come ci insegnò qualcuno:
«Con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro», quello vero, però, che non può – né vuole – scrollarsi di dosso le proprie radici, perché il domani è tale solo sapendo che “Ieri” non è un participio di “Adesso”.

Matteo Sabbatani